Perdita, lutto, l'essere sospesi in uno stato liminale tra reale e ultraterreno sono tematiche ricorrenti scorrendo la discografia degli
Hammock, una costante che ha spesso portato il duo di Nashville a erigere cattedrali di suono dal portato emozionale travolgente. Basti pensare all'imponente trilogia costituita da "
Mysterium", "
Universalis" e "
Silencia" dedicata alla scomparsa prematura del nipote ventenne di Marc Byrd. L'omaggio in questa occasione è rivolto a un'amica che ha visto morire una figlia e un figlio a causa della dipendenza a distanza di un paio d'anni l'uno dall'altro e per dargli forma i due ritornano alla dimensione più rarefatta, archiviando il maggiore dinamismo esibito in "Love In The Void".
Le nebbie sature di "Requiem For Johan" che rimandano a certe diluizioni dei
Sigur Rós, insieme al romanticismo avvolgente della successiva "In Distance Pavilion", definiscono le coordinate di un itinerario in bilico tra luminescenza e malinconia. Formulazioni dai tratti
post-rock ("You Get So Far Away", "Traces Disappear") e declinazioni ambient ugualmente costellate da fraseggi in chiaro della chitarra ("Through Nameless Air", "Watching You Collapse") si alternano in un viaggio in perfetto stile Hammock, in cui il perfezionamento di un lessico consolidato prevale sulla ricerca del nuovo.
A tratti tornano le incursioni modern classical alla
Jóhann Jóhannsson, con il pianoforte a segnare la rotta su fondali orchestrali diafani ("Breath Inside Your Breath"), ma è la capacità di scrivere pagine struggenti dal profondo slancio emotivo a rendere "Nevertheless" un ulteriore saggio di un artigianato sapiente, convogliato verso paesaggi che trasformano il dolore in pagine di intensa bellezza.