Le stelle brillano da millenni, altre invece attraversano il cielo perché qualcuno ha deciso di metterle in orbita. È cosi, guardando le stelle, che è nato “Starlink”, notevole debutto solista di Anna Lucia Nissen, in arte Anyx. Un album che nasce da questo equivoco luminoso: guardare in alto credendo di trovare l’eternità, per scoprire invece solo un’altra terribile estensione del potere umano. Da questa frattura prende forma un disco che cerca la bellezza dentro un mondo sempre più artificiale, senza mai confondere la speranza con l’innocenza.
Dopo l’esperienza con gli Anchoress, Nissen costruisce un universo personale attraverso una scrittura scarna, teatrale e profondamente inquieta. La sua voce grave e androgina sembra provenire da una cripta gotica o da un futuro in cui il corpo è diventato memoria. La sua voce non domina gli arrangiamenti ma li attraversa, cambia pelle, si ritrae e riappare come una presenza impossibile da fissare. Tutto attorno ci sono chitarre abrasive, arpe, tastiere, archi e contrabbasso, assemblati con una precisione scultorea. La produzione lascia respirare i dettagli, facendo emergere ronzii, percussioni e frammenti vocali che sembrano sopravvivere sotto la superficie delle canzoni.
“Ladybird’s Spine” è una dichiarazione d’intenti: una marcia solenne irrompe dentro una parete di rumore, per poi incrinarsi davanti a una vulnerabilità disarmante che ti fa accapponare la pelle. “Window In Your Eyes” si muove invece come una fiaba gotica urbana, tra arpeggi, arpa e percussioni militari. In “Strange Times”, campane funebri e droni quasi impercettibili sospendono il tempo, mentre “Spring Birds” riduce la voce a un sussurro, confondendola con il respiro e i richiami degli uccelli. Da questa intimità nasce “Sucker”, dove il battito meccanico si trasforma lentamente in un rock cupo e scostante.
Il disco non è però una lunga processione nel buio. “Marian” custodisce una forma di resistenza, un invito a immaginare un futuro diverso da quello imposto dagli altri. E “Relic”, con le sue chitarre immerse nel riverbero, lascia filtrare una consolazione ambigua, più simile a un presagio che a una conclusione.
“Starlink” è un disco permeato da una dolce austerità, ma Nissen sa quando lasciare che il silenzio diventi materia. Questa sua opera prima è decisamente oscura ma sorprendentemente vitale, perché ci parla di identità come di una struttura costruita strato dopo strato, svuotata, eppure capace di generare nuove forme.
Le stelle sono ancora lì. Purtroppo è il cielo che non sappiamo più a chi appartenga.
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14/10/2026