La critica li ha sempre stroncati senza pietà. E anche per i fan, spesso, si tratta dei due lavori più deboli della gloriosa discografia di David Bowie. Due dischi usciti negli anni 80, quando il Duca Bianco aveva ormai raggiunto l’apice del suo successo con il bestseller “Let’s Dance” nel 1983, all'insegna di una post-disco targata Nile Rodgers. Gli album in questione sono “Tonight” e “Never Let Me Down”. Due raccolte di brani non certo irresistibili (salvo qualche eccezione, vedi "Loving The Alien"), che giunsero in un periodo di crisi artistica ammesso dallo stesso Bowie. L’artista londinese confessò tutto il suo disagio per l'esito finale di questi due lavori, nei quali intravedeva del grande potenziale, che, per ragioni diverse, non riuscì a valorizzare come avrebbe voluto.
In un’intervista del 1989, parlando di “Tonight” e “Never Let Me Down”, Bowie dichiarò: “Pensavo fosse materiale ottimo, ma ridotto al livello di prodotto commerciale”. Ammise che “Tonight” mancava dello sforzo creativo che aveva caratterizzato le sue opere precedenti ed era più un pretesto per tornare a lavorare con l’amico Iggy Pop. Bowie aggiungeva: “Avrei dovuto non lavorarci in modo così ‘da studio’. Alcune canzoni furono davvero sprecate. Dovreste sentire le demo: il confronto con le versioni finali è come il giorno e la notte”. Il riferimento era, in particolare, a "Loving The Alien", realizzata in una versione meno soddisfacente di quella che il suo autore avrebbe desiderato. "La versione demo era meravigliosa, ve lo posso assicurare. Ma il brano nell’album… non è altrettanto meraviglioso, purtroppo”. Su “Never Let Me Down”, invece, Bowie voleva investire maggiore attenzione: “Sapevo di volere qualcosa che potessi portare in tour a livello molto concreto”, disse, per poi ironicamente firmare un accordo di sponsorizzazione con la Pepsi per finanziare un elaborato impianto scenico a tre palchi.
Negli anni 80 Bowie aveva lasciato alle spalle l’era art-rock ed era diventato una popstar di grande richiamo, in gran parte libero dalle dipendenze che lo avevano tormentato negli anni 70. Ma paradossalmente il successo si rivelò un ostacolo, per un artista da sempre incapace di sedersi sugli allori. “Osservavo la marea di persone che venivano ai concerti e mi chiedevo: quanti dischi dei Velvet Underground hanno queste persone a casa? Mi sentii presto estraniato dal mio pubblico. E fu deprimente, perché non sapevo cosa volessero in realtà”. È l’ennesimo paradosso bowiano: proprio dopo aver ottenuto quel successo planetario cui ambiva fin dai tempi di Ziggy Stardust, l’artista londinese si ritrovava in un vicolo cieco, che lo avrebbe portato a toccare il punto più basso della sua carriera: avrebbe dovuto attendere il nuovo decennio per tornare a pubblicare album all’altezza dei suoi standard.
Negli anni successivi Bowie giungerà a rinnegare in blocco il suo periodo 1984-1987. “Non mi interessava quello che facevo e lasciavo che chiunque mi dicesse cosa fare - racconterà nel 1993 - Lasciavo che arrangiassero le mie canzoni, che gli stilisti proponessero quelli che ritenevano magnifici vestiti alla moda. Io non volevo essere disturbato. Un'ondata di totale indifferenza mi aveva investito”. A mascherare la crisi, giungerà una nuova mossa di marketing: la smisurata tournée del Glass Spider Tour, che radunerà quasi tre milioni di persone negli stadi di 15 paesi per 86 concerti, con scenografie da kolossal kitsch, imperniate su un gigantesco ragno luminescente. Una sorta di Rocky Horror Show degli anni 80, in cui l’estetica camp e la teatralità grottesca del vecchio Diamond Dogs Tour si trasformavano in una cornice circense esasperata, allestita dal set designer Mark Ravitz.
Esaurita anche la sbornia del Glass Spider Tour, Bowie tornerà a fare i conti con l’impasse in cui era rimasto intrappolato. “Non sapevo più cosa stessi facendo - racconterà - Inebriato dal successo, avevo perso il mio naturale entusiasmo per le cose. Mi sentivo un contenitore vuoto e temevo che sarei finito come tutti gli altri, a fare quegli stupidi show del cazzo, a cantare Rebel Rebel finché non fossi caduto morto”. La scintilla in grado di riaccendere la creatività perduta si manifesterà nelle sembianze di un trentunenne chitarrista statunitense, di nome Reeves Gabrels, conosciuto alla fine del Glass Spider Tour. Attraverso il recupero delle radici rock'n'roll con i Tin Machine, Bowie sperimenterà una sorta di ritorno all’integrità perduta, di catarsi purificatrice dell'edonismo e del disimpegno successivi all’exploit commerciale di "Let’s Dance". Colui che era divenuto uno dei massimi divi del rock mondiale si trasformerà semplicemente nel membro di un gruppo, suonando in piccoli club, come a voler ricercare un nuovo anonimato, dopo quello che l’aveva fatto rinascere a Berlino. I due Lp a nome Tin Machine non resteranno scolpiti nella storia del rock. Eppure sarà proprio quella scossa hard rock a riattivare l’energia di Bowie, traghettandolo nei brillanti esperimenti del decennio successivo.