Quando il dirigibile dei Led Zeppelin fece irruzione nell’universo rock

12-01-2026
Quando quel dirigibile affiorò dai banchi dei negozi di dischi, quel 12 gennaio del 1969, nessuno intuì che il rock era entrato in una nuova dimensione. Forse perché, in fondo, il debutto di quei quattro ragazzi britannici non stava inventandosi quasi nulla, ma, anzi, scopiazzava a destra e a manca, attingendo a piene mani dal repertorio blues e rock-blues degli anni 50 e 60. Eppure, per uno dei più vistosi paradossi della storia del rock, si stava consumando una rivoluzione in piena regola: nasceva l'hard-rock (o hard-blues che dir si voglia, anche se, a onor del vero, una menzione ai Blue Cheer, che esordirono nel 1968, va fatta), proprio mentre, non molto lontano, usciva "Black Sabbath", che spianava la strada all'heavy metal.

Il debutto dei Led Zeppelin, pubblicato semplicemente come "Led Zeppelin", arrivava in un momento in cui il linguaggio del rock appariva già saturo: il blues era stato metabolizzato, la psichedelia aveva raggiunto i suoi apici, il pop-rock britannico dominava le classifiche ma sembrava aver esaurito la sua spinta propulsiva. Il gruppo giusto al momento giusto, insomma. Anche se era nato quasi per scommessa. Jimmy Page, reduce dall’esperienza negli Yardbirds e già considerato uno dei chitarristi più richiesti della scena londinese, aveva insieme una formazione nuova partendo da musicisti tecnicamente solidissimi ma ancora lontani dalla celebrità. Robert Plant arrivava dai pub di provincia, John Bonham portava con sé una concezione fisica e brutale della batteria, John Paul Jones era il classico uomo-ombra: arrangiatore formidabile, sessionman di lusso, mente musicale raffinata. Nessuno di loro aveva davvero in testa un linguaggio nuovo, ma tutti contribuirono a trasformare quello esistente, fino a renderlo irriconoscibile.
La registrazione dell’album sarà rapida, quasi brutale quanto il suono che ne scaturirà. Nell’autunno del 1968, agli Olympic Studios di Londra, il disco prenderà forma in poche decine di ore, autofinanziato da Page, che manterrà il controllo artistico totale: microfoni piazzati a distanza per esaltare l’ambiente, volumi altissimi, batteria trattata come uno strumento protagonista e non come semplice accompagnamento. Sarà l'humus di brani storici come "Good Times, Bad Times", "Babe I'm Gonna Leave You", "Dazed And Confused", "Communication Breakdown"...



Una cover storica

Anche l’immagine scelta per la copertina contribuisce a definire l’identità del disco. Jimmy Page opta per una fotografia storica: il dirigibile Hindenburg che esplode in fiamme il 6 maggio 1937, immortalato dal fotografo Sam Shere. Non è una provocazione gratuita, ma un riferimento diretto alla genesi del nome della band. Durante una conversazione tra Page, Jeff Beck e due membri degli Who, Keith Moon aveva ironizzato sul destino di un ipotetico supergruppo, dicendo che sarebbe “crollato come un pallone di piombo”. John Entwistle rincarò la dose parlando di uno “zeppelin di piombo”. L’espressione, trasformata in Led Zeppelin, diventa identità e profezia al contrario.

L’artwork non è una semplice riproduzione fotografica. Viene rielaborato dall’illustratore George Hardie, che ridisegna l’immagine a mano con una penna tecnica Rapidograph, utilizzando una fitta trama a mezzatinta. Il risultato è un’immagine più astratta, iconica, sospesa tra cronaca e simbolo. Hardie aveva inizialmente proposto un’altra idea, un dirigibile che fluttua tra le nuvole ispirato a un’insegna di San Francisco. Page la rifiuta, ma quell’intuizione sopravvive: diventerà il logo sul retro del disco e accompagnerà anche il secondo album e le prime campagne promozionali.
Il retro di copertina presenta invece una fotografia scattata da Chris Dreja, ex Yardbirds, che ritrae la band in controluce, già avvolta da un’aura quasi mitologica. Anche qui nulla è casuale: anonimato, compattezza, assenza di protagonismi visivi.

La copertina finirà al centro di una curiosa controversia nel 1970, quando, per un concerto a Copenaghen, la band sarà costretta a esibirsi sotto il nome di “The Nobs” a causa delle proteste di Eva von Zeppelin, parente del fondatore della celebre compagnia di dirigibili, indignata dall’associazione tra il cognome e un disastro in fiamme. Decenni dopo, il critico Greg Kot sintetizzerà perfettamente il senso di quell’immagine: sesso, catastrofe, energia che esplode. Esattamente ciò che si trova nei solchi del disco.

La rivoluzione nell'alchimia

Dal debutto in poi, i Led Zeppelin hanno saputo creare un suono unico, fondamentale, semplicemente vestendo con dei panni nuovi una musica che ormai cominciava a diventare vecchia. Una rivoluzione formale, basata in gran parte sul sound, talmente massiccia, però, da travolgere anche la sostanza, tanto da dare il la a buona parte dell'hard rock sviluppatosi negli anni a venire, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove è ancora ben visibile lo spettro del dirigibile su molte band.
E' vero che questo "I" è essenzialmente un disco di rock blues, ma la batteria di John Bonam è un martello senza tregua, è l'antitesi della delicatezza, una delle icone acustiche (mi si passi la sinestesia) più vistose di sempre, la voce di Robert Plant certamente non è da meno, con il suo falsetto grintoso e inimitabile, e che dire dello stile chitarristico di Jimmy Page, uno dei virtuosi della sei corde più fantasiosi ed innovativi di tutti i tempi, con quel suo mood isterico e preciso al tempo stesso, grande sperimentatore delle accordature delle chitarre (è un piccolo gioiello in questo senso "Black mountain side", dalle reminiscenze orientaleggianti) e dei suoni in sala di registrazione (si pensi, ad esempio, all'uso dell'archetto per violino sulla chitarra nella parte centrale, quella più psichedelica, di "Dazed And Confused"), con Jimi Hendrix forse il più influente chitarrista della storia del rock. Un cenno è doveroso anche nei confronti del bassista-tastierista John Paul Jones, figura un po' in ombra rispetto agli altri tre Zeppelin, ma del tutto immeritatamente, visto e considerato che è certamente il più fine conoscitore della teoria musicale e il miglior arrangiatore fra i componenti della band (prima di entrare negli New Yardbirds - i Led Zeppelin "in fieri" - era un richiestissimo session man, ha lavorato anche con i Rolling Stones per la registrazione di alcune tastiere in "Their Satanic Majesties Request"), nonché un ottimo e personalissimo bassista. Uno di quei casi in cui ognuno è perfetto al suo posto, nulla può essere toccato. I Rolling Stones se la sono cavata bene anche senza Brian Jones, i Led Zeppelin non avrebbero potuto esistere senza qualsivoglia dei quattro componenti. Ne è la riprova lo scioglimento immediato della band in seguito alla morte di John Bonham.

È da questo equilibrio instabile tra tradizione e brutalità che nasce l’hard rock come lo intendiamo ancora oggi. Un suono che, come il dirigibile in copertina, sembra sul punto di schiantarsi da un momento all’altro, ma che proprio in quella tensione trova la sua forza. Da lì in poi, nulla sarà più lo stesso.

Led Zeppelin su OndaRock

Vai alla scheda artista