Sono più di dieci anni che in Italia si fa la trap, tanto che per molti è diventato sinonimo di
rap italiano contemporaneo: se fai delle rime su un
beat nell’idioma di Dante, qualcuno ti etichetta come trap, e spesso lo fa per insultare. È la pigrizia intellettuale e musicale a causare questa superficialità, certamente, ma anche la difficoltà comprensibile di cogliere le differenze tra questo o quell’altro artista in una scena satura, promiscuamente imparentata con il
mainstream più becero delle
hit estive, del
Festival di Sanremo, delle ospitate nei programmi della televisione generalista o dei prodotti Netflix più dozzinali (caro “La nuova scena”, sto pensando a te). Tolti coloro per i quali la musica trap è la musica della propria generazione, cioè grosso modo la Gen Z (15 - 30 anni), gli altri faticano anche a notare la differenza tra una canzone e l’altra, tra un cantante e l’altro. D’altra parte, ogni speaker possibile dei luoghi pubblici pompa
trappitaliana, o quello che l’ascoltatore
causal percepisce come
trappitaliana,
sine requie (l’uso del latino serve a dimostrare che non sono Gen Z, ovviamente). Pertanto, per sineddoche, in questo articolo parleremo di
trappitaliana intendendo con questa etichetta tutto il pop-rap mischiato a reggaeton, it-pop, dance, cantautorato e
vattelappesca che l’ascoltatore poco interessato a queste cose percepisce come, appunto,
trappitaliana.
Andiamo avanti, abbiate fiducia in me. In tutto questo, la scena della
trappitaliana, inflazionatissima da troppi anni, ci mette comunque il suo pubblicando a getto continuo album mediocri, promettendo astri nascenti che si distruggono contro il primo singolo inefficace, scandalo
social o collaborazione che indispettisce il target sbagliato. Visto che l’offerta supera di gran lunga la domanda, è la domanda a imporre le regole del gioco e
usa-e-getta nuovi volti a un ritmo folle, creando
one hit wonder a ciclo continuo. A volte,
mezza hit wonder.

L’omologazione è imperante, tipica delle produzioni di massa. Una rassegna assai incompleta dei
cliché della
trappitaliana potrebbe comprendere la necessità insopprimibile di citare Tony (Montana) e (Alejandro) Sosa di “Scarface” di
Brian De Palma e possibilmente anche “Il Padrino” di Coppola, ma anche l’uso diffuso di una sintassi costruita su brand di lusso,
bitch,
snitch,
bro,
frate, baddie e altri termini
giovanissimi. Ci sono così tanti album di
trappitaliana che volendo si potrebbe fare una statistica per scoprire quanti si raccontano “partiti dal basso”, cresciuti “nel quartiere” o peggio ancora “nel blocco”, invischiati con più o meno entusiasmo nello spaccio delle droghe, chiaramente identificate con un ventaglio di nomignoli neanche tanto fantasiosi, se si è accumulato qualche giorno di ascolti di
trappitaliana come, tristemente e colpevolmente, il sottoscritto.
Si somigliano troppo spesso le immagini, i racconti, le rime, le produzioni, le
boutade che anticipano gli album e i
mixtape (parola caduta in disuso, peraltro, dopo anni di entusiasmo giornalistico-musicale). Tutto, o quasi, sembra
trappitaliana perché i nomi principali spuntano nei dischi di cantanti pop e quest'immaginario, peraltro molto spesso ricalcato inizialmente dalla scena francese e oggi sempre più da quella statunitense, ha finito per condizionare anche chi nel
blocco non ci ha mai vissuto, non va
loco per la
coco e la cosa più illegale che ha mai fatto è guardarsi una puntata dei Simpson su un sito di
streaming illegale.
Il nuovo trapper o, più raramente, la nuova trapper, si vanno ad aggiungere a una lista lunghissima di nomi che solo in minima parte riusciranno a resistere più di qualche mese nel
mainstream. Nel frattempo, chi in Italia suona
hip-hop come si fa da una trentina d’anni rimane schiacciato da tutto questo, relegato ai confini di un mercato che è troppo impegnato a convincerci che c’è un nuovo diciannovenne che Nas
levate,
game changer assoluto che ovviamente non sopravvive al secondo mini-album, si svende con un singolo con un residuato di “X Factor”
duemilaqualcosa e infine torna buono solo per la televisione della domenica pomeriggio o per un onesto lavoro di responsabilità e fatica, altro che la
trapstar.
Quindi che fare? Disperarsi e arrendersi, d’altronde la fine è chiaramente vicina e ormai nulla può essere salvato? Ognuno potrebbe così tornare ad ascoltare la musica della propria adolescenza, chiaramente oggettivamente assolutamente incontrovertibilmente migliore. Certamente, si può, ed è un rifugio sacrosanto, a patto magari di far sbollire la rabbia del
non-più-giovane per capire che fuori dal
mainstream esiste altro e che mai come oggi la scena hip-hop italiana è ricca di alternative, sommerse dal nuovo incredibile diciassettenne dopato dalla
major come un novello
Rakim di Tor Bella Monaca.
Un progetto che è riuscito a fare la differenza in questo senso e che dà un ottimo punto d’accesso a un altro hip-hop italiano, che persino i più
causal faticheranno (si spera) a catalogare come
trappitaliana, è quello di Make Rap Great Again, conosciuto anche come MxRxGxA. Questo proposito di ritrovare la grandezza di un tempo, che ricalca ironicamente il motto di Donald Trump, si concretizza in una serie sconfinata di
mixtape e album animati da numerosi artisti di quella parte dell'
underground più legato all’idea di un hip-hop con tante rime e pochi ritornelli, basato sull’impatto delle barre e sull’abilità al microfono più che su
autotune e contaminazioni ballabili tanto di moda tra
anni Dieci e Venti in Italia. Hardcore, certamente, ma anche contemporaneo, con basi spesso
drumless, riferimenti attualissimi e un'immersione totale nell'italianità passata e presente.
A capo di tutto troviamo il
producer-rapper veneto Matteo “Gionni Gioielli” Prata, affiancato da numerosi collaboratori (rapper, fotografi, grafici). Chiaramente ispirati inizialmente allo stile peculiare della
label statunitense Griselda (per capirci, quella che pubblica
Conway The Machine), con abbondanza di
sample jazz e soul a cui sovrapporre testi aggressivi ed
explicit, il progetto annovera tra le sue tante stravaganze anche la volontà di accomunare le varie
release attraverso titoli dei brani che si colleghino a un medesimo tema portante, peraltro toccato solo occasionalmente nei testi dei brani o attraverso brevi inserti audio.
C'è un album, "Michele Alboreto" (2019), incentrato sul mondo della Formula 1, ma anche il
covid album "Pray 4 Italy" (2020), quello sull'"Alta moda" (2020) e uno ispirato alla microcriminalità milanese intitolato "Ligera Memories" (2022).
La vasta discografia è un mondo da esplorare, pieno di riferimenti più o meno ricercati, nomi, discorsi, modi di dire e fatti di cronaca più o meno sepolti nel tempo.

A partire dal primo album “Young Bettino Story” (2018) le pubblicazioni sotto questa sigla e nella carriera parallela e intrecciata di Gionni Gioielli sono decine e continuano a un ritmo di una manciata ogni anno, fino al 2023. Sparsi in decine di
mixtape, singoli e album si possono trovare rime affilatissime,
beat atmosferici e malinconici e tutto un sottobosco di rapper (Lil'Pin, Armani Doc, Nex Cassel, Gionni Grano, RollzRois, EliaPhoks, Bras, St. Luca Spenish, Montenero, Toni Zeno ecc.) che, rifiutando in ogni modo i suggerimenti del mercato, propongono un
sound fuori dalle mode e dal tempo, tributo all’
hip-hop e dichiarazione d’amore verso di esso. Alla prova della strofa queste voci diventano un concentrato di
flow, di
wordplay, di sarcasmo e di immaginazione, conservando una sanguigna intensità.
Nell’agosto del 2023 Gionni Gioielli annuncia, però, la fine del progetto, dopo cinque anni che hanno portato alla pubblicazione di decine e decine di brani e una trentina di
release. Un momento, comprensibile, di stanchezza, che comunque ha portato alla pubblicazione di “The Greaters” (2023), una conclusiva autocelebrazione che vede sfilare tutti i protagonisti del progetto e che, anche se quasi nessuno l’ha raccontato, è uno degli album hip-hop italiani da ascoltare tra quelli degli ultimi anni. La buona notizia è che poi Gionni Gioielli ci ha ripensato, ed è arrivato un nuovo album, “Be Great F.C.”, pubblicato a maggio 2024. Chi si è immerso nel mondo di MxRxGxA ritroverà tutte le peculiarità del progetto, compresi i riferimenti culturali che non ti aspetti e che, se non si è Gen Z, si apprezzano molto di più. I titoli dei brani sono quelli di calciatori, da Paolo Montero a Marco Materazzi.
Un altro rap italiano, dunque, non solo è possibile, ma c’è un vasto sottobosco di rapper che lo praticano da anni. Make Rap Great Again si è guadagnato una nicchia in un mercato ostile, selettivo e appiattito sulla banalità: con il senno di poi, direi che si può cambiare il nome in “Made Rap Great Again” e continuare a darci una visione di cosa accade nell'
underground ancora per qualche anno, prima di fuggire a Hammamet.