Una svolta a 45 giri. Il 1980 segna un’anomalia significativa nella traiettoria dei Pink Floyd: una band che aveva costruito la propria reputazione sul formato 33 giri, attraverso concept-album e strutture narrative complesse, si ritrova improvvisamente catapultata in vetta alle classifiche dei singoli. Il 22 marzo di quell’anno, infatti, “Another Brick In The Wall (Part II)” raggiunge la vetta della Billboard Hot 100, dove rimarrà per quattro settimane, diventando il primo e unico numero 1 americano della loro carriera. Un risultato che si consoliderà simbolicamente il 18 aprile 1980, quando il brano diverrà il singolo di maggior successo del gruppo negli Stati Uniti.
Eppure anche quel singolo non è altro che un tassello, anzi, un mattone, per restare in tema, di un altro concept-album, ovvero “The Wall”, undicesimo album in studio della band inglese, pubblicato il 30 novembre 1979 (l’8 dicembre negli Usa). Un doppio Lp concepito quasi interamente da Roger Waters, costruito come un racconto unitario incentrato sull’isolamento progressivo del protagonista Pink. In questo contesto, “Another Brick In The Wall (Part II)” non è dunque un brano autonomo, bensì parte di una sequenza narrativa che si sviluppa a partire da “The Happiest Days Of Our Lives”, a cui è collegato senza soluzione di continuità attraverso un urlo dello stesso Waters. Nonostante la natura fortemente concettuale del disco e la complessità dei suoi temi, “The Wall” si rivelerà immediatamente un successo commerciale. Trainato proprio dal singolo, pubblicato negli Stati Uniti l’8 gennaio 1980, l’album raggiungerà il primo posto della classifica americana già nella settimana del 19 gennaio, restando in vetta per quindici settimane consecutive e ottenendo le certificazioni di disco d’oro e di platino il 13 marzo dello stesso anno. Si tratta del terzo album dei Pink Floyd a raggiungere la cima delle classifiche statunitensi dopo “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”, mentre “Animals” si era fermato alla terza posizione.
Il successo del singolo rappresentava comunque una significativa deviazione rispetto alla prassi consolidata della band. Per gran parte degli anni Settanta, infatti, i Pink Floyd avevano ignorato deliberatamente il formato del singolo, privilegiando opere da ascoltare nella loro interezza. Eventuali hit radiofoniche, come “Money”, erano il risultato di scelte autonome dei programmatori, non di una strategia commerciale del gruppo. Con “The Wall”, questo atteggiamento cambia parzialmente, anche grazie all’intervento del produttore Bob Ezrin. Ezrin individua nel demo di “Another Brick In The Wall (Part II)” un potenziale crossover, suggerendo un arrangiamento basato su un ritmo regolare, vicino a una scansione disco. La canzone, inizialmente più breve, viene ampliata anche attraverso una soluzione inedita: l’inserimento di un coro di bambini, composto da 23 ragazzi della quarta classe di musica della Islington Green School di Londra con età compresa fra i 13 e i 15 anni, sotto la guida del professore Alun Renshaw. Il loro intervento, soprattutto nel celebre ritornello, contribuisce a definire l’identità del brano, trasformandolo in un manifesto immediatamente riconoscibile contro un sistema educativo percepito come repressivo.
Annunciata dall'arrivo degli elicotteri, questa inedita dimostrazione di funk-rock floydiano è di una semplicità disarmante, essendo costruita su un solo accordo, ma mantiene a distanza di decenni un pathos impressionante, e davvero poco importa se il celeberrimo solo di chitarra non era stato scritto neanche da Gilmour. Soprattutto il coro dei bambini resta memorabile. Singolo trainante di “The Wall”, imperversò a lungo nelle radio di tutto il mondo e scatenò le ire del governo razzista del Sudafrica che ne proibì la diffusione, in quanto gli slogan del ritornello ("non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero") vennero utilizzati dai manifestanti neri in occasione dell'anniversario della sommossa di Soweto repressa nel sangue. Tutte le copie vennero ritirate dai negozi e per chi ne possedeva una pesò addirittura la minaccia della galera. Un eterno inno di libertà da ogni forma di oppressione.
A rafforzare l’impatto del brano contribuirà anche il videoclip, che alterna sequenze tratte dal film “Pink Floyd – The Wall” a segmenti animati, amplificando la dimensione visiva e simbolica del progetto. Il risultato è un brano che, pur mantenendo una funzione interna all’economia narrativa dell’album, riesce a vivere di vita propria, imponendosi come il pezzo più noto del repertorio della band inglese. Il paradosso è evidente: proprio mentre portano alle estreme conseguenze la logica dell’album concettuale, i Pink Floyd ottengono il loro massimo successo nel formato che avevano sempre considerato secondario. Un episodio isolato, destinato a non ripetersi, ma sufficiente a collocarli, per un breve periodo, al centro del pop-rock mainstream internazionale.