Il Muro del Canto

Il Muro del Canto

Western sulle rive del Tevere

intervista di Claudio Fabretti

Dopo il successo dell'esordio “L'Ammazzasette”, la nutrita formazione capitolina del Muro Del Canto è tornata con un disco, "Ancora ridi", in cui la tradizione della canzone popolare romana si mescola ad accenti più rock, mutuati anche dall'approccio live frutto di una fortunata tournée. Incontriamo Alessandro Pieravanti (voce narrante, percussioni) e Giancarlo Barbati (chitarra elettrica) per cercare di decifrare l'identità di questa promettente creatura, nata nel sempre più fertile laboratorio folk romano.

Avete appena pubblicato l’album “Ancora ridi”, che segna un’evoluzione della vostra formula verso sonorità più rock. Quali obiettivi vi proponete con questo nuovo lavoro?
Alessandro Pieravanti: È il nostro secondo album dopo “L’Ammazzasette”, un disco che era stato scritto un po’ più in studio e rispecchiava un lavoro più cantautorale. “Ancora ridi”, invece, risente degli oltre cento concerti che abbiamo fatto in giro per l’Italia, rappresenta tutte le nuove influenze che abbiamo mescolato in questa tournée e quindi anche l’impatto con il palco e con il pubblico. Inevitabilmente il risultato è stata un’atmosfera molto più dinamica e più rock. C’è sempre una forte matrice romana, ma è più che altro un’atmosfera cui ci rifacciamo. In realtà, ci rivolgiamo a un pubblico nazionale e abbiamo anche un programma un tour italiano.

Il Muro del Canto su Blow-UpL’esistenza di una scena romana è però una realtà che non si può più ignorare. Ad esempio, sulla copertina dell’ultimo Blow-Up apparite insieme ad Ardecore, Ave Aò, Bandajorona, Emilio Stella, Alessandro Mannarino e Orchestraccia come i portabandiera del nuovo folk-rock capitolino. Vi riconoscete in questa definizione?
Alessandro Pieravanti: Sì, negli ultimi cinque anni sono nate molte band e alcune hanno anche avuto un certo successo. Si è un po’ sdoganata l’idea di musica popolare romana, svincolandola però dalla dimensione del solo stornello o della sola tradizione folk. Si è scoperto che quella base poteva essere uno spunto per un suono nuovo, che si confrontasse con il rock, con varie sonorità underground. Tutto questo grazie a tante contaminazioni, e ognuno ha portato le sue, in modo personale e peculiare.

Nel caso degli Ardecore, ad esempio, c’è stata una forte commistione con elementi post-rock, quindi con suoni decisamente moderni e arrangiamenti completamente rinnovati. Nel vostro caso, però, i pezzi nascono “nuovi” fin dall’inizio...
Alessandro Pieravanti: Già, per quanto ci riguarda noi suoniamo esclusivamente brani nostri, cercando proprio di unire sonorità tradizionali (con strumenti come la fisarmonica, il violino) e moderne, penso alla chitarra elettrica di Giancarlo, ma anche a certo folk d’oltreoceano contemporaneo.

E i vostri testi, invece?
Alessandro Pieravanti: Nelle nostre storie non c’è un chiaro riferimento al passato e quindi una riscoperta della memoria, se non in alcuni casi specifici. C’è più che altro un tentativo di scrivere senza tempo, perdendo ogni riferimento cronologico: le canzoni potrebbero essere ambientate cento anni fa come oggi.

I vostri testi raccontano spesso storie di rabbia, di fame e di disperazione, come proprio nella tradizione della canzone popolare romana. Non sarà proprio la realtà che viviamo in questi anni a renderli attualissimi?
Giancarlo Barbati: È proprio quello che volevo dire! I problemi sono gli stessi, cosa che non credo sia molto positiva... L’immaginario sta all’ascoltare sceglierlo: potrebbe essere ambientato a Trastevere negli anni Venti oppure a Ponte di Nona nel 2013, questa è la caratteristica delle nostre canzoni.

Secondo voi, perché per tanti anni questo mondo della canzone romana è stato relegato a musica da osteria da parte degli stessi italiani che magari si invaghivano delle gighe irlandesi, delle trombe mariachi o del folk balcanico?
Alessandro Pieravanti: C’è un po’ una forma di snobismo all’italiana nei confronti di tante cose che ci appartengono e vengono poi sempre riscoperte dopo. C’è un’ansia di voler dimostrare di essere moderni, di essere in linea con le cose che arrivano dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, soprattutto in ambito musicale. Come se ci si vergognasse delle proprie tradizioni. Poi si arriva a un punto in cui c’è qualcuno che ha il coraggio di ritirare fuori quelle cose e di dimostrare che meritano attenzione. E a quel punto avviene l’eccesso opposto, altrettanto negativo: quel patrimonio viene saccheggiato da tutti e diventa una moda.

Il Muro del Canto - Alessandro PieravantiLo avvertite come un pericolo anche nel vostro caso?
Alessandro Pieravanti: Sì, non ci piace l’idea di essere facilmente etichettati nel nuovo filone romano. Noi facciamo delle canzoni, abbiamo scelto di cantarle in romano – non in quello antico, ma in quello di oggi – perché utilizziamo un linguaggio molto diretto, come se stessi raccontando una storia a un amico, nel modo in cui tu, non avendo una dizione perfetta – non tu, io! (ridiamo) – sei abituato a fare. Così le parole arrivano in modo più diretto, a ruota libera, infischiandosene a volte persino delle regole lessicali. E questo approccio ha un forte impatto sul pubblico. Ma da qui a dire che uno vuole seguire il trend della musica romana ce ne passa... Semmai sono alcune nuove band che si stanno formando oggi, sul modello nostro o degli Ardecore, a uniformarsi un po’ a un certo stile. Non lo dico per presunzione, ma solo perché non c’è proprio la volontà da parte nostra di contribuire a formare una “scena” di quel tipo.

Quanto è importante per la vostra musica la dimensione live?
Giancarlo Barbati: Moltissimo. Noi nasciamo soprattutto sul palco. Questo disco, poi, è veramente un frutto live, alcuni pezzi li abbiamo scritti addirittura durante i soundcheck. È una dimensione che ci appartiene e anche il contatto con il pubblico ci diverte molto.

Nelle vostre canzoni c’è anche una forte impronta cinematografica, penso ai temi epici di Morricone ma anche a certe sonorità western. Come avviene questa interazione in fase di scrittura?
Alessandro Pieravanti: Sicuramente c’è l’influenza di tanti film che ci hanno formato, come persone, oltre che come musicisti. Siamo molto legati ai grandi registi italiani, da Pasolini a Fellini, a tutto il filone del neorealismo e anche a grandi figure di riferimento per Roma, come Anna Magnani o Alberto Sordi. Tutto ciò ci ha influenzato fin dall’infanzia contribuendo a formare un immaginario molto forte. Il nostro approccio quindi risente molto di queste influenze. E quanto all’epica western, siamo molto appassionati di quel genere di film e ci piace molto fare il parallelo tra Roma e il Far West: questa città così caotica e conflittuale fa pensare proprio a una battaglia western con i cavalli e le pistole. Ci piace quindi mischiare le tematiche attuali e passate di Roma con le musiche western, per ricreare quel tipo di atmosfera.

Anche i vostri video, in fondo, sembrano quasi cortometraggi...
Alessandro Pieravanti: Sì, abbiamo realizzato una serie di videoclip con la SoloBuio Visual Factory, e tutto il progetto cerca di trasformare le nostre atmosfere in chiave cinematografica, grazie soprattutto al regista Carlo Roberti, che ha doti più vicine al cinema che alla produzione di videoclip in senso stretto.

In collaborazione con "Leggo"

Discografia
L'Ammazzasette (Goodfellas, 2012)
 Ancora ridi (Goodfellas, 2013)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

La spina
(videoclip, da L'Ammazzasette, 2012)

Il canto degli affamati
(videoclip, da Ancora ridi, 2013)

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Recensioni

IL MURO DEL CANTO

Ancora ridi

(2013 - Goodfellas)
Seconda prova per la band romana, artefice di un folk-rock selvaggio e incisivo

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