Loya

Corail

2018 (Mawimbi) | electro-maloya, afro-house

Dalle ex-colonie portoghesi alla Colombia, dal Sudafrica all'Egitto, passando per la Malesia e gli staterelli del Golfo Persico: l'abbassamento dei costi delle tecnologie e il desiderio di modernizzazione ha spinto tanti musicisti della cosiddetta periferia (nessun intento offensivo con questo termine) a guardare con maggiore profondità nelle tradizioni delle proprie terre, proponendole in una chiave più vicina alle estetiche e alle attitudini della contemporaneità. Ora, Loya (nome d'arte di Sebastien Lejeune), attivo in questo ambito da più di tre lustri, precorre e non di poco l'ondata dei nuovi producer dediti ad analoghe operazioni di scavo e aggiornamento. Il suo output discografico, tuttavia, è talmente fresco e prorompente che non si fatica ad annoverarlo tra i migliori esponenti di questo florido contesto produttivo.
Di stanza nella Francia continentale ma cresciuto sull'isola di Réunion, il musicista da anni si dedica al recupero e all'attualizzazione dei suoni tradizionali dell'Oceano Indiano, innestando sul loro corpo ritmico e compositivo nuovi approcci estetici e possibilità stilistiche inedite. Col breve, ma densissimo “Corail”, l'artista arriva a un punto di snodo fondamentale nella sua carriera, operando una sintesi efficace tra le molteplici direttrici del suo ricco patrimonio espressivo.

Profondamente influenzato dalle innovazioni degli Autechre e dei Boards Of Canada, Loya non esita a iniettare dosi copiose di Idm, techno e spunti house nell'ossatura di generi quali maloya e séga, le espressioni musicali caratteristiche della natia Réunion. È soprattutto con la prima però (notare anche il moniker prescelto da Lejeune) che l'artista si diverte a sperimentare, scavando nei suoi solchi alla ricerca di una nuova essenza, di ulteriori possibilità comunicative, slegate dal suo scheletrico apparato strumentale. I poliritmi insiti nella natura stessa del genere diventano quindi materia tanto per sintetizzatori e pattern programmati, quanto per le percussioni della tradizione, in una dialettica che porta allo sviluppo di un'idea del tutto divergente di folktronica.

La complessità delle segmentazioni ritmiche, evidente sin dall'iniziale “Home I”, è uno dei tanti elementi su cui interviene la mano sapiente di Lejeune, capace di accostare alla natura selvaggia, frenetica dei suoi pattern una tangibile consistenza atmosferica/descrittiva. Scenari lussureggianti, ben separati da triti cliché tropicali (la bass-music melodica di “Ti Lélé”) convivono accanto a concitate riletture degli ingredienti fondanti la maloya (gli screzi sintetici di “Oulké”). Inattesi accelerando esaltano sonnacchiosi campionamenti marittimi, lasciando pure il dovuto spazio ad affascinanti assoli di fisarmonica (“Madaccordion”), nel mentre può esserci però anche tempo per momenti più cupi e minacciosi, con cui dare nuovo spolvero a un materiale di partenza estremamente duttile (la microhouse frammentata di "Desert").

Bandita fino agli anni 70 per i suoi contenuti lirici inneggianti all'autonomismo, ma inserita tra i patrimoni immateriali dell'Unesco nel 2009, con l'arrivo dei nuovi mezzi tecnologici la maloya oramai è parte integrante della contemporaneità, rivelandosi corrente stilistica plastica e ricettiva. Con un disco come “Corail” e una mente creativa come quella di Loya, si può solo essere certi che non avrà problemi ad accattivarsi le grazie di molti.

(09/01/2019)

  • Tracklist
  1. Home I
  2. Ti Lélé (ft. Menwar)
  3. Oulké
  4. Maddacordion (ft. Régis Gizavo)
  5. Tilamp Tilamp
  6. Verblan
  7. Desert
  8. Zenfant
  9. Amba (ft. Menwar)
  10. Home II


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