Libri

Cani Bastardi

Perché era lì

di Salvatore Setola
Autore: Cani Bastardi
Titolo: Perché era lì. Franti. Antistorie da una band non classificata.
Editore: Nautilus Autoproduzioni
Pagine: 319 (con Dvd in allegato)
Prezzo: Euro 18,00
 
È uscito da qualche mese per la casa editrice Nautilus un volume che ripercorre la vicenda umana, artistica e finanche spirituale dei Franti, band-cardine della scena post-punk tricolore. Più che un libro, è venuto fuori un mosaico fatto di tessere policrome che colgono l'essenza del collettivo torinese, attivo tra il 1982 e il 1987, attraverso racconti spiazzanti, controstorie, viaggi musicali e memorie intime. Per approfondire alcuni aspetti di una pubblicazione preziosissima, OndaRock ha incontrato Luca Buonaguidi, uno dei curatori del volume, nonché coordinatore dell'intera operazione.

Cominciamo dalla struttura del volume, che è profondamente originale. Non è una biografia, e nemmeno un racconto. Lo definirei piuttosto un affresco corale - con contributi tra gli altri di Stefano Giaccone, Miro Sassolini, Lorenzo Mei, Roberto Banchini - in cui ogni singolo intervento inquadra la vicenda dei Franti da una prospettiva personale, quasi intima direi. Non a caso la divisione in capitoli è ispirata al giardino del tempio di Ryoan-ji a Kyoto, costituito da quindici grandi massi disposti in modo che da qualsiasi posizione vengano visti, risultino quattordici. Una pietra resterà sempre invisibile e per coglierla occorrerà cambiare punto di osservazione, congiurando inevitabilmente la perdita di un'altra. È un riferimento che mi ha colpito molto perché è come se si volesse avvertire il lettore che è impossibile risolvere l'esperienza di Franti in un quadro di completezza. Al di là dell'omaggio al titolo di un loro disco, la scelta vuole suggerire che nella loro vicenda c'è qualcosa che sfuggirà sempre?
La scelta è dettata dall'intenzione di fare un libro intorno a Franti, alla Franti e non su Franti. Volevamo un libro che si potesse leggere come un romanzo critico, un quaderno d'esplorazione, un poema in prosa o qualsiasi altra cosa di discostasse dal formato della classica biografia musicale, che non avrebbe potuto testimoniare la natura frammentaria e multicentrica dell'esperienza dei Franti come spirito epitome della Torino negli anni Ottanta, ma soltanto - saichepalle? - come band punk nel mucchio. Invece questo è un libro che, come una raccolta di koan zen, si può aprire a caso in cerca di una storia oltre a leggere compiutamente dall'inizio alla fine, popolato da poeti, esploratori, musicisti, delinquenti, centravanti, iconoclasti, anarchici, invisibili... Fino a un mucchietto zen di pagine bianche. Un libro per ogni anima curiosa, e non per soli musicofili. Chiede energia, dà energia. L'immagine enigmatica e illuminante del giardino del tempio di Ryoan-ji è la struttura stessa del libro, diviso in quindici pietre-capitoli e tenuto unito dallo spazio tra una pietra e l'altra. Ogni sasso una storia, accesa da una luce in movimento che da respiro a ognuna con tempi diversi. Quella luce è lo spirito di Franti. Le storie le pietre. Il giardino il libro.
 
Nel volume si intrecciano un sacco di ricordi individuali, di frammenti letterari, di collegamenti a musicisti anche molto distanti dal linguaggio dei Franti. Penso alla scelta, in particolare, di inaugurare la Pietra n. 1 con la storia di George Mallroy, l'alpinista inglese che tentò per primo di scalare l'Everest, impresa che gli costò la vita nel 1924. Il suo corpo fu ritrovato solo nel 1999 e il titolo del libro "Perché era lì" parafrasa una sua citazione: "Perché vuoi scalare l'Everest? Perché è lì". Quale Everest hanno scalato i Franti e cosa hanno in comune con Mallroy?
Non lo so, come sostiene Lalli nel libro è troppo presto per storicizzare Franti e anche per questo abbiamo fatto altro. Ma come ho scritto nella pietra che citi, "non importa se Mallory abbia raggiunto la vetta dell'Everest o no. È importante che un uomo una mattina qualsiasi sia uscito di casa per provarci". Anche perché oggi si scala l'Everest con ascensioni addomesticate, "Mallory invece saliva nell'ignoto come un fanatico", dice Messner. La storia della scalata impossibile dell'Everest di Mallory ci affascina nella misura in cui avvertiamo una forza che intende realizzare una cosa, senza interrogarne il senso. E l'azione che conferisce senso. Franti, come Mallory, era pura azione. Azione in musica! E come il corpo di Mallory sparisce tra le nubi a poche centinaia di metri dalla vetta, Franti come corpo è espulso dalla scuola e sparisce dal libro Cuore. Ma come cantano i Negazione, "lo spirito continua"...
 
Al libro ha contribuito Stefano Giaccone, uno dei fondatori dei Franti. La sua pietra n. 5 si intitola "Il suono del comunismo", sebbene il logo della band - che campeggia anche in copertina - cerchiasse la "A" suggerendo intenti anarchici. Premesso che lo stesso Giaccone spiega che il termine Comunismo è utilizzato - più che in riferimento a un'area politica - in senso controculturale, ossia come l'affermazione di un'identità controcorrente e controversa, sprezzante dell'omologazione di pensiero e fiera della propria posizione minoritaria, ti chiedo: i Franti erano comunisti o anarchici?
Ho girato la tua domanda a Stefano Giaccone, che mi ha risposto "non mi prendo l'onore né l'onere di rispondere per i Franti, una entità non più attiva da trent'anni, in quanto tale. La risposta vale solo come documentazione di un fatto valido allora, anni Ottanta: tutti i musicisti coinvolti nel progetto Franti, una decina almeno, molti di più di quelli che salivano sul palco quindi, e anche l'area amicale, musicale e di militanza politica, facevano riferimento alla sinistra extra-parlamentare, in senso molto esteso, includendo quindi anche il movimento libertario. La A cerchiata nel nome non voleva suggerire intenti anarchici ma, come spiegato nel mio scritto, piuttosto una tensione verso il superamento, al nostro interno prima di tutto, di una idea di militanza rigida e a-critica. Una cosa che non poteva conciliarsi con l'immersione nel punk, come attitudine collettiva e individuale di ognuno di noi. I Franti hanno guardato la Luna, altri hanno proseguito a guardare il dito che la puntava, altri ancora hanno voltato la testa verso l'omologazione, la tradizione, la proprietà intellettuale e la pecunia. Se questo ci ha fatto essere anarchici o comunisti allora, adesso, domani non lo so proprio. Antagonisti, certo. Come cantavano i N.I.A. Punx: In ginocchio mai!".
 
In un'altra "pietra" del libro dedichi un po' di pagine ai Suicide, raccontandone in particolare il leggendario concerto del 1978 a Bruxelles di spalla a Elvis Costello che finì in rissa. Stilisticamente i Franti sono indefinibili, per quanto si possano assimilare alla new wave più oltranzista e sperimentale. Dal punto di vista delle soluzioni sonore sono però distantissimi dai Suicide. Come mai ha scelto proprio il gruppo di Alan Vega e Martin Rev? Per affinità elettive?
"Morireste se vi fosse vietato di scrivere?... è la domanda che Rainer Maria Rilke pone a un giovane poeta nelle sue lettere. I Suicide erano pronti a farlo, quella sera. Come parte di quella generazione di musicisti, rivoluzionari e invisibili, tra cui Franti. Oggi è solo musica. Senza capire questo non si può capire Franti né quegli anni in cui la morte, la reclusione, la clandestinità e altre rinunce individuali non erano incidenti isolati ma la tragica prassi di "pronti a tutto", come Erri De Luca indica chi si radicalizzò in Italia dopo il 1975. Per chi ha oggi venti e trent'anni è semplicemente inimmaginabile che appena quarant'anni fa tutto questo succedesse non in Cambogia o in qualche altro posto esotico e lontano, ma a Torino. Chi aveva interesse a rimuovere certi esiti della storia del movimento ci è riuscito attraverso i canali ufficiali. Restano i sentieri - come preannunciava Pasolini - e quel concerto, con la sua rabbia epigrafica, lo è per capire cosa fu Franti negli anni a venire.
 
Il nome dei Franti è tratto dal libro "Cuore" di De Amicis, che Umberto Eco definisce giustamente "un esempio di pedagogia piccolo borghese, classista e paternalista". L'unico personaggio positivo in quell'evangeliario di buonismo che ha profetizzato l'attuale società italiana è appunto Franti, il ragazzino scapestrato, malvagio e ribelle. Franti piscia sulle regole, sul buonsenso, sulle gerarchie, sulla pusillanimità travestita da educazione dei suoi compagni. Eco lesse correttamente la statura morale - sicuramente non suggerita dall'autore - di questo personaggio in "Elogio di Franti". Il suo spirito rivive ovviamente in chi ha scelto di suonare in suo nome, ma anche in quei personaggi che - con pervicacia e strafottenza - non si sono mai allontanati dalla loro libertà: il poeta Dino Campana, il pittore Antonio Ligabue, Marco Polo, il ragazzino incompreso de "I quattrocento colpi" di Truffaut. Ti propongo allora un giochino: associa una canzone dei Franti corroborata da una motivazione a ognuno di loro.
"Canzone urgente (Ishi)", per Dino Campana. Perché inizia con dei versi che echeggiano di simboli e temi tipici anche di Campana ("compagno col tuono delle onde che canto/ dentro le notti più nere").
"Acqua di luna", per Antonio Ligabue. Perché la sua pittura è una catarsi dell'immaginazione a dispetto della costrizione entro un corpo dato che ha prodotto nella sua vita una continua tensione, come quella riverberata dalla canzone.
"Elena 5 e 9", per Marco Polo. Perché dentro c'è la malinconia irrimediabile e la luce a tratti immotivata che cerca chiunque non si ferma e fa della vita una lunga ricerca senza approdo definitivo, senza vero ritorno.
"No Future", per "I quattrocento colpi". Perché nella negazione di un futuro imposto da altri c'è una possibilità di riscatto inedita, una lunga corsa verso l'ignoto che ci libera dai ruoli imposti e ci conduce verso il diamante occultato proprio di ogni uomo, un altro futuro di libertà.
 
Ci parli, infine, del metodo di lavoro che avete seguito per realizzare il libro? Immagino che non sarà stato facile coordinare la mole di contributi a firme diverse e dare loro un senso organico.
Non è stato facile e per questo è stato bello, siamo Cani Bastardi e ci piace Van Morrison quando dice "No Guru, No Method, No Teacher". Ci siamo annusati un po', tante teste diverse e complementari sedute allo stesso tavolo per la prima volta, un brainstorming furioso e la svolta è stata decidere di fare un libro con la struttura di un giardino zen, ha dato libertà a tutti di essere, dire e anche sparire assecondando il proprio modo di essere Franti. Per due anni la mailing list sul libro è stata come un condominio chiassoso, in cui resta sempre almeno una luce accesa a battere di tastiera, scattare una foto, ascoltare o accendere un fuoco. Molti tra noi non avevano mai svolto prima il ruolo richiesto per fare il libro, a partire dal sottoscritto che non aveva mai coordinato prima un libro e un'intera redazione, quale era quella pur divenuta nei mesi sempre più familiare di "Cani Bastardi". Poi la sorpresa di leggere le pagine più intense arrivare da chi non aveva mai scritto prima o quasi ci ha dato una forza che non ci era nota, e dove invece il mestiere c'era da quarant'anni e più si è fatto sentire, come con Claudio Paletto che ha curato il Dvd omaggio allegato al libro e Nautilus Autoproduzioni che ha creduto nel progetto dandoci piena autonomia. Stefano, Lalli e infine Vanni ci hanno sempre appoggiato e sostenuto, sapere che questo libro lo sentono come parte della loro storia rivela il senso e la fatica di questa esperienza: non limitare Franti a una categoria, un decennio, una prospettiva critica, un disco, una band, un libro... Franti è uno spirito.

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