Come un soave libeccio, si propaga ineffabile e confortante il nuovo atto di Aluminum Group, redivivi dopo un lustro di silenzio. Il duo chamber-pop di Chicago, formato dai fratelli John e Frank Navin, completa così in "Little Happyness" la propria trilogia sulla "felicità" iniziata nel 2002 con "Happyness" e bissata da "Morehappyness" l'anno dopo.
Felicità come inesplicabile repentino raggio luminoso di gioia e sollievo, fulminea rifrazione che attira risposte emozionali ridipingendo il colore sui volti e sui corpi.
Una candida spontaneità rasserenante rispecchia per frammenti nella musica dei Navin. Un'ansia di sogno, spleen euforico contagiante: "Little Happyness" è un balsamo lieve e dilatato, che si percepisce subliminale, che subdolo descrive emozionalità e, galeotto, tradisce debolezze.
La sinuosa arte dei fratelli Navin si sparge periferica, traccia per traccia in questo nuovo lavoro, e rinnova nella lievità paesaggista della formula del nuovo corso, che ammicca con l'elettronica.
L'esperto John McEntire (Bastro, Tortoise ecc.) co-produce il tutto in gran confidenza, esaltando, nella modernità del proprio stile sincopato e liquido, i valori e i colori innati dei fratelli Navin, senza interferire sui loro tratti caratterizzanti né sui naturali spazi espressivi.
Sicché il duo muove felino e vivace entro tessiture venate di frammenti elettrici, di fluidità tastieristiche, sciorinando spesso, nella magia delle corde chitarristiche e in duetti vocali d'eleganza d’antan, la classe delle più vivide pagine dei loro paradigmatici esordi.
Il brano che avvia il disco, "Milligram Of Happiness" torna infatti a contemplare i fasti luministici dei capolavori orchestrali e complessi "Plano" (1998) e "Pedals" (1999); ripristinando quelle coreografie strumentali elegiache e abbacinanti, e sgargianti cori misti (come pure la meditativa, vespertina "Atlantic").
Per poi far giorno e virare in swing ammiccante, su "Post It", o nel cielo terso e nel puntillismo di "Lovely Day", nelle levità diffuse e stuzzicanti di "Headphones" e "Checking Out".
Come infine avvalora il colpo di coda "The World Doesn't Spin On Us", nei Navin l'avvenenza melodica è fatalità appassionata, felicità impulsiva. È un atto d'istinto non riducibile, è destino.
Non c'è verso che sfumi o trascolori qualcosa, nei loro versi. Come solo è dato ai grandi scrittori pop.
Ci troviamo in ambiti Steely Dan, Prefab Sprout, Aztec Camera, The Bible, China Crisis. Ora l'uno, ora l'altro, simbolicamente affiora ammiccando, a presiedere un cerimoniale vincolante in questo nuovo significativo tassello per il pop dell'ultimo ventennio.