Folk cameristico e strumentale, venato di romanticismo pastorale e di un'austera, nostalgica freschezza. E’ quanto ci propongono gli Ellis Island Sound, collettivo britannico che ruota intorno alle figure di David Sheppard (chitarra) e Pete Astor (ukulele e kazoo). A circondarli, un piccolo ensemble di sette musicisti, alle prese con percussioni, violino, viola, sax, trombone, lap steel guitar, harmonium, melodica, e chi più ne ha più ne metta!
Una piccola fiera delle meraviglie folk, intimista ma non dimessa, sempre pronta a caricarsi di magia, trasportandoci, anche se solo per poco più di tre quarti d’ora, in una dimensione parallela, nei luoghi incantati della Penguin Cafè Orchestra (“Angel’s Way”, “Count The Cars”), alle prese con sogni ad occhi aperti che sembrano prendere l’avvio dalle dissertazioni più trasognate dei Beirut (“Auction Of Promises”) o con i voli radenti della fantasia che fanno bene al cuore prima che a ogni altra cosa (“The Villagers”). I paesaggi immaginari sono quelli di villaggi lontani, forse inesplorati; villaggi che ancora riescono a mantenere intatta la forza gioiosa/giocosa (“Cuckoo Hill”, “Building A Table”) di una musica che, anche quando evoca sensazioni di irreparabile perdita (“Sword Reversed”, “Dark lane”), non smette mai di accendere lo stupore per le piccole cose, come se fosse ancora, e per l’ennesima volta, la prima volta.
Accanto al ricordo che penetra in profondità, allora, ecco anche l’euforia sensibile ai richiami esotici della Third Ear Band (“Density Ratio”): il suono dilata le prospettive, il ritmo s’impossessa del corpo, ma con garbo - e tutto il mondo è davvero paese. E’ un disco piccino piccino: sembra quasi necessiti di affetto, di qualcuno che lo salvi dall’oblio. Un disco che non inventa e non vuole inventare niente; che non cerca il numero ad effetto e che non grida a pieni polmoni il bisogno di accorgersi, ogni tanto, del recinto del proprio cuore.
“Unwinding Not Unravelling” sfodera, poi, una lieve pulsazione sintetica, che da vicino segue il delicato arabescare degli archi e della chitarra; “The Waveny Waltz” è un vassoio di delizie per teste dondolanti e visioni di onirici, impossibili mondi migliori, mentre in “The Orchid” salutano con la manina gli High Llamas. Come quando ti innamori e si dice che le farfalle svolazzino nello stomaco: è un po’ questa la sensazione che si prova ascoltando questi delicati bozzetti capaci di fermare il tempo sulla soglia di un passato più mitico che reale.
Ma c’è spazio anche per esperimenti in bilico tra ipotesi minori di fourth-world music e luminescenze dub (“Summoning The Pharoah”), banjo scodinzolanti che se la spassano un mondo (“Last Days Of John Train”) e minimalismi ipnotici (“Starlight Madrigal”) che meglio non potrebbero chiudere un disco che, non so voi, ma io davvero non me la sento di lasciare in balia dell’odierna iper-produzione musicale.