“Two/Three” arriva dopo “Instrmntl”, ma è il seguito ideale di quel “One/Three” che aveva ridato linfa e argomenti all’hip hop strumentale con una robusta iniezione di tecnologia. L’artefice è Dabrye, al secolo Tadd Mullinix da Detroit, mente elettronica con il cuore che batte un ritmo hip hop. Fra i sui numerosi progetti e alter ego, senza dubbio Dabrye è il più interessante, il più importante e il più celebre, soprattutto da quando con il suo esordio ha sedotto anche una nota marca di telefonini, che della sua “Hyped-Up Plus Tax” ha fatto il proprio jingle. Il suo caratteristico suono pieno, apparentemente caotico in realtà strutturatissimo, straripante di muscoli, tensioni accumulate e densi grappoli di musiche robotiche ne ha fatto un esemplare pressoché unico.
Oggi il ragazzo sembra essere giunto alle conclusioni del collega Prefuse 73: l’hip hop elettronico ha bisogno di tornare alla voce per continuare a progredire. Insomma, il rap non è rap se sulle basi non scorre alcuna rima! E così in “Two/Three” Mullinix abbandona quasi del tutto l’hip hop strumentale e chiama a sé fior di MC per dar vita a una nuova esperienza. Scommessa? Mica tanto: quando i valori sono quelli in campo su questo album, si parte sapendo già di vincere.
E infatti in un mondo perfetto il singolo “Air” sarebbe uno dei brani che segnano l’intero anno musicale. Un synth fornisce una base di luce nera punteggiata di campanellini sintetici. Si aggiunge un magnifico campione vocale incastonato al centro, più rap claustrofobico cortesemente fornito da un meraviglioso MF Doom, ormai divenuto il più credibile speaker di questo travagliato avvio di millennio.
“Air” è utile per comprendere le coordinate di questa nuova release. Tutto è più aggressivo, anche imperfetto, ma prende immediatamente e entrare in questo mondo di voci e macchine è questione di pochi istanti. Le musiche si adattano alla necessità di fare spazio per gli ospiti, e Dabrye si dimostra abilissimo nel passare dalle ricche geometrie strumentali dei dischi precedenti a una densissima amalgama di grappoli di elettronica. Le parole degli ospiti si fanno sì sentire, ma passano raramente in primo piano: la base non è quasi mai solo sottofondo.
Ciononostante gli ospiti conferiscono all’album un gran bel valore aggiunto, come Vast Aire dei Cannibal Ox, che contribuisce non poco alla creazione di quell’atmosfera fra svaccamento gangsta e ansia che regna in “That’s What’s Up”. In “Nite Eats Day”, i cui bleep sono profondamente Antipop Consortium, Beans (scelta casuale?) fornisce il suo tipico flow in saliscendi e una frase conclusiva che taglia le gambe: “’Cause I hate the fact my daughter’s mother is givin’ me problems, ‘cause I wasn’t in love, just out of condoms”.
E fra le macchine c’è spazio anche per due duetti tra Invincible e Finale. Ma “Viewer Discretion” e “Get It Together” non sono esattamente “I Got You Babe” di Sonny e Cher, tiratissime fra battiti metallici, synth acidi, rappato spedito.
Come detto, le strumentali sono poche, ma preziossime. In una Dabrye percorre tutta la strada che dai Kraftwerk porta ai new-romantic. Lo fa in poco più di un minuto e mezzo, e il pezzo non poteva che intitolarsi “Machines” (prima parte, perché ce n’è una seconda come prefinale). E sempre quando gli ospiti tacciono c’è lo spazio anche per il sobrio spleen di cui si ammanta la sensazionale “Jorgy”, le cui rade sequenze di piano sembrano rubate al periodo d’oro dei Massive Attack.
Chiude un finale che i fatti (al momento della registrazione già ampiamente previsti) rendono commovente: “Game Over”, affidata a quel Jay Dee che da qualche mese non è più fra noi.