Per la serie "dacci oggi la nostra serie limitata quotidiana", quest'oggi parliamo degli Egypt Is The Magick #, trio californiano che ha pensato bene di regalarci un po’ della sua musica affidando a 500 copie viniliche un “The Valentine Process” che vorrebbe condensare in 42 minuti Yahowah 13, Cabaret Voltaire, John Fahey e quant’altro, finendo, invero, solo per farci lambire più e più volte la soglia della più cupa disperazione.
Capiamo il bisogno di esprimersi, veniamo incontro alle esigenze degli… artisti, eppure di fronte a musica così inutile e sgangherata come questa l’unica cosa che mi viene da giustificare è il download selvaggio e irrefrenabile. Avere la fortuna di scaricare musica è la nostra unica salvezza di fronte a stupidaggini come queste. Figurarsi, poi, quando dietro il tutto si nascondono anche tentazioni misticheggianti e mitologiche (l’Egitto, gli schiavi, bla-bla-bla). Roba che se hai avuto la faccia tosta di comprare il vinile, ci giochi a frisbee col cane.
Insomma, in “Ammut — Great Death, Eater Of Hearts” c’è uno che blatera qualcosa mentre un altro prova ad accompagnarlo senza troppa convinzione, magari mentre risponde al telefono. Il tutto per circa 8 minuti. Ovviamente. Per un titolo roboante come “Genetic Dispute Solved By A Grammatological Nantooh” ci vuole roba forte, come un canto muezzin idiota che si muove a tentoni in mezzo ad eventi sonori sparsi alla cazzo di cane o al massimo in base a qualche misteriosa cabala dei poveri. Leggermente meglio, i cazzeggi estemporanei di “Cur From Busiris” (evidentemente, è qui che dovrebbe c’entrare qualcosa il buon Fahey, ma vallo a capire…), sollazzati dalle parole sbadigliate di tale Atum.
I 15 minuti di “Process — Upload — Consciousness Serial Experiment: 1” rappresentano, ci pare di capire, la punta di diamante del disco. Quindi, seriosamente: una musica che vive nell’ebbrezza di una causalità appena controllata dall’impeto creativo. Ed anche un po’ di Men’s Recovery Project col parkinson e qualche trombetta vagamente Don Cherry. Giusto per gradire. Superato lo scoglio, lo spacedelic journey (che fa molto cool) di “The Secret Things In Rosetjau”. Solo cinque minuti, per fortuna.
Poi, grasse risate.