A destra e a manca leggo di questo nuovo lavoro dell’islandese
Mugison come del disco della maturità, di un’opera destinata a rappresentare il
punto estremo del suo cammino, nonostante ne rappresenti – si dice inoltre – il
momento meno sperimentale. Niente di più fuorviante. In queste 12 tracce, la
scorza folk-tronic dei lavori precedenti è solo a tratti scalfita da tocchi di
creatività degni di nota, mentre, per il resto, questo artigianato lo-fi mostra
tutta la sua pochezza. Qualche piccolo exploit (l’inquieta prospettiva
noir-electro di “I Want You” o il pianoforte sommerso di nostalgia di “Hold On
Happiness”) sembra infatti lasciato al caso in mezzo ad appunti scarabocchiati
come “Swing Ding” o “Never Give Up”, inconcludenti anche dal punto di vista
della coerenza compositiva.
Altrove, Mugison rispolvera un
songwriting intimista di buona fattura e capace di una certa
propensione romantica, come nella rassegnata e dolente “2 Birds”, scandita a due
voci, e nel valzer sonnambulo di “I’d Ask”. “The Chicken Song” è l’angolo in cui
confluiscono le due anime del musicista islandese trapiantato a Londra: quella
acustica e quella elettronica, miscelate in un pastiche sonoro in cui gli
ingredienti non raggiungono mai quella fusione tale da far gridare al miracolo.
La ninnananna di “What I Would Say In Your Funiral” rischiara
l’approccio minimalista del suo cantautorato, iniettando dosi massicce di humor
nero in un’atmosfera già smaccatamente depressa. Il frenetico taglia-e-cuci, in
cui qualcuno ha creduto ravvisare elementi di contatto con il Beck dei bei tempi andati, lo si ritrova in
versione schizoide nel cumulo sincopato fatto di campionamenti vorticosi,
brandelli di elettronica e vocalizzi isterici di “Sad As A Truck”. Più
convincente e coinvolgente appare, invece, il fingerpicking zoppicante di “Murr
Murr”.
E’ evidente che quando Mugison si concentra su pochi mezzi e su
poche, pochissime emozioni, riesce a centrare il bersaglio. Il problema è che
questo disco resta troppo sbilanciato su un versante in cui il Nostro sembra non
riuscire a esprimersi compiutamente, preferendo la carta del rischio
inconcludente a quella di un artigianato dignitoso. Ecco perché, allora, di
brani come “Salt” non si riesce a comprendere il senso. Gli archi pizzicati e il
recitato femminile vorrebbero disseminare inquietudine, provare a giocare con la
carta del deforme e dell’eccentrico musicale. Ma non è colpa di un ascolto
distratto se l’attenzione e l’intensità emotiva calano vistosamente. D’altra
parte, la stessa conclusiva “Afi Minn” (nove minuti di silenzi, respiri e
sbadigli, che procedono da un divertissement fatto di armoniche sbarazzine) è il
sintomo più evidente di quanto ci sia poco da salvare in questo disco.
30/04/2026