STERNPOST - unworld.afterpop

2026 ()
afterpop, unpopular pop

Definire “Ulrika!”, la precedente fatica degli svedesi Sternpost, come un manifesto di “pop unpopular” non è stato un vezzo da intellettuali, bensì la nitida fotografia di una radicale e coraggiosa dichiarazione d’intenti. Oggi, con “unworld.afterpop”, la creatura di Petter Herbertsson – già architetto sonoro nei Testbild – sceglie di dialogare in modo più manifesto con la forma-canzone. Eppure, queste sobrie miniature baroque-pop rifiutano categoricamente le logiche del consumo di massa, rimanendo ancorate a un’idea di resistenza estetica. Quella degli Sternpost è una narrazione aristocratica che evoca la grazia geometrica degli High Llamas e le nobili armonie di Louis Philippe, senza rinunciare a quella spinta eccentrica e ipnotica cara agli Stereolab o a maestri assoluti del songwriting come Paddy McAloon e Brian Wilson.

L’itinerario sonoro della formazione svedese si configura come un labirinto onirico: un luogo del pensiero dove smarrirsi per il puro piacere di ritrovarsi. È un moto perpetuo di mete che si trasformano immediatamente in nuovi punti di partenza, lasciando che il tempo si dilati tra colte divagazioni in stile Canterbury-sound (“Every Other Building”) e geometrie di bossa nova che si fondono in un sunshine-pop dalle rifiniture cesellate con precisione amanuense (“The Trees And I”).

La materia degli Sternpost resta, per sua natura, un segreto per pochi iniziati. Sebbene “unworld.afterpop” possieda il codice genetico del pop, i suoi ingredienti appartengono a una sfera speculativa ed elaborata. Lo dimostrano le raffinate melodie ad incastro di “This Hibernation”, teoremi sonori che sfidano la banalità dell’ascolto contemporaneo. Le partiture si muovono come complesse stratificazioni orchestrali, eppure conservano la fragilità cristallina di un giardino d’inverno – come accade nella sospesa e metafisica “From The Mouth Of Stones” – o la malinconia crepuscolare di un tramonto, di cui “100 Days” è fulgido esempio grazie al suo struggente intreccio tra pianoforte e archi.

In questo microcosmo, la cura certosina del dettaglio non soffoca mai la leggiadria della composizione. L’album oscilla tra valzer obliqui che evocano il fascino di vecchie pellicole cinematografiche (“Part Time Ripples”), canzoni noir dalle sfumature mitteleuropee (“Phantasmal City”) e delizie pop che sembrano riemergere intatte dall’età dell’oro dei Prefab Sprout (“Distant And Radiant”). L’opera si mantiene in un moto di perenne equilibrio sospeso tra melodie eteree e virtuosismi armonici (“My Silent Dream”), oscillando tra il romanticismo novecentesco alla George Gershwin e i passi di danza sincopati e cerebrali alla Leonard Bernstein (“Soft Like Swans”).

Petter Herbertsson si conferma così un eterno artista di culto, custode di un’attitudine intellettuale già esplorata con i Testbild e condivisa con l’alleato Louis Philippe. C’è una rara e magica maestria nel modo in cui questo musicista abita il crepuscolo tra il sogno e il risveglio, un territorio di mezzo governato dall’immaginazione pura e dalla fisica delle sette note. Basterebbero i tre minuti scarsi di “The Report” – ideale punto di intersezione in cui i Prefab Sprout stringono la mano ai Crayola Lectern – per consegnare il suo nome all’olimpo dei grandi autori contemporanei. Ma il pop, quando è così assoluto, è un segreto piacere che forse è meglio non svelare del tutto, lasciando all’ascoltatore il privilegio della scoperta.

24/07/2026

Tracklist

  1. 1. Pentewan
  2. 2. The Trees And I
  3. 3. This Hibernation
  4. 4. From The Mouths Of Stones
  5. 5. Charcot
  6. 6. My Silent Dream
  7. 7. Adrift
  8. 8. Soft Like Swans
  9. 9. Baxter
  10. 10. Distant And Radiant
  11. 11. Every Other Building
  12. 12. Phantasmal City
  13. 13. Mirny
  14. 14. B100 Days
  15. 15. Part Time Ripples
  16. 16. The Report

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