BETH ORTON - The Ground Above

2026 (Partisan)
songwriter

I′m invincible as grief
Violent as a blade of spring released
Ecstatic as a mother’s love
Tearing through the ground to the sky above

L’avevamo lasciata alle prese con un disco tutt’altro che immediato, a dimenarsi nel fango di una disperazione interiore lampante, fino a inseguire nuovi stimoli possibili e suoni inediti attraverso un canto non più cristallino, ma perlopiù gracile, rotto, appena abbozzato tra una strofa e l’altra. E la ritroviamo, quattro anni dopo, alla ricerca di una salvezza insperata, in un’opera intima, e ancora più esangue. Del resto, era stata lei stessa a svelarci i suoi fantasmi, in un’intervista rilasciataci pochi mesi fa: “Ero seduta in cima alle scale di casa ed ero molto infelice. Mi sentivo come se non avessi ossa, come se non esistessi. Mi sentivo come se potessi lasciarmi andare e cadere dalle scale e diventare come gelatina o gomma. Ricordo quella sensazione anche ora che racconto questo e mi spaventa”.

Le otto canzoni contenute in “The Ground Above” dicono di una Beth Orton finalmente cosciente dei propri sbalzi d’umore, a cominciare dall’introduttiva title tracking: una ballata tristissima al piano, assecondata da una formidabile banda che accompagna la cantautrice inglese perennemente in punta di piedi. E’ una squadra di strumentisti che emancipa lo stile della Orton agendo per sottrazione: il polistrumentista Shahzad Ismaily, il pianista Sam Beste dei Vernon Spring, i batteristi Chris Vatalaro (Antibalas, Radiohead) e Vishal Nayak (Nick Hakim), il trombettista Christos Styliandes, il chitarrista Dave Okumu e il bassista Tom Herbert.
“The Ground Above” parla di melanconia e dannazione, antidoto e veleno. E’ un susseguirsi di contrasti emotivi che alimenta melodie talvolta cupe (“Before I Knew”) e altrove piene di una luce fioca, ma capace di illuminare sempre e comunque, grazie a cambi di tono nel ritornello spesso tanto inattesi quanto efficaci (“Cigarettes Curls”). In questa sottile danza, la cantautrice di Norwich apre anche le porte a soluzioni da madrina jazz, che ricordano più di una volta il Paul Anka della seconda metà dei Settanta, per intenderci: quello raffinatissimo e amabilmente fumoso de “The Music Man”. Accade, ad esempio, in “Waiting”, mentre la successiva “Celestial Lights” riporta tutto in penombra, con i turnisti che accompagnano gracilmente l’ugola spezzata della Orton, mentre canta di paludi che incontrano il fiume, metaforizzando così le proprie paure.   

And I’m gonna throw my arms around the world someday
Surrender this weight into the sky
I haven’t ever, I haven’t ever made it through the night
Without first getting kissed by celestial light

“The Ground Above” espone a chiare lettere un dolore sommesso, eppure vivido e soprattutto da esorcizzare senza mai alzare i toni, da allontanare poi nei tratti più emozionanti, come “Love You Right”, il momento più alto ed “enfatico” di un disco raffinatissimo e nel quale emerge il canto, tutt’altro che ultimo, di un cigno che si appresta a oltrepassare lo stagno per volare libero da qualche parte tra il mare e le stelle. Un album che ci consegna una cantautrice ancora in stato di grazia, che se ne frega bellamente di piacere ad ogni costo, finendo per ritrovare inconsciamente la migliore versione possibile di sé stessa, regalandoci un cantautorato apparentemente dimesso e in qualche modo pieno di vita.

19/07/2026

Tracklist

  1. 1. The Ground Above
  2. 2. Before I Knew
  3. 3. Cigarette Curls
  4. 4. Waiting
  5. 5. Celestial Light
  6. 6. I’ll Miss You
  7. 7. Love You Right
  8. 8. Otherside

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