Alcuni artisti attraversano il tempo inseguendo la propria leggenda, Tricky invece fa l’esatto contrario. Ogni suo disco sembra un tentativo di sparire un po’ di più dentro la musica, fino a lasciare che siano le ombre della sua vita a parlare al posto suo.
Dopo trent’anni trascorsi a ridefinire il linguaggio del trip-hop, dell’hip hop più obliquo e del rock più inquieto, “Different When It’s Silent” non è un ritorno, ma una sorta di riapparizione.
La tragedia della morte della figlia Mina nel 2019 ha inevitabilmente modificato il suo rapporto con il mondo. Negli ultimi anni Tricky si è “nascosto” dentro progetti paralleli, collaborazioni e produzioni, rifiutando l’idea stessa di esporsi. Questo album, inizialmente concepito come un altro side project, esiste solo perchè qualcuno gli ha ricordato che quelle canzoni portavano inevitabilmente il suo nome. Ma il paradosso è proprio questo: “Different When It’s Silent” è il disco dove il nostro protagonista è meno presente come voce ma è più presente come spirito.
Il peso melodico viene affidato quasi interamente a Mitch Sanders, giovane cantante di Bristol che non interpreta semplicemente questi brani ma li abita. Il suo falsetto luminoso sembra attraversare gli edifici industriali della città, mentre la voce di Tricky rimane un sussurro che lo accompagna come uno spettro. Se “Maxinquaye” era il diario di un uomo in conflitto con il mondo, qui l’uomo in questione osserva quel mondo dopo aver attraversato l’abisso.
Siamo al cospetto di uno dei lavori più compatti della sua carriera recente. Il Bristol Sound riaffiora continuamente, ma come un ricordo quasi deformato dal tempo. Le fondamenta trip-hop restano intatte, sopra si innestano post-punk e alternative-rock per creare una sorta di blues scheletrico accompagnato da improvvise aperture elettroniche. “I Still See Me There” procede come una marcia funebre, “I’m Yours” è contaminato da un rock pacato ma con delle tensioni industriali irrisolte, mentre “Because I Don’t Know” riporta tutto dentro una nebbia elettronica in cui dolore e groove convivono. Ogni arrangiamento sembra costruito per lasciare spazio all’assenza. Pianoforti isolati, organi spettrali, violini che non cercano mai la consolazione ma solo una forma diversa di inquietudine.
Qualcuno rimpiangerà inevitabilmente un Tricky più protagonista, più vicino all’epoca di “Pre-Millennium Tension“. È un’obiezione comprensibile, ma forse manca il punto della questione. Questo disco non vuole replicare un’identità costruita trent’anni fa. Vuole dimostrare che una voce può sopravvivere persino quando sceglie di ritirarsi sullo sfondo. Tricky continua a restare un autore impossibile da imitare: non perché abbia inventato un genere, ma perché continua a trasformare le proprie cicatrici in un linguaggio che appartiene soltanto a lui.
22/07/2026