Italia, tempo presente. Grandi successi calcistici e lotta drammatica contro l'aridità della musica nostrana. Coraggiosa paladina di questa crociata, l'
indie-label Pippola Music punta sui toscani Blume, pubblicando e distribuendo l'album di esordio "In tedesco vuol dire fiore". I Blume si definiscono "piccolo ensemble" (Francesca Storai, Matteo Zanobini, Dario Brunori) che suona "dream-pop, shoegaze, elettronica d'autore, indie-pop, glitch-pop, trip-pop, bedroom-pop, down-pop, elettronica soffice". Il lettore capirà che al recensore restano ben pochi aggettivi.
In realtà, si possono dire molte cose su questo album. Si potrebbe dire che è uno dei migliori esempi di pop elettronico
made in Italy, ma si potrebbe anche dire che i Lamb facevano queste cose, e meglio, almeno dieci anni fa. Si potrebbero lodare le atmosfere intimiste e
dreamy, ma si potrebbe anche eccepire che il disco è un lunghissimo sonno indistinto. Si potrebbe segnalare il buon singolo che lo promuove, "Piove piano", ma non si potrebbe fare a meno di rimpiangere i vecchi
Scisma (anche qui eravamo ancora nel XX secolo). Si potrebbe apprezzare la voce seria e delicata della Storai, ma la verità è che si tratta di una versione edulcorata della prima
Cristina Donà ("Il diversivo"). Si potrebbe anche patriotticamente sottolineare lo sforzo del cantato in italiano (ammesso e non concesso che sia un merito intrinseco), peccato che i testi siano così slegati e scarsamente narrativi che ci sarebbe stato meglio l'inglese. Infine, si potrebbe elogiare la ricerca elettronica - che nei Blume in realtà si limita a qualche ghirigoro rumoristico in sottofondo, perché quando vogliono salire d'intensità tornano a imbracciare la chitarra - se si ignorasse volutamente il fatto che al confronto di ciò che suonano in Germania e Francia qui siamo a dei livelli a dir poco elementari.
Leggeri miglioramenti nei "cadeaux strumentali" del
bonus-cd , seppure si tratti di pezzi assolutamente inadatti al pubblico. Il problema dei Blume non è tanto la scarsità di idee, ma il fatto che quelle poche che ci sono non vengono sviluppate costruttivamente, vengono diluite in una brodaglia
trip-indie-melodico-oltranzista che non ha né capo né coda: nel migliore dei casi non è in grado di rimanere nella memoria, e nel peggiore dei casi si rivela un lamentoso sottofondo.
Si potrebbe eccepire che in questa recensione c'è molta
pars destruens, e poca
pars construens. Ma si potrebbe anche, per una volta, ammettere che il lassismo campanilista della critica musicale italiana è non solo intellettualmente disonesto verso il lettore-ascoltatore, ma screditante per le testate e soprattutto controproducente per gli artisti e chi li produce, quantomeno nel lungo periodo. C'è qualcuno che crede veramente che una buona recensione possa far più che spingere qualche insignificante metro più avanti quella carrozzina cigolante che è la scena indipendente? O forse il punto è semplicemente che "la scena" è talmente piccola che dare giudizi spassionati, anche pesanti, crea più imbarazzo che sana competizione?
I Blume, fortuna loro, con questo brutto affare hanno in fondo poco a che fare. Perché la verità è che è la musica, non le parole, a fare il pubblico. Per amor di gioventù, o per dare un po' di morfina a chi pensa che produrre un disco significhi fare beneficenza e meritare la pubblica beatificazione, si potrebbe dare un bell'otto a tutte le prossime uscite di
Settlefish e
Midwest, e non cambierebbe proprio un bel niente. Ma, cari Blume, l'impresa, soprattutto per chi fa (o prova a fare) pop italiano, non è impossibile. I
Baustelle sono stati premiati grazie al pubblico
indie. Un gruppo come i
Non Voglio Che Clara ha grande talento e presto o tardi verrà premiato. A ognuno il suo lavoro, a me le parole ingrate, a voi, però, la musica.