Dopo anni di demo e due misconosciuti Ep, i misteriosi
Lingua approdano dunque al loro primo long playing ufficiale con un
lavoro, sbilanciamoci subito, assolutamente pregevole, forse uno dei migliori
debutti dell’anno, capace di donare una nuova dimensione al grunge e al contempo garantire una
sorta di linearità con la ruvida ed essenziale tradizione del genere dei
primissimi anni 90. Certo, nel viaggio da Seattle a Stoccolma, qualcosa di quel
leggendario, riottoso disagio giovanile è andato irrimediabilmente perso, come
latenti (o, nel peggiore dei casi, edulcorati) emergono ora i moti
insurrezionali di idealismo, nichilismo e pessimismo sociale soltanto in minima
parte recuperati dagli ultimi Pearl
Jam, forse più per indole che per continuità storica. Parlare di grunge oggi
sembra alquanto anacronistico, e aggiungere un post rischia di confondere
ulteriormente le idee. Tuttavia, parimenti il metal, l’aggiornamento del genere non
ha comportato note esclusivamente negative, bensì una serie di avvisaglie
tipiche di un processo evolutivo vero e proprio iniziato nel lontano 1985 con
“Come On Down” dei Green River,
seminale capolavoro davvero foriero di un’epoca. Una certa natura volubile,
sconveniente, grandemente connotata con una realtà spesso desolante, ha reso
elastico il tessuto sonoro e passionale indossato dal genere, concretamente
influenzato dal metal, dal progressive, dall’hardcore e da alcune
caratteristiche peculiari dello stoner .
I Lingua sembrano aver
compreso alla lettera la lezione, con una personale rivisitazione esistenziale
husserliana che si serve proprio dell’attuale veste del grunge per
prendere forma, e una dedizione genuina a un sound corposo,
straordinariamente compatto e talvolta pure epico, grazie soprattutto ai
poderosi chorus (“May Crayons Guide The Sheep”), a groove
incalzanti (“Aftermath”) e a una sezione ritmica sempre all’altezza (“You Wonder
Why You Still Wonder Why” e “No Footing”).
“The Smell Of A Life That Could
Have Been” definisce la propria estrazione fin dall’inizio. L’ opener
“May Crayons Guide The Sheep”, dopo un breve intro di voci incrociate,
svela la propria materia violenta, aggressiva, con un inno rabbioso e monolitico
di grande impatto emotivo. Il flusso energetico della prima traccia si riversa
nella seconda, “You Wonder Why You Still Wonder Why”, dove l’approccio a un
epic-rock in chiave grunge trova un’efficace collocazione, con il
ritornello ripetuto tre, quattro, cinque volte sopra un grandioso tappeto di
voci in background che ne sottolinea l’intensità, la drammaticità, alla
stregua del coro del teatro greco, prima dell’inevitabile (ma tutt’altro che
gratuito) anticlimax intimistico che prelude a una nuova e più potente
deflagrazione.
I Lingua alternano atmosfere dense di tensione e
inquietudine (“Out Of Faces”) a digressioni metal (la prima parte di “Control
Yourself”, molto vicina agli ultimi Bleeding Through), senza
mai compromettere la propria personalità. Le melodie dell’album, mai banali e
comunque sempre godibili, come in alcuni pezzi dei Soundgarden, sono costanti
necessarie per la band, con soluzioni che potremmo definire classiche (la
notevole “Constant State Of Puttra”) o vagamente sperimentali (la già citata “No
Footing”), riff evocativi e costruzioni che talvolta scivolano volutamente in
acidi anfratti punk (la poliedrica “Aftermath”) subito riassorbiti in ricordi
nostalgici e distanti nel tempo (l’acustico intermezzo “I Have No Human Me”).
“Trasparent Barriers”, adeguato epilogo a un album che sorprende e conquista
a ogni nuovo ascolto, apre un altro squarcio nello scoraggiante orizzonte urbano
che, fin dall’ artwork essenziale e minimalista, per la band continuerà a
riciclarsi in anonime architetture sterili, in uno sfogo finale dai toni ancora
decadenti, con l’ultimo assolo che muore solitario sotto un cielo senza stelle.
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27/07/2006