Thundercat - Distracted

2026 (Brainfeeder)
progressive soul

Candlelight
Burning, oh, so bright
Burning at both ends
Fighting the wind
Don't let your light fade

I versi di “Candlelight” restituiscono subito la domanda da porsi dopo aver ascoltato “Distracted”, il nuovo album di Thundercat, rilasciato a cinque anni da “It Is What It Is”: perché Stephen Bruner continua ostinatamente a spegnere le candele appena accese e a fare dell’incompletezza la propria cifra stilistica?
E’ una questione in apparenza secondaria, una volta entrati in contatto con le canzoni di un disco concepito per incantare l’ascoltatore e condurlo in un universo parallelo, tra notevoli giri di basso in scia fusion, passaggi smooth-soul, echi funky e sample ricercati, talvolta impossibili da decifrare, ad eccezione di “You're Getting A Little Too Smart” dei Detroit Emeralds - chiaramente campionata in “Anakin Learns His Fate” - ma che finisce, inesorabilmente, per riaffiorare a valle.

Cerchiamo però di venirne in qualche modo a capo. Se gli ospiti tentano di evitare tale parzialità, a cominciare da “No More Lies” con i Tame Impala, chiamati in causa per rendere una ballata lunare ancora più trasognata, e da Mac Miller, all’opera nel guizzo funk della successiva “She Knows Too Much” (a dirla tutta molto in linea con gli ultimi costrutti di Anderson Paak), e a scendere con i vari Lil Yatchy, A$AP Rocky e The Lemon Twigs, rispettivamente all'appello in “I Did This To Myself”, “Funny Friends” e “What Is Left To Say” - in particolare l’ultima, che sembra uscita da un disco di Lionel Richie - nei momenti in cavalcata solitaria, il bassista losangelino, che ha scelto ancora una volta la Brainfeeder dell’amico Steve Ellison, opera al contrario solo per sottrazione, finendo per ricreare bozzetti di mero candore neo-soul in cui ritornello e strofa giocano a nascondino per tutto il tempo (“Wish I Didn’t Waste Your Time”, “Anakin Learns His Fate”).

Thundercat è dunque contemporaneamente frizzante ma imprendibile, estroso eppure anche fumoso. E in questo continuo ribaltamento di prospettiva, si corre spesso il rischio di perdere di vista l’orizzonte. Ascoltando, ad esempio, un brano come “ThunderWave”, allestito in compagnia di WILLOW, la sensazione è proprio quella di lasciarsi trascinare da un’onda (non mancano rumori acquatici, peraltro, a enfatizzare la resa) che non s'infrange mai.
Anche i momenti al piano evidenziano poi questa costante evaporazione (“Pozole”), e alla fine dei giochi si finisce per aver apprezzato tanto gli accenni di melodie, i cambi di ritmo, le atmosfere esotiche, ma per non ricordare nemmeno uno stra-maledetto motivetto. Il che può anche andar bene in un’opera messa in piedi da un musicista tecnicamente e concettualmente articolato come Thundercat, ma parimenti resta a suo modo un prezzo impossibile da non considerare, perché se in passato tale inclinazione aveva una sua organicità, l'eccessiva presenza di ospiti alternati a passaggi solisti a questo giro crea un po' di eccessiva dispersione.

“Distracted” è dunque il classico disco da prendere o lasciare. Un album che fa scomodare la celebre massima di Montaigne, “Si conosce ciò da cui si fugge, ma non quello che si cerca”, ripresa ironicamente da Massimo Troisi nel copione di “Ricomincio da tre”, con l’intento di applicarla all’approccio di Thundercat, dato che nei quindici episodi di “Distracted” il bassista grammy più richiesto dalle parti di Los Angeles scivola allegramente (e distrattamente, appunto) nel suo mondo soul-fatato senza avere assolutamente idea di dove attraccare. Repetita iuvant: prendere o lasciare.



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