Quando Battiato collaborò con De Gregori alla sua canzone più controversa

16-04-2026
Etichettato spesso come cantautore politico, Francesco De Gregori è invece soprattutto colui che più di ogni altro, nel panorama musicale italiano, ha saputo tessere un rapporto fitto e costante con le pagine della nostra storia. E spesso proprio volgendo lo sguardo al passato ha lasciato filtrare il suo pensiero sulla politica contemporanea. Quasi sempre, però, evitando di puntare il dito. Non per prudenza, ma perché – come ha ribadito più volte – non è quello il suo stile. De Gregori si cala tra le pieghe degli avvenimenti come un viaggiatore curioso, cogliendo facce, dettagli, sfumature. E li riversa nei suoi brani, tracciando anche solo con due parole l’istantanea definitiva di un evento o di un’epoca. Forse perché “la storia non ha nascondigli”, come scriverà nel suo più celebre omaggio alla passione coltivata fin da ragazzino. Ma anche quando rivolge il suo sguardo al destino collettivo, De Gregori non rinuncia all’angolatura individuale, a quelle soggettive cinematografiche tipiche del suo stile narrativo. La dimensione esistenziale della persona è la lente attraverso cui si allarga l’obiettivo sulla storia, perché – come sempre nella sua opera - è l’ordinario a diventare straordinario. Accadrà anche nella sua canzone più controversa, in cui sfiorerà uno dei nervi scoperti della storia italiana: la Repubblica sociale di Salò, laddove “dalla parte sbagliata si muore”.

A denunciare i fascismi di ieri, ma soprattutto quelli di oggi, De Gregori aveva già provveduto diversi anni prima in uno spicchio agro di “Rimmel”, di nome “Le storie di ieri”. Inserito inizialmente nel disco della “Pecora”, il brano fu bloccato dalla Rca e riproposto solo un anno dopo, quando evidentemente – come ironizzerà il Principe – “l’antifascismo era diventato più accettabile anche per i mass media”. Finirà nello stesso anno anche su “Volume VIII” di Fabrizio De André, il disco nato proprio dalla collaborazione tra i due cantautori. Con versi amari e piuttosto eloquenti come “La mascella al cortile parlava/ troppi morti lo hanno smentito”, “E i cavalli a Salò sono morti di noia/ a giocare col nero perdi sempre” e ancora: “Mussolini ha scritto anche poesie/ i poeti che brutte creature/ ogni volta che parlano è una truffa”. Più una conclusione - “I nuovi capi hanno facce serene e cravatte intonate alla camicia” - che ha un chiaro destinatario: Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale, citato nella versione originale del pezzo e sostituito con “Il gran capo” in quella di De André. E non mancheranno le polemiche…

Strumentalizzazioni, fraintendimenti scientifici, a uso e consumo del teatrino politico nazionale. De Gregori ne subirà tanti, ma mai come nel 2001, quando per il singolo-antipasto dell’album “Amore nel pomeriggio”, concentrerà la sua attenzione su “Il cuoco di Salò”. Ancor prima della sua uscita ufficiale il brano viene infatti etichettato come “revisionista”. La stima manifestata da De Gregori per la concezione storica di De Felice unita alla parola “Salò” forma un’equazione definitiva che scatena attacchi feroci da sinistra e lusinghe pelose da destra. Come se quei cavalli che a Salò morivano di noia su “Le storie di ieri” non fossero già un’allegoria esaustiva e inequivocabile. Del resto l’approccio lirico e minimale di De Gregori richiede una capacità di analisi che non appartiene certo all’attualità politica. Eppure basterebbe anche solo un’occhiata distratta al testo per comprendere come non contenga giudizi, ma si limiti a raccontare uno scampolo di storia attraverso l’ennesima angolatura individuale.

Musicalmente, invece, il brano trova spunti inediti grazie a una collaborazione imprevedibile e per certi versi esaltante: al fianco del cantautore romano c’è infatti Franco Battiato, chiamato a lavorare sugli arrangiamenti del pezzo. Non una scelta così singolare, in fondo: l’artista siciliano infatti era già stato autore di arrangiamenti capaci di coniugare ironia sottile e tensione drammatica in episodi dalla forte impronta storico-politica nel repertorio di Giuni Russo e Milva, come "Lettera al governatore della Libia" e "Poggibonsi". Per "Il cuoco di Salò" la scelta cade su un impianto che intreccia pianoforte e archi, con richiami alla stagione di "Povera patria", su cui si innesta una tromba in lontananza dal timbro volutamente grottesco, quasi militaresco. Il risultato è un equilibrio misurato tra eleganza formale e senso di decadenza, funzionale a restituire l’assurdità di una vicenda segnata fin dall’origine e portata avanti sotto il vessillo logoro di un’idea di nazione. Un lied classicheggiante, registrato con l’Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi di Milano che sublima il Battiato più “sinfonico”.
I due non avranno altre occasioni per incrociare i loro percorsi musicali. Ma De Gregori avrà modo di ricambiare due anni dopo in un’altra sorprendente collaborazione, stavolta sul set, partecipando al film “Perduto amor” di Battiato, al suo esordio alla regia di un lungometraggio: un gustoso cameo, una brevissima scena in cui veste i panni del critico musicale “Francesco D”.



Quanto alla sorta “politica” de “Il cuoco di Salò”, a spegnere le polemiche non basteranno neanche le interpretazioni di autorevoli colleghi come il professor Roberto Vecchioni, che nel suo ciclo di lezioni universitarie sui cantautori italiani spiegherà: “L'espediente della voce esterna narrante permette a De Gregori di fermare le bocce e provare una umana, universale pietà per tutti i nemici, rivali compresi. Quel che gli sarebbe stato più ostico in prima persona (vedi ‘Le storie di ieri’), in questa falsariga di svolgimento a tema gli risulta semplice, non contraddittorio e soprattutto coerente. Non è il De Gregori di Bella ciao, il ragazzo che guarda il muro e si guarda le mani a raccontare. Non è il De Gregori passionario e comunista, il populista contro ogni potere: partendo da sé e dal suo vissuto non avrebbe mai potuto scrivere una canzone simile. E allora ecco il cuoco di Salò, creatura in una tempesta più grande di lui che appena avverte e non può capire in tutte le sfumature, se non nell'unica che gli risulta leggibile: la morte, lo sfascio, la fine”.

Il protagonista, insomma, non è un combattente di Salò, ma solo un testimone inconsapevole di quegli eventi, un personaggio minore, le cui annotazioni sono stridenti note a margine rispetto al dramma centrale, perché “anche un cuoco può essere utile in una bufera, anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare”. La Storia scorre alle sue spalle risultando, ai suoi occhi, quasi irrilevante. Ecco allora avvicendarsi una sequela di immagini rassicuranti: “donne bellissime” e “senza pudore”, attrici scappate da Roma o cantanti non ancora famose che frusciano “come mazzi di rose” lasciando un profumo inebriante, le acque placide del lago, la splendida giornata di sole, gli americani in cerca di “qualcosa per cena”. Poi però i colpi in lontananza evocano l’orizzonte: il campo di battaglia dove “si fa l’Italia e si muore, dalla parte sbagliata”. Sono i “quindicenni sbranati dalla primavera, scarpe rotte che pure gli tocca di andare”, i repubblichini, già condannati dalla storia e consapevoli del loro destino di perdenti. Eppure la citazione è straniante: il cuoco-narratore, infatti, usa per loro le parole dei partigiani comunisti, del loro inno “Fischia il vento” (“Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar, a conquistare la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir”). Non è casuale il gioco incrociato di rimandi storici contrapposti – Salò e la Resistenza, il Risorgimento e il fascismo – perché De Gregori sembra ancora suggerire una concezione umana e universale, in cui la pietà di fronte alla morte non si ferma davanti ai nemici. Ma non ci sono alibi per chi ha scelto “la parte sbagliata”, semmai l’ulteriore condanna per l’insensatezza di un momento storico, per una guerra fratricida combattuta sulla pelle dei più giovani, chiamati a pagare un prezzo più alto dei loro “cattivi maestri”.

In definitiva, “Il cuoco di Salò” non è che un canto contro tutte le guerre, anche quelle contemporanee. Rimasto a lungo in silenzio di fronte al proliferare delle polemiche, sarà il suo stesso autore a chiarirlo approfonditamente intervenendo in un convegno ad Arezzo ("Comunicare la storia", 22-23 febbraio 2001), di cui riportiamo un significativo passaggio.

La canzone, se uno analizza il testo, racconta delle cose oggettivamente accadute, non si schiera da una parte o dall’altra. Non si prende la parte della sinistra o della Repubblica di Salò. Non era mia intenzione, attraverso questa canzone, ribadire - se ce ne fosse bisogno - che io sono un uomo di sinistra e che quindi ho, diciamo, un’idea chiara su quello che è il giudizio storico, politico, morale sul fascismo e sulla Repubblica di Salò. Non è questa l’intenzione, perché non è una canzone politica. Sottolineare che coloro che aderirono a Salò morirono dalla parte sbagliata, viene da sé. Tra l’altro il verso 'dalla parte sbagliata si muore' non voleva essere una mia notazione dall’alto, in cui io che scrivo la canzone punto l’indice e dico: attenzione ascoltatori, questi stavano dalla parte sbagliata! Sono loro stessi, che in questo canto dicono di stare dalla parte sbagliata.
Credo che questo fosse un sentimento abbastanza diffuso, forse in maniera più o meno conscia, fra coloro che avevano scelto di militare nella Repubblica sociale. Sicuramente sapevano di andare incontro a una sconfitta storica, non solo ad una sconfitta militare. L’unico punto della canzone che secondo me, per come l’ho scritto, può essere non revisionista, perché arriverebbe molto in ritardo rispetto all’analisi storiografica sul periodo, ma sul quale possiamo discutere è il verso “qui si fa l’Italia e si muore”, citazione, appunto, di Garibaldi, e come dire, questi facevano l’Italia? Ecco, ora però il discorso sulla guerra civile o guerra di liberazione è sempre stato visto male dalla sinistra fino a una decina d’anni fa. Poi c’è stato il libro molto importante, che sicuramente alcuni di voi avranno letto, di Claudio Pavone, dove si dice una volta per tutte, e credo che questo oggi nessuno lo possa contestare, che comunque anche quelli che combattevano dalla parte dei fascisti, anche i repubblichini, anche quelli alleati con i tedeschi, erano comunque italiani. Quindi probabilmente avevano delle motivazioni forti, patriottiche, per compiere quella scelta. Questo chiaramente non vuol dire giustificarli. Non è la canzone la sede per giustificare. Voglio dire, se io faccio una canzone su Giovanna d’Arco, non devo parlare della guerra dei Cent’anni, se Manzoni scrive i Promessi Sposi, non deve spendere più di poche righe, fra l’altro anche le più noiose, per descrivere la guerra di successione al Ducato di Mantova e la dominazione spagnola. No, la canzone vive di altre cose, insomma.
Quanto poi al revisionismo, io non so bene cosa voglia dire... Se revisionismo vuol dire diminuire le responsabilità di quello che è stato il fascismo e il nazismo, per carità, sono antirevisionista.
Io se fossi uno storico, però, mi imporrei il compito di rivedere continuamente la storia. Noi non possiamo immaginare che nel 2000 si possa scrivere una storia della Rivoluzione francese come si sarebbe scritta nel 1950. La storia è un lavoro in corso, non si possono dare verità acquisite. È chiaro che la storiografia del dopoguerra era fortemente influenzata dalla precedente storiografia, che suggeriva o imponeva una scrittura di quel periodo in un certo senso. Oggi possiamo vedere le cose con più distacco e, quindi, conoscere anche le motivazioni forti, a volte oneste, individualmente oneste, di molti che erano a Salò.

Francesco De Gregori su OndaRock

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