Il 2 luglio 2005, a Hyde Park, si materializzò un evento che per oltre vent’anni era sembrato inimmaginabile: Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason di nuovo insieme sullo stesso palco sotto il nome Pink Floyd. Un evento unico, destinato a rimanere tale, nato da una concatenazione di circostanze, grazie a una motivazione esterna abbastanza forte da scalfire reciproche diffidenze e ostilità sedimentate negli anni.
L’origine della cosiddetta “reunion impossibile” va cercata qualche mese prima, nell’autunno del 2004. Il magazine Mojo pubblica una retrospettiva sul gruppo inglese e raccoglie dichiarazioni destinate a pesare più del previsto. Alla domanda su una possibile reunion, Waters replica lapidario: “Sarebbe come andare a letto con la mia ex moglie”. Mason, più cauto, lascia invece uno spiraglio: “Sarebbe meraviglioso se potessimo farlo per una cosa come un nuovo Live Aid: un evento di quel tipo la giustificherebbe”. Quelle parole arrivano all’attenzione di Bob Geldof, già protagonista dello storico Live Aid del 1985 e impegnato nell’organizzazione del Live 8, una serie di concerti globali a sostegno della campagna Make Poverty History in vista del G8 di Auchterarder. Per replicare l’impatto simbolico di vent’anni prima, serviva un colpo di scena equivalente. La reunion dei Pink Floyd era l'obiettivo perfetto.
Il primo ostacolo da superare, però, era David Gilmour, che si era mostrato irremovibile di fronte all'ipotesi. Geldof lo contatta e incassa subito un rifiuto, ma non si ferma: sale su un treno per raggiungerlo personalmente. Gilmour lo richiama durante il viaggio per dirgli di lasciar perdere, ma la risposta è secca: “Arrivo comunque”. Nemmeno il confronto diretto cambia la situazione. A quel punto Geldof coinvolge Nick Mason, chiedendogli di fare da mediatore. Il batterista rifiuta, temendo l’effetto opposto, ma individua una via alternativa: contattare Waters, con cui aveva riallacciato i rapporti. Gli invia una mail accennando a un progetto per “salvare il pianeta”, senza molti dettagli. La risposta arriva rapidamente, inattesa. Waters vuole saperne di più. Segue una telefonata con Geldof, inizialmente confusa, quasi caotica. Solo dopo qualche settimana l’organizzatore espone chiaramente il progetto: un evento globale, politico oltre che musicale, con un obiettivo preciso. Il tempo è pochissimo, meno di un mese.
È qui che avviene la svolta. Lo stesso Waters, che un anno prima aveva chiuso a ogni possibilità, decide a sorpresa di accettare. Come ricorderà lui stesso: “Geldof mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Sto cercando di convincerlo [David Gilmour] a farlo, ma continua a dirmi di andare a fanculo e quant’altro. Mi aiuterai?’. Mi ha detto: ‘Sei l’unica persona che può fare quella telefonata e farlo accadere’”. E Waters accetta: “Beh, lo farò. Dovrai darmi il suo numero di telefono. Non ho idea di quale sia. Ma sicuramente lo chiamerò”. La telefonata a Gilmour, tuttavia, non comincia bene: il chitarrista pare deciso a tenere il punto. Ma qualcosa poi cambia rapidamente. Come sintetizza lo stesso Waters: “Ho chiamato Gilmour e subito mi ha risposto di no, ma - ovviamente - non ci volle molto perché cambiasse idea e rispondesse: ‘Sì, va bene’”. Nella ricostruzione di Mason, il passaggio è altrettanto diretto: “Roger si offrì di compiere il gesto risolutore e chiamare David. ‘Ciao’, gli disse quando lo trovò al telefono, ‘penso che dovremmo farla, questa cosa’”. Gilmour resta dubbioso, preoccupato di non essere pronto, di avere poco tempo per provare. Chiede ventiquattro ore. E il giorno dopo arriva il sì.
A quel punto tutto si allinea rapidamente. Richard Wright, inizialmente escluso dalle trattative, accetta senza esitazioni, pur con “un piccolo brivido di preoccupazione alla prospettiva di rientrare volontariamente in quella che un tempo, per lui, era stata una specie di arena per gladiatori”. Risolta la questione più delicata – il rapporto tra Waters e Gilmour – emergono subito vecchie tensioni, soprattutto sulla scaletta. “Il primo incontro è stato innaturale, carico di sospetti”, ricorderà Gilmour. Le divergenze riguardano i brani: Waters propone “Another Brick In The Wall”, ma Gilmour si oppone: “Stavamo parlando di un concerto per l’Africa, e non credo che i bambini del posto dovrebbero cantare: ‘We don’t need no education’. C’è stata una discussione. Avevo assolutamente ragione”. Alla fine si opta per una selezione essenziale, rappresentativa ma coerente con il contesto. La scaletta viene definita dieci giorni prima dello show, al Connaught Hotel di Londra. Le prove si tengono ai Black Island Studios, con il supporto di musicisti aggiuntivi.
Il 2 luglio l’attesa si scioglie. L’ingresso sul palco avviene in tarda serata. Mason descrive il momento con precisione: “Quando entrammo in scena, alle undici di sera, eravamo caricati da tutta quell’attesa, l’adrenalina bolliva e il nervosismo si era saldamente impadronito di noi. Ma quando nell’arena buia partì il nastro registrato con il battito cardiaco, dando il via a ‘Breathe’, già cominciavo a rilassarmi, abbandonandomi alla sensazione familiare di far parte di una band”. La dinamica sorprese gli stessi protagonisti: “Tornare a suonare con gli altri fu meraviglioso: Rick che sciorinava una sull’altra le sue parti, David affidabile come sempre, intonatissimo e poetico, e Roger, nonostante gli anni che avanzavano, estremamente vivace, come non ricordavo di averlo mai visto”.
Prima di attaccare “Wish You Were Here”, Waters si rivolge al pubblico: "È emozionante stare qui con questi tre ragazzi dopo tutti questi anni... Comunque, lo stiamo facendo per tutti quelli che non sono qui, e in particolare ovviamente per Syd". Il concerto dura poco più di venti minuti. Qui sotto la setlist e il video integrale della performance dei Pink Floyd:
Breathe (In the Air)
Breathe (Reprise)
Money
Wish You Were Here
Comfortably Numb
Ma quella reunion impossibile, proprio in quanto tale, non avrà alcun seguito. L’ipotesi di un tour, infatti, viene scartata subito. “Non ne ho davvero bisogno”, dirà Waters. “Non mi è dispiaciuto cedere per un giorno, ma di certo non potrei farlo per un tour intero”. Gilmour sarà ancora più netto: “Solo pensarci mi fa sudare freddo”. Resterà però un effimero segnale di disgelo: “David mi ha mandato una mail poco dopo. Diceva: ‘Ciao Rog, sono felice che tu mi abbia telefonato. È stato divertente, non è vero?’”. E Waters, dal canto suo, commenterà: “Sono molto contento di averlo fatto, sono stati venti minuti incantevoli o qualunque cosa fosse su quel palco con Dave, Nick e Rick un’ultima volta. È stato davvero fantastico”.
Tre anni dopo, nel 2008, la scomparsa di Richard Wright avrebbe dato a quel concerto un significato ancora più profondo: un saluto definitivo del gruppo al proprio pubblico, con l’eccezione – inevitabile – di Syd Barrett. “Ho sempre pensato che sia stato uno dei nostri concerti migliori – ha continuato Mason – anche perché tutti sapevano che tra Roger e David c’era tensione, ma ognuno di noi ha deciso che quell’evento era più importante di qualsiasi divergenza, più importante della band stessa o della musica. Credo sia stata una dimostrazione di maturità”. Una parentesi chiusa, insomma, nello stesso momento in cui si era aperta. Resterà solo il ricordo di quel memorabile 2 luglio 2005, unico contraltare al gelo che scenderà tra Waters e Gilmour, a sancire una rottura ormai irreversibile, che nessun nuovo Live 8 potrebbe mai sanare.