Quante volte, da appassionati di musica, ci siamo chiesti se avessimo avuto a disposizione una macchina del tempo a quale grande concerto del passato avremmo voluto assistere. E sì che le opzioni sarebbero tante, da Woodstock a un qualsiasi live dei Beatles, o magari una data dell’Exploding Plastic Inevitable dei Velvet Underground. Eppure c’è un concerto che, almeno in teoria, sarebbe la scelta ideale per questo immaginario salto quantico, non fosse altro perché in un solo giorno era concentrato praticamente tutto lo scibile della musica pop-rock passata, presente e futura. E quello che non si sarebbe riuscito a vedere dal vivo lo si sarebbe visto sul maxischermo, in tempo reale, grazie al collegamento video satellitare. Quel giorno era il 13 luglio 1985, il giorno del Live Aid, il più grande concerto benefico della storia della musica, tenutosi contemporaneamente al Wembley Stadium di Londra e al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia, negli Stati Uniti, e trasmesso in mondovisione, con quasi 2 miliardi di telespettatori collegati da 150 nazioni diverse, per un totale di circa 16 ore di diretta televisiva.
“The day the music changed the world”. Così è comunemente ricordato il megaconcerto organizzato da Bob Geldof e Midge Ure (leader degli Ultravox) allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia che aveva colpito l’Etiopia in quegli anni, un concerto oggetto in questi giorni anche di un nuovo libro, “Live Aid: Il suono di un’era. Gli anni ’80 e il sogno di un mondo migliore”, edito da Tsunami e scritto da Gabriele Medeot, storyteller in ambito musicale e musicista professionista da più di trent’anni.
Nel 1985 eravamo nel pieno del cosiddetto decennio dell'edonismo e dell'individualismo, con le due superpotenze politiche, economiche e militari del mondo occidentale, Usa e Gran Bretagna, guidate da altrettante leadership conservatrici e iperliberiste incarnate da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Quest'ultima una volta disse: “There is no such thing as society”. Ma Geldof e Ure, insieme a tutti gli artisti da loro chiamati a raccolta e insieme ai tantissimi presenti in persona o davanti alla tv quel giorno d'estate di metà 80’s, dimostrarono alla premier inglese che era vero il contrario: la società esisteva ed era ancora capace di gesti nobili, pur con tutte le contraddizioni del caso.
L'origine del Live Aid va però ricercata alcuni mesi prima del suo svolgimento. Nel dicembre del 1984 Geldof e Ure pubblicarono il celebre brano natalizio “Do They Know It's Christmas?”, scritto da loro due (e prodotto dal secondo) e registrato insieme a Band Aid, un supergruppo nato per porre l'attenzione proprio sulla fame in Etiopia e composto da stelle del pop britannico e irlandese quali, tra le altre, Sting, Phil Collins, Wham!, Duran Duran, Spandau Ballet, Boy George, Paul Weller e Bono degli U2. Pochi mesi dopo arrivò la risposta americana con “We Are The World”, canzone scritta da Lionel Richie e Michael Jackson che, sotto la sigla Usa for Africa, unì molti artisti statunitensi nella causa lanciata da Geldof, il quale infine, sull’onda dell’incredibile successo dei due brani, rilanciò con l'idea del concertone, in verità proposta originariamente da Boy George.
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Prendendo a riferimento il fuso orario di Londra, il Live Aid iniziò nella capitale inglese alle ore 12 e a Philadelphia poco prima delle 14. Ad aprire le danze a Wembley furono gli Status Quo, poi i mitici Style Council di Paul Weller (freschi reduci dalla pubblicazione dell'album “Our Favourite Shop”) e via via tutti gli altri. A Philadelphia, davanti a quasi 90mila spettatori, attaccò Bernard Watson e poi subito la grande Joan Baez. Anche i presentatori avvicendatisi sul palco, in special modo quello della città della Pennsylvania, erano d'eccezione, alcuni dei quali attori celebri come Jack Nicholson, Chevy Chase, George Segal, Don Johnson e Bette Midler.
Innumerevoli le istantanee dell'evento rimaste scolpite nella memoria collettiva. La più iconica fu l'esibizione dei Queen, la performance regina (è proprio il caso di dirlo) tra le tantissime della giornata, quei leggendari venti minuti con Freddie Mercury padrone assoluto della scena e capace di tenere in pugno uno stadio intero con un solo gesto (lo reinterpreterà magistralmente al cinema l'attore Rami Malek nel biopic dedicato alla band, “Bohemian Rhapsody”, del 2018). Come dimenticarsi di quell'adrenalinica “Radio Ga Ga” o del celeberrimo botta e riposta a base di gorgheggi vocali (quegli indimenticabili “Eh-oh”) con il pubblico prima di “Hammer To Fall”. E poi le emozionanti versioni di “Bohemian Rhapsody” (eseguita nella sola parte di piano ballad), “Crazy Little Thing Called Love”, We Will Rock You” e “We Are The Champions”.
Trionfatori furono anche gli U2, con Bono che violò il rigido protocollo della kermesse scendendo dal palco in piena esibizione per giungere davanti alla folla e prelevarvi una ragazza scelta a caso per invitarla a ballare con lui sulle note di “Bad”, che venne prolungata nella durata fino a oltre dodici minuti, sui venti che il gruppo aveva a disposizione, facendo così saltare l'esecuzione di “Pride (In The Name Of Love)”, terzo brano in scaletta previsto dalla band irlandese (il primo era stato “Sunday, Bloody Sunday”). Da quel giorno il quartetto di Dublino avrebbe spiccato il volo, preparando metaforicamente il terreno su cui impiantare l'“Albero di Giosuè”, visto che lo stesso Bono, appena due mesi dopo, sarebbe partito per l'Etiopia insieme a sua moglie Alison Stewart per prendere parte a un progetto educativo indirizzato ai bambini del posto, traendo ispirazione in loco per una delle canzoni più iconiche del suo gruppo, “Where The Streets Have No Name”.
Il Live Aid fu l'ennesima conferma anche della grandezza di artisti già da tempo sul pezzo come Elton John, protagonista di una performance a dir poco scoppiettante (da antologia i suoi duetti con Kiki Dee sulle note di “Don't Go Breaking My Heart” e con George Michael su “Don't Let The Sun Go Down On Me”), David Bowie e Phil Collins, il quale riuscì nell'impresa di esibirsi prima a Londra e poi di volare a tempo di record con il Concorde della British Airways a Philadelphia per suonare anche lì. A Wembley un suo piccolo errore è rimasto negli annali. All'inizio di “Against All Odds”, infatti, l'allora leader dei Genesis, subito dopo la parte di testo che dice “You’re the only one who really knew me at all”, sbagliò una nota al pianoforte, al che arrossì e scosse il capo, forgiando sul proprio volto quella simpatica, e umanissima, smorfia di dolore condita a sorriso che diventò il “francobollo” della sua partecipazione.
Il Live Aid fu una vetrina importante anche per molti nomi divenuti icone a partire proprio dagli anni Ottanta. Madonna aveva solo 27 anni ma aveva già pubblicato l'album (e l'omonima hit ivi contenuta) “Like A Virgin”. I Simple Minds erano simboli del nuovo rock e, da Philadelphia, irruppero con il loro successo “Don't You (Forget About Me)”, da poco pubblicato per la colonna sonora del film “The Breakfast Club”. I Cars di Rick Ocasek consolidarono sul palco americano il successo del loro "Heartbeat City", mentre Tom Petty si consacrò ancora una volta rocker senza macchia con un quartetto di suoi classici. Sting fu protagonista sia in solo sia insieme a Phil Collins (con il quale eseguì anche “Every Breath You Take”) e poi ai Dire Straits sulle note di “Money For Nothing”, il brano a cui l'ex-Police aveva partecipato anche nella versione studio presente sull'album “Brothers In Arms”, pubblicato un paio di mesi prima del Live Aid.
I Duran Duran, dal canto loro, erano reduci dal successo di “Wild Boys” e diedero vita a un set potente con "A View To A Kill", "Union Of The Snake", "Save A Prayer" e "The Reflex". Per non parlare degli Spandau Ballet, di cui si ricorda in particolare una magica esecuzione di “True”. E poi quel Bryan Ferry in solitaria che nel passato recente, con i suoi Roxy Music, tanto aveva ispirato i gruppi new romantic come appunto quelli capitanati da Simon Le Bon e Tony Hadley. Ferry cantò ovviamente anche la suadente “Slave To Love”, la sua hit allora più fresca, affiancato sul palco da un David Gilmour in veste di chitarrista oggi diremmo stranamente “snobbato” dalle telecamere; ma erano altri tempi e in quel periodo i Pink Floyd erano forse nel momento più buio della loro carriera, coincidente con il travagliato abbandono di Roger Waters. Quest'ultimo, peraltro, era presente anche lui nel backstage a Wembley, dove fu intervistato dalla televisione inglese, ma non si esibì. “Provai a ‘scendere in campo’ al Live Aid - dirà il principale autore di “The Wall” - ma mi avevano chiesto di farlo con i Pink Floyd e io dissi di no: volevo suonare con la mia nuova band, cosa per cui non furono d'accordo”. Ben diversamente andranno le cose vent'anni dopo al Live 8, quando gli stessi Waters e Gilmour, insieme a Nick Mason e Richard Wright, riformeranno per l'ultima volta la line-up storica dei Pink Floyd in quei venti minuti di esibizione a Hyde Park che, almeno nell'opinione di chi scrive, rappresentano il momento musicale più significativo del XXI secolo.
Naturalmente, sul palco non potevano non esibirsi anche i due organizzatori con i loro rispettivi gruppi: imponente la “I Don't Like Mondays” dei Boomtown Rats di Geldof così come la “Vienna” degli Ultravox capeggiati da Ure.
Ma come dimenticare anche le partecipazioni di alcuni complessi leggendari degli anni Sessanta e Settanta. I Led Zeppelin si riunirono per l'occasione, pur senza il compianto ex-batterista John Bonham, morto cinque anni prima e sostituito dietro le pelli dal summenzionato Collins (oltre che dall'altro drummer Tony Thompson), che però non soddisfece il cantante Robert Plant e il chitarrista Jimmy Page, il quale anni dopo affermerà: “Non fu una grande scelta quella di riformare la band. Inoltre il batterista - riferendosi a Collins - non entrò a tempo all’inizio di ‘Rock And Roll’ e la cosa ci mise nei guai”. L'autore di “In The Air Tonight” (per il quale evidentemente quel 13 luglio fu una giornataccia) si difenderà dalle accuse: “Non avevo fatto alcuna prova quando arrivai lì, la mia unica preparazione per il concerto fu l’aver ascoltato alcuni brani della band durante il volo per Philadelphia. Quando arrivai ai caravan, Plant mi disse: ‘Guarda che Page è piuttosto adirato’”. In pratica Collins, voleva salire sul palco e “suonare e basta”, in totale scioltezza, e rispetto alle richieste di Page che gli ricordava che lui e gli altri avevano fatto le prove, rispose di aver visto “il primo concerto della band a Londra”, e che dunque le sue parti le conosceva. Poi mimò la batteria di “Stairway To Heaven” in presenza del gruppo, mandando definitamente in collera il chitarrista dei Led Zeppelin. La band inglese fu così insoddisfatta della performance che nel 2004 si rifiuterà addirittura di concederne le immagini per la pubblicazione del Dvd ufficiale dell'evento (un cofanetto contenente 4 dischi ma che non includerà il concerto nella sua interezza bensì solo 10 ore di materiale sulle 16 totali di trasmissione).
Altra reunion clamorosa fu quella dei Black Sabbath, che riportò insieme sullo stesso palco Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward a distanza di sei anni dall'ultima volta. Anche per loro la rimpatriata non fu memorabile, anzi fu proprio “un mezzo disastro - come affermerà Iommi - ci avevano riservato una stanza per fare le prove. Iniziammo e ci ritrovammo da subito a parlare dei vecchi tempi. E così andò per gran parte del tempo che avevamo a disposizione. Poi quella sera, tornati all’albergo, ci siamo ritrovati al bar bevendoci sopra e finendo per scolarci fin troppi drink. C’erano anche i Judas Priest e sai come vanno queste cose... Il giorno dopo, com'era prevedibile, mi svegliai con un mal di testa terribile e me lo portai fino al live. C’è da dire che non mi aspettavo che dovessimo salire sul palco così presto quel giorno, ma è andata così e non è stato proprio il top”.
A Wembley c'erano anche gli Who, pure loro al ritorno in ensemble dopo lo scioglimento del 1982. Inizialmente, Pete Townshend era riluttante all’idea di suonare al Live Aid ma Geldof, venuto a conoscenza dei dubbi del chitarrista, lo convinse con parole indubbiamente persuasive: “Ogni sterlina che faremo salverà una vita. Fai due cazzo di conti e fai quel cazzo di concerto”. Townshend accettò, ma la band non passò troppo tempo a provare lo spettacolo: quando salirono sul palco gli Who si resero conto di non essere affatto preparati. A peggiorare le cose, il segnale satellitare sparì all’inizio del loro set, durante “My Generation”, e non tornò fino all’inizio della seconda traccia in scaletta, “Pinball Wizard”. E come se non bastasse, il basso di John Entwistle faceva le bizze e continuava a saltare. La band si riprese leggermente con “Won’t Get Fooled Again”, ma sul pezzo strumentale si perse comunque per strada, senza poi riuscire più a recuperare. “Eravamo fuori allenamento - ammetterà lo stesso Townshend - e forse avremmo fatto bene a lasciare spazio ai Queen o a George Michael, che hanno conquistato lo show”.
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Si riunirono anche Neil Young e suoi vecchi sodali Crosby, Stills & Nash, dapprima in cartellone a Philadelphia con set separati e poi di nuovo insieme per suonare “Only Love Can Break Your Heart” e Daylight Again”.
Non poterono tuttavia riunirsi in formazione completa i Beatles, per ovvi motivi. Paul McCartney, però, fu protagonista dell'ultimo momento d'antologia della branca di spettacolo inglese quando, in chiusura di serata, lui, ultimo artista in cartellone prima del commiato all-star, cantò i primi due minuti di “Let It Be” con il microfono spento ma mai incidente fu più benedetto perché a quel punto la voce di Sir Paul venne sostituita dai 72mila presenti a Wembley, con un effetto ancor più emozionante.
Certo, al Live Aid ci fu anche qualche assenza eccellente. Bruce Springsteen e Michael Jackson, per esempio, non salirono on stage ma in qualche modo - come detto - fu come se fossero presenti, avendo partecipato a “We Are The World”; idem per Boy George, il quale aveva comunque preso parte a “Do They Know It's Christmas?” (e, come detto, aveva avuto l’idea originaria del concerto); mentre Prince colmò in parte il suo non esserci con l'invio di un video preregistrato contenente l'esecuzione di “4 The Tears In Your Eyes”, trasmesso durante lo show di Philadelphia. E non c'era neanche Annie Lennox, a causa di un'infezione alla gola, ma la vocalist degli Eurythmics si rifarà parzialmente vent'anni dopo al Live 8 con una performance da brividi.
In un certo senso il Live Aid fu capace di abbracciare un ottantennio di musica pop, ossia i quarant'anni a esso precedenti e i quaranta successivi. Memoria e lungimiranza al tempo stesso, dal momento che, da una parte, in rassegna c'erano anche B.B. King, icona del blues già a partire dagli anni Cinquanta (esibitosi in collegamento video da L'Aia, in Olanda), i Beach Boys, rivali americani dei Beatles nei Sessanta, e Bob Dylan, monumento del folk fin dai tempi d'oro del Greenwich Village; e dall'altra, furono invitati i Run DMC, pionieri di quell'hip-hop che stava mettendo radici e che poi avrebbe germogliato fino ai giorni nostri con tutte le sue derivazioni, inclusa la trap.
Ovviamente, i concerti di Londra e Philadelphia non poterono che concludersi ognuno con il proprio inno continentale contro la fame, vale a dire gli stessi “Do They Know It's Christmas?” e “We Are The World”, cantati rispettivamente da Band Aid e Usa for Africa al gran completo, a suggellare un appuntamento irripetibile, una pagina memorabile di musica e beneficenza, ma purtroppo non altrettanto memorabile per l'Etiopia e l'Africa in generale, che una volta spentisi i riflettori ben presto sarebbero state dimenticate.
Nel 2005 Geldof cercherà di replicare il successo del Live Aid organizzando il succitato Live 8, iniziativa ancora più ambiziosa rispetto alla sua sorella maggiore, richiamata anche nel nome, con ben undici concerti gratuiti programmati in varie città del mondo in occasione del G8 di Gleneagles, in Scozia, dieci dei quali tenutisi il 2 luglio e uno il giorno 6 dello stesso mese.
Ma questa serie di spettacoli, che correrà in parallelo con la campagna britannica “Make Poverty History” avente come obiettivo la cancellazione del debito dei paesi poveri, non sarà paragonabile sotto nessun aspetto a quella che due decenni prima, almeno per un giorno, riuscì a cambiare il mondo. E neanche stavolta la povertà verrà consegnata alla storia, anzi tutt’altro, come purtroppo vediamo ancora oggi. (Valerio Di Marco)
P.S.I Il 13 luglio il canale YouTube ufficiale celebrerà la ricorrenza rimandando in streaming l'evento a partire dalle 13 ora italiana (che sono le "twelve noon in London"), quindi a partire dall'esatto orario originale.
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A Live Aid abbiamo dedicato una puntata di Rock in Onda, il programma condotto da Claudio Fabretti sulle frequenze digitali di Radio Città Aperta. Dagli Style Council a David Bowie, dagli Who a Paul McCartney, da Tom Petty ai Cars, dai Beach Boys a Bob Dylan: la spettacolare parata di stelle del più grande evento rock della storia raccontata attraverso un po' di aneddoti e una scaletta di 22 brani. Ascolta o scarica gratuitamente il podcast:
Live Aid
Un doppio live che ha fatto epoca, al punto da essere quasi unanimemente considerato il più grande evento rock della storia - e non solo per il valore dei protagonisti. Trentacinque anni fa andò in scena Live Aid, il concerto organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats insieme a Midge Ure degli Ultravox, con lo scopo di aiutare le popolazione africane, e in particolare alleviare la carestia di quel periodo in Etiopia. Tutto si è svolto in un giorno, il 13 luglio 1985, allo stadio Wembley di Londra e al John Fitzgerald Kennedy Stadium di Philadelphia, in contemporanea, davanti rispettivamente a 72mila e 90mila spettatori. In tv l’evento è stato trasmesso via satellite in 150 paesi – per una uno dei più grandi collegamenti tv di tutti i tempi - con un’audience di circa 2 miliardi di telespettatori (quasi il 40% della popolazione mondiale).
Un evento così sontuoso da rimanere scolpito nella memoria collettiva, segnando inevitabilmente una generazione intera.
Impossibile contenere in una scaletta sola tutti i protagonisti di quell'epica giornata (l'evento durò 16 ore!). Abbiamo così cercato di fornire una sintesi il più possibile esaustiva di quella immane parata di stelle a cui non si sottrassero mostri sacri del rock (Who, Beach Boys, Queen, Led Zeppelin, David Bowie, Mick Jagger, Paul McCartney, Bryan Ferry, Sting, Phil Collins, Tom Petty, Eric Clapton, Crosby, Stills, Nash & Young, Bob Dylan) ma anche le grandi band del momento, dagli U2 agli Ultravox, dagli Style Council ai Cars, passando per idoli pop come Madonna e Duran Duran. Mai più il mondo della musica avrebbe saputo offrire una risposta così corale e compatta alle grandi questioni del mondo.
Per molto tempo Live Aid rimase solo nella memoria dei fortunati che poterono assistere in diretta allo show o in qualche videocassetta Vhs amatoriale, perché Bob Geldof, per convincere gli artisti, promise loro che l’evento non sarebbe più stato riprodotto su audio e video. Addirittura, su precisa richiesta dell’organizzatore, la Abc distrusse i nastri.
Ma alla fine un Dvd ufficiale venne realizzato, nel 2004, e anche qualche versione discografica, soprattutto nella versione dell’etichetta Band Aid Trust in digital download nel 2018, oltre ovviamente al canale YouTube, lanciato nello stesso anno, con 87 video tratti dal concerto. Da queste fonti abbiamo tratto i brani inclusi nella scaletta del nostro podcast. (Claudio Fabretti)
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Titolo: Live Aid: Il suono di un’era. Gli anni Ottanta e il sogno di un mondo migliore
Autore: Gabriele Medeot
Editore: Tsunami Edizioni
Pagine: 239
Prezzo: 20 euro
Cosa resterà di questi anni Ottanta? Ecco, per esempio Live Aid. Tredici luglio 1985. Quarant’anni fa – e si sentono tutti - andava in scena l’ultimo sussulto umanitario della popular music: il grande concerto di beneficenza organizzato da Bob Geldof e Midge Ure. Ingenuo, controverso, imperfetto quanto si vuole, ma sicuramente unico e memorabile. A cercare di restituire il senso di quell’evento e di approfondire cosa ha lasciato in questi quattro decenni, è ora il volume "Live Aid: Il suono di un’era. Gli anni Ottanta e il sogno di un mondo migliore" (Tsunami Edizioni), a cura di Gabriele Medeot, divulgatore e musicista professionista da oltre 30 anni, con la prefazione di Franco Zanetti.
Quarant’anni dopo quel 13 luglio 1985 che inchiodò alla televisione quasi due miliardi di persone, Medeot ricostruisce la storia del “più grande evento musicale del secolo” – come è stato ribattezzato – in un libro che non è una celebrazione nostalgica, ma un saggio documentato su cosa ha significato davvero il Live Aid. Per la musica, per i media, per la politica e per l'immaginario collettivo. Il titolo, del resto, esplicita subito il senso dell’operazione: “Live Aid. Il suono di un’era” non si limita a raccontare lo show, ma cerca di definirlo come metafora storica di un decennio contraddittorio e spettacolare, segnato da crisi globali e sogni planetari, intrecciando cronaca, aneddoti e analisi per un viaggio dentro il cuore pulsante degli 80’s. Dieci anni di trasformazioni globali: dalla crisi del modello economico keynesiano alla nascita della generazione Mtv, passando per Ronald Reagan e Margaret Thatcher, la caduta del muro di Berlino e la lotta per la sopravvivenza in un mondo sempre più veloce e complesso.
Ma il racconto non può non prendere le mosse dalla dimensione planetaria dell’evento. Oltre 16 ore ininterrotte di musica, un palco a Londra e uno a Philadelphia, 16 satelliti per una trasmissione globale con oltre il 90% per cento delle televisioni di tutto il mondo collegate nel corso dell’evento, oltre 70 artisti per un cast stellare. "In sintesi, la miglior musica del decennio, eseguita dal vivo, dagli artisti più noti e influenti, tutto virtualmente su uno stesso palco, senza soluzione di continuità, con tutti uniti nel nome di un’unica voce: quella della solidarietà", scrive l’autore.
Medeot, musicista e divulgatore con esperienza nel racconto radiofonico e teatrale, affronta il Live Aid come un punto di fusione tra spettacolo, ideologia e cultura pop. Partendo dal presupposto che “la musica è la didascalia dei tempi”. Ma lo fa evitando ogni facile mitizzazione, a partire da un presupposto essenziale: senza il contesto degli anni Ottanta – l’ascesa della televisione globale, l’affermazione di Mtv, il culto dell’immagine e il neoliberismo rampante di Reagan e Thatcher – quell’evento probabilmente non sarebbe mai esistito.
Il libro si sviluppa lungo un doppio binario. Da una parte la cronaca documentata e appassionata di quella giornata irripetibile, in cui si alternarono sul doppio palco di Wembley e di Philadelphia artisti come Paul McCartney, Queen, David Bowie, Led Zeppelin, Madonna, Style Council, Ultravox, George Michael, Bryan Ferry, U2, Neil Young, Bob Dylan, Tom Petty, The Cars, Sting, Phil Collins (che volò in Concorde per suonare in entrambi i continenti), gli Who e tanti altri. Dall’altra, una riflessione ampia e articolata sulla cornice storica e simbolica in cui l’evento ha preso forma: l’emergenza per la carestia in Etiopia, la fame che uccideva milioni di persone in Africa, l’illusione del cambiamento attraverso la musica, il potere seduttivo del “modello occidentale” messo in scena davanti alle telecamere del mondo. La forza del libro non sta solo nelle informazioni – che sono comunque numerose e accurate – ma nella prospettiva: Live Aid è letto come un’icona mediatica prima ancora che come concerto. Non è un caso che Medeot lo definisca “il juke-box globale”, dove la canzone pop diventa strumento di messaggi universali, leva per azionare un pathos, un idem sentire collettivo che oggi ci appare lontanissimo.
“Alla metà degli anni 80 – ricorda Medeot in un’intervista a Mow - c'era una sorta di crisi economica, che però si stava superando. Cominciavano a girare soldi importanti e i boomer, i figli del secondo dopoguerra, stavano iniziando a entrare nel business. In più, il contesto tecnologico era vivissimo e con slancio futurista si guardava a ciò che presto sarebbe arrivato. Allo stesso tempo milioni e. Prima della globalizzazione il Live Aid lanciò un messaggio globale, perché tutto il mondo comprese l'importanza di fare qualcosa per gli altri. Il messaggio, in fondo, era uno solo, cristallino: la solidarietà”. E oltre tutto – ricorda l’autore nel libro - il Live Aid fu anche il primo evento a innescare una lunghissima serie di concerti di solidarietà, e nel corso dei rimanenti anni Ottanta non si sarebbero più contati gli spettacoli musicali promossi con lo scopo di raccogliere fondi per qualcuno, ma tutti destinati a diventare inevitabilmente emulazioni di qualcosa che non era, e non sarebbe mai stato, imitabile”.
La scrittura, pur evitando toni agiografici, non nasconde la fascinazione – e pure la commozione, via - che quell’evento continua a esercitare a distanza di quattro decenni. Ne esamina la costruzione spettacolare, il controllo del flusso televisivo, la liturgia dei gesti e delle inquadrature, fino a riconoscere come l’immagine di Freddie Mercury che domina Wembley durante “Radio Ga Ga” o quella di Bono che scende dal palco per abbracciare una fan abbiano inciso nella coscienza collettiva più delle stesse canzoni.
Accanto alla ricostruzione del “grande show”, Medeot inserisce schede, suggerimenti d’ascolto, incursioni biografiche e brevi meditazioni personali. Il tutto senza mai scadere nel sentimentalismo: anche laddove traspare tutto l’affetto per quella stagione, lo sguardo resta lucido e critico. Non si dimentica, per esempio, che “Do They Know It’s Christmas?” o “We Are the World” sono brani carichi di buone intenzioni ma anche di stereotipi coloniali; né si sorvola sul fatto che l’efficacia reale della raccolta fondi fu oggetto di discussione già all’epoca. “Quell’enorme sforzo cambiò di certo il futuro per milioni di persone, mise in movimento una ampissima onda di solidarietà che continuò per tutto il decennio, ma contribuì anche ad alimentare armi e conflitti, quindi morte – ricorda Medeot - Naturalmente non per volontà diretta, non per superficialità, non per alcun motivo imputabile a Geldof, a Band Aid o a chiunque avesse lavorato a quel progetto, ma semplicemente perché i soldi raccolti, una volta arrivati ai governi africani, risultarono soldi fin troppo facili da incassare. Erano aiuti umanitari privi di effettivi controlli, quindi perfetti per essere usati e per alimentare interessi politici ed economici personali”.
Medeot, insomma, non chiude gli occhi sulle ombre del progetto: riconosce l’ambivalenza tra filantropia e spettacolo, tra sincera mobilitazione e costruzione del consenso. Eppure, il cuore del libro sta proprio qui: nel mostrare come il Live Aid – con tutte le sue contraddizioni – sia stato l’ultimo grande sogno collettivo costruito attraverso la musica, in un’epoca in cui si poteva ancora credere che una canzone potesse cambiare il mondo. Un mix di ingenuità, idealismo e megalomania che i duri e puri dell’underground non avrebbero mai compreso appieno, limitandosi superficialmente a sottolineare le ipocrisie dello sfoggio di potenza muscolare da parte del mainstream. Se è vero che Live Aid diede grande spinta a un’industria che, dopo i fasti degli anni 70, stava avvertendo qualche cedimento, va anche ricordato che tutti i musicisti che calcarono i due palchi si esibirono gratuitamente, senza soundcheck né prove, affrontando anche situazioni complicate, dalle difficoltà del doppio live transoceanico di Phil Collins alla defaillance del microfono di Paul McCartney fino alla scossa presa da Eric Clapton, che lo costrinse ad allontanarsi senza più sentire il segnale proveniente dai monitor.
Oggi che la tecnologia consentirebbe molto più agevolmente la realizzazione di eventi simili pare illusorio anche solo immaginare un concerto globale di questa portata. “Il mondo mi sembra più egoista che negli anni Ottanta e questo è uno dei motivi che m’ha spinto a scrivere il libro, ovvero tornare a dare attenzione ai concetti di solidarietà e altruismo, perché non rimangano qualcosa di vago e vacuo”, sottolinea Medeot. E non possiamo che concordare.
“Live Aid: Il suono di un’era” è un libro accattivante e rigoroso al contempo, capace di parlare sia a chi quegli anni li ha vissuti in diretta, sia a chi li conosce solo per sentito dire o grazie a qualche frammento catturato su YouTube. Non un semplice esercizio commemorativo, ma un contributo approfondito e appassionato su uno degli eventi musicali più importanti dello scorso secolo, al quale non si può non restare eternamente riconoscenti, anche a dispetto delle sue ombre. Perché – come sottolinea Medeot – “il Live Aid non fu perfetto, fu reale. Fu, semplicemente, umano”. (Claudio Fabretti)
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Qui di seguito la lista completa dei brani eseguiti al Live Aid nella giornata del 13 luglio 1985, a Londra e Philadelphia.
Londra, Wembley Stadium
12:00 - Coldstream Guards - "Royal Salute", "God Save the Queen" (first six bars only)
12:01 - Status Quo - "Rockin' All Over the World", "Caroline", "Don't Waste My Time"
12:19 - The Style Council - "You're the Best Thing", "Big Boss Groove", "Internationalists", "Walls Come Tumbling Down!"
12:44 - The Boomtown Rats - "I Don't Like Mondays", "Drag Me Down", "Rat Trap"
13:01 - Adam Ant - "Vive Le Rock"
13:17 - Ultravox - "Reap the Wild Wind", "Dancing with Tears in My Eyes", "One Small Day", "Vienna"
13:46 - Spandau Ballet - "Only When You Leave", "Virgin", "True"
14:07 - Elvis Costello - "All You Need Is Love"
14:22 - Nik Kershaw - "Wide Boy", "Don Quixote", "The Riddle", "Wouldn't It Be Good"
14:53 - Sade - "Why Can't We Live Together", "Your Love Is King", "Is It a Crime?"
15:18 - Sting, Phil Collins, Branford Marsalis - "Roxanne" (Sting), "Driven to Tears" (Sting), "Against All Odds (Take a Look at Me Now)" (Phil Collins), "Message in a Bottle" (Sting), "In the Air Tonight" (Phil Collins), "Long Long Way to Go" (both), "Every Breath You Take" (both)
15:49 - Howard Jones - "Hide and Seek"
16:08 - Bryan Ferry (with David Gilmour) - "Sensation", "Boys and Girls", "Slave to Love", "Jealous Guy"
16:40 - Paul Young - "Do They Know It's Christmas?" (intro), "Come Back and Stay", "That's the Way Love Is" (with Alison Moyet), "Everytime You Go Away"
17:19 - U2 - "Sunday Bloody Sunday", "Bad" (with snippets of "Satellite of Love", "Ruby Tuesday", "Sympathy for the Devil" and "Walk on the Wild Side")
18:00 - Dire Straits (with Sting) - "Money for Nothing", "Sultans of Swing"
18:41 - Queen - "Bohemian Rhapsody" (ballad segment), "Radio Ga Ga", "Ay-Oh", "Hammer to Fall", "Crazy Little Thing Called Love", "We Will Rock You", "We Are the Champions"
19:23 - David Bowie - "TVC 15", "Rebel Rebel", "Modern Love", "Heroes"
19:59 - The Who - "My Generation", "Pinball Wizard", "Love, Reign o'er Me", "Won't Get Fooled Again"
20:50 - Elton John - "I'm Still Standing", "Bennie and the Jets", "Rocket Man", "Don't Go Breaking My Heart" (with Kiki Dee), "Don't Let the Sun Go Down on Me" (with Wham!), "Can I Get a Witness"
21:48 - Freddie Mercury, Brian May - "Is This the World We Created...?"
21:51 - Paul McCartney (with David Bowie, Bob Geldof, Alison Moyet and Pete Townshend) - "Let It Be"
21:57 - Band Aid - "Do They Know It's Christmas?"
Philadelphia, John F. Kennedy Stadium
08:51 - Bernard Watson - "All I Really Want to Do", "Interview"
09:01 - Joan Baez - "Amazing Grace", "We Are the World"
09:10 - The Hooters - "And We Danced", "All You Zombies"
09:32 - Four Tops - "Shake Me, Wake Me (When It's Over)", "Bernadette", "It's the Same Old Song", "Reach Out I'll Be There", "I Can't Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch)"
09:45 - Billy Ocean - "Caribbean Queen", "Loverboy"
09:55 - Black Sabbath - "Children of the Grave", "Iron Man", "Paranoid"
10:12 - Run–D.M.C. - "Jam Master Jay", "King of Rock"
10:27 - Rick Springfield - "Love Somebody", "State of the Heart", "Human Touch"
10:47 - REO Speedwagon - "Can't Fight This Feeling", "Roll with the Changes"
11:12 - Crosby, Stills and Nash - "Southern Cross", "Teach Your Children", "Suite: Judy Blue Eyes"
11:29 - Judas Priest - "Living After Midnight", "The Green Manalishi (With the Two-Pronged Crown)", "You've Got Another Thing Comin'"
12:01 - Bryan Adams - "Kids Wanna Rock", "Summer of '69", "Tears Are Not Enough", "Cuts Like a Knife"
12:39 - The Beach Boys - "California Girls", "Help Me, Rhonda", "Wouldn't It Be Nice", "Good Vibrations", "Surfin' U.S.A."
13:26 - George Thorogood and the Destroyers (with Bo Diddley and Albert Collins) - "Who Do You Love?" (with Bo Diddley), "The Sky Is Crying", "Madison Blues" (with Albert Collins)
14:05 - Simple Minds - "Ghost Dancing", "Don't You (Forget About Me)", "Promised You a Miracle"
14:41 - Pretenders - "Time the Avenger", "Message of Love", "Stop Your Sobbing", "Back on the Chain Gang", "Middle of the Road"
15:21 - Santana (with Pat Metheny) - "Brotherhood", "Primera Invasion", "Open Invitation", "By the Pool", "Right Now"
15:57 - Ashford & Simpson (with Teddy Pendergrass) - "Solid", "Reach Out and Touch (Somebody's Hand)" (with Teddy Pendergrass)
16:27 - Madonna (with Thompson Twins and Nile Rodgers) - "Holiday", "Into the Groove", "Love Makes the World Go Round" (with Thompson Twins and Nile Rodgers)
17:02 - Tom Petty and the Heartbreakers - "American Girl", "The Waiting", "Rebels", "Refugee"
17:30 - Kenny Loggins - "Footloose"
17:39 - The Cars - "You Might Think", "Drive", "Just What I Needed", "Heartbeat City"
18:06 - Neil Young - "Sugar Mountain", "The Needle and the Damage Done", "Helpless", "Nothing Is Perfect (In God's Perfect Plan)", "Powderfinger"
18:42 - The Power Station - "Murderess", "Get It On"
19:21 - Thompson Twins (with Madonna, Steve Stevens and Nile Rodgers) - "Hold Me Now", "Revolution" (with Madonna, Steve Stevens and Nile Rodgers)
19:38 - Eric Clapton (with Phil Collins) - "White Room", "She's Waiting", "Layla"
20:00 - Phil Collins - "Against All Odds (Take a Look at Me Now)", "In the Air Tonight"
20:10 - Led Zeppelin (with Phil Collins) - "Rock and Roll", "Whole Lotta Love", "Stairway to Heaven"
20:39 - Crosby, Stills, Nash & Young - "Only Love Can Break Your Heart", "Daylight Again/Find the Cost of Freedom"
20:46 - Duran Duran - "A View to a Kill", "Union of the Snake", "Save a Prayer", "The Reflex"
21:20 - Patti LaBelle - "New Attitude", "Imagine", "Forever Young", "Stir It Up", "Over the Rainbow", "Why Can't I Get It Over"
21:50 - Hall & Oates (with Eddie Kendricks and David Ruffin) - "Out of Touch", "Maneater", "Get Ready" (with Eddie Kendricks), "Ain't Too Proud to Beg" (with David Ruffin), "The Way You Do the Things You Do", "My Girl" (with Eddie Kendricks and David Ruffin)
22:15 - Mick Jagger (with Tina Turner) - "Lonely at the Top", "Just Another Night", "Miss You", "State of Shock" (with Tina Turner), "It's Only Rock 'n Roll (But I Like It) (Reprise)" (with Tina Turner)
22:39 - Bob Dylan, Keith Richards, Ronnie Wood - "Ballad of Hollis Brown", "When the Ship Comes In", "Blowin' in the Wind"
22:55 - USA for Africa - "We Are the World"
12/07/2025
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