L’esploratore dell’Alternitalia

29-04-2026

Attivo nel mondo della musica da oltre 25 anni come speaker radiofonico e giornalista in varie testate nazionali e regionali, Gianluca Polverari si divide attualmente tra l'emittente romana Radio Città Aperta, di cui è direttore artistico, Rai-No Name Radio, Rai Radiolive e il sito Romasuona.it. In passato è stato a lungo speaker su Radio Città Futura, gestendo uno spazio anche insieme a Marina Luca. Come recensore ha collaborato anche con Rockerilla e OndaRock. Tra le sue storiche trasmissioni radiofoniche, "Alternitalia", dedicata alle realtà musicali indipendenti italiane con interviste e live set in studio e "Puzzle", improntata sui suoni più di ricerca in ambito di post-punk, dark, elettronica, sperimentale e molto altro ancora. Facciamo con lui il punto sullo stato dell'arte della radiofonia musicale e sui fermenti rock, nella Capitale e non solo.

Gianluca, che cos'è per te la radio e come ti sei avvicinato a questo mezzo di informazione?
La radio per molti giovani di oggi può sembrare un media obsoleto, invece per me è un mezzo di comunicazione importante sia per l’intrattenimento che per la conoscenza. Questo strumento mi ha sempre suscitato fascino sin da quando ero bambino, dapprima ascoltando di riflesso ciò che era sintonizzato in casa dei miei e soprattutto in auto quando ci si spostava in città. Siamo nella prima metà degli anni 80 e i canali prevalenti erano Rai Radio 2, Tvr Voxson, Tele Radio Stereo con l'inconfondibile Dario. Erano ascolti pop ma formativi e poi il mio appuntamento fisso preferito era l’hit parade del sabato pomeriggio proprio sul canale nazionale. Devo dire che mi sono avvicinato ben presto ai cosiddetti suoni alternativi soprattutto nel 1986 quando, poco prima di iniziare la terza media, scoprii casualmente Radio Rock, che all’epoca si definiva la “Radio pirata”, facendo zapping con la rotellina del sintonizzatore. Mi acchiapparono quei suoni diversi, rabbiosi, scuri e psichedelici che, seppur nuovi alle mie orecchie, trovavo affini e aderenti alla mia sensibilità. L‘ascolto massiccio di questa emittente mi ha formato a livello musicale insieme ai programmi nazionali che sono nati intorno a quegli anni come Stereodrome, Planet Rock, Stereonotte (Rai), Moonchild di Massimo Santori (Radio Luna, Radio Roma ecc). Ben presto iniziai a visitare gli studi di Radio Rock e il veder operare dal vivo speaker che apprezzavo da ascoltatore fu una piccola magia.
All’epoca non c’erano i social e si lavorava di fantasia anche nel poter immaginare il volto di quelle voci che arrivavano dalle casse e questo poter sbirciare dietro le quinte mi ha sempre più avvicinato all’idea che un giorno avrei potuto mettermi dietro a un microfono e a un mixer. Prince Faster, Franz Andreani, Giampaolo Castaldo, Massimo Di Roma erano quelli che ascoltavo più assiduamente e il poter gustare insieme a loro la vibrazione di una diretta, il contatto con gli ascoltatori che telefonavano o passavano in studio avendo intorno una regia piena di vinili e cd, costantemente aggiornati, per me era il top. Questa frequentazione silenziosa è durata per tutti gli anni del liceo e il primo anno universitario anche se dire silenziosa non è proprio veritiero, perché all’epoca realizzai tre conduzioni al fianco di Franz Andreani che aveva lanciato il format de “La trasmissione dell’ascoltatore” dove ci si prenotava e poi, una volta convocati, si andava in diretta con una propria playlist e presentazione.
Devo dire che l’entusiasmo c’era, ma ero anche abbastanza timido, come lo sono per certi versi tuttora seppur con caratteristiche diverse, ma nel lontano 1994 provai la forte esigenza di poter diventare autonomo e protagonista di una mia conduzione e così ideai un format radiofonico, insieme all’amico e musicista Adriano Lanzi, che spaziava tra post-punk, post-rock, elettronica, sperimentale, avanguardia e molto altro ancora. La proposta venne indirizzata a Radio Città Futura che da qualche tempo era tornata sulle scene, dopo alcuni anni di stop, e aveva una serie di programmi e speaker di un certo spessore e livello. Grazie a un riuscito e veloce colloquio con il compianto e bravissimo Giancarlo Susanna, riuscimmo a piazzare  “Puzzle” nel palinsesto della domenica e questa trasmissione, seppur ormai già da tantissimi anni condotta solo da me, continua a esistere su Radio Città Aperta e anzi, proprio il 1 maggio 2024, ho festeggiato i miei 30 anni consecutivi di radiofonia in diretta. Come si può evincere da questa descrizione, la radio è la mia stessa vita, un processo che ho voluto e voglio sempre mantenere coerente nella proposta di brani e artisti che piacciono a me in primis e che poi vado a raccontare in una maniera che possa suscitare nell’ascoltatore curiosità e interesse tanto poi da invogliarlo a scoprire da sé una band o un artista da me proposto. Continuo comunque a essere anche un assiduo ascoltatore di trasmissioni altrui, anche perché si possono trarre a sua volta insegnamenti, stimoli e divertimento e questo aspetto dovrebbe essere mantenuto vivo da chiunque fa radio.

È cambiata la missione – o quantomeno l'attitudine - delle radio oggi, nell’era delle playlist, di Spotify e della frammentazione musicale?
Con l’avvento sempre più sviluppato di Internet, della tecnologia a basso costo e via così, la radio non ha perso la sua attrazione ma anzi ha permesso in breve tempo la nascita di numerose web radio in tutto il mondo, che spaziano da canali amatoriali ad altri decisamente professionali. Anche l’offerta di fruizione è aumentata, perché ora è possibile gustare una trasmissione di una qualsiasi nazione, dall’Inghilterra all’Uganda ad esempio, cosa che fino a 20/25 anni fa era impensabile. Dall’altra parte, questo comporta che in tanti sono divenuti speaker, presentatori, conduttori e se da un lato tutto ciò è democratico, dall’altro ha fatto decisamente abbassare il livello qualitativo e per trovare qualcosa di realmente stimolante bisogna essere più che mai determinati e curiosi nella selezione, anche perché tante gemme a livello nazionale e internazionale ce ne sono.
La situazione culturale e di attenzione nel nostro paese è decisamente bassa, ma credo ugualmente che ci sia una buona fetta di popolazione che invece cerca un qualcosa di diverso e soddisfacente su cui fidelizzarsi, e chi si assume questo compito divulgativo deve essere una brava guida nello stimolare la curiosità senza risultare cattedratico, almeno questo è il mio credo. Sicuramente le playlist di Spotify stanno massificando e uniformando il gusto del pubblico, ma allo stesso tempo anche ciascuna persona è libera di scegliere se seguire questa via o no. È un po' come quando si dice che la tv è brutta e povera di contenuti, ma non è proprio così perché poi sta a ognuno la scelta di cercare programmi di più alto livello, magari di nicchia, che anche sul piccolo schermo non mancano.

Hai sempre cercato di promuovere realtà alternative e underground nei tuoi programmi. In particolare nel tuo storico programma “Alternitalia”, ormai un must per chi fa musica indipendente. Che idea di sei fatto della musica italiana underground in questi anni? Qual è il suo valore e cose le impedisce, spesso, di emergere?
“Alternitalia” è anch'essa una trasmissione longeva con all'incirca 28 anni consecutivi di attività ed è sempre un attento radar sul fermento underground tricolore. Dai miei microfoni ne sono passati di band e musicisti con interviste, live set e presentazioni, gruppi che ho sempre scelto in base ai miei gusti. Ci sono state band validissime e che purtroppo hanno interrotto la loro attività, altre che strenuamente continuano e ancora giovani leve che suonano al meglio ciò che è lontano dalla tendenza mainstream del nostro paese, dove sembra che attualmente esista solo trap o noioso indie slavato e abbastanza innocuo. Fino a qualche anno fa, poi, il termine indie aveva un significato ben diverso e potente, appunto un'indipendenza che significava suonare veramente ciò che si sentiva come esigenza artistica e non per fare numeri su Spotify e like social con il solito ritornello e testi dagli argomenti tutti uguali. Attualmente l'Italia, proprio come nazione, è più che mai provinciale ed ego-riferita e infatti pochissimi giovani della cosiddetta Generazione Z ascoltano musica straniera se non quella imposta dalle poche grandi case discografiche e dai potenti media che guidano il gusto e le scelte sui social e radio/tv. Personalmente credo che nel sottobosco continuino a esserci produzioni di grande livello nei più svariati generi, siano essi alternative pop, post-punk, elettronica, blues, rock, funk e altro.
Gli anni 90 e i primi 2000 hanno sicuramente gratificato numerose produzioni e artisti che, partendo da piccoli club, sono arrivati poi a un pubblico vasto, grazie anche al supporto fondamentale di alcune trasmissioni sopracitate di Radio Rai, e l'hype raggiunto all'epoca da band come Afterhours, Subsonica, Marlene Kuntz, 99 Posse, Csi, tanto per fare dei nomi, sono una reale testimonianza. Se fino a qualche anno fa il successo internazionale di artisti italiani rimaneva confinato ai vari Pavarotti, Ramazzotti, Pausini, Il Volo ecc., si può ora dire che i Maneskin abbiano ribaltato un po' la situazione a favore di un rock pop più sostenuto, a prescindere se uno li possa apprezzare o no, anche se io non rientro nella categoria dei loro detrattori. Personalmente li ritengo musicisti che sanno gestire ottimamente palchi importanti con bravura, verve e potenza. Aggiungo che ci sono anche tanti altri gruppi italiani che realizzano tour per il mondo con stili poco convenzionali come gli Spiritual Front, con il loro cantautorato folk noir, gli Ataraxia, di derivazione neofolk lirico, gli Zu, tra gli ideatori del jazzcore, i Nu Genea, con il loro irresistibile nu funk mediterraneo. Non nego che mi infastidisco non poco quando sento dire da qualcuno che in Italia c'è poco o nulla d'interessante e valido, poiché è un giudizio che nasce da una conoscenza più che mai superficiale di quello che è il reale fermento che anima il nostro scalcagnato Stivale e in qualche modo, con il mio lavoro, cerco di dare un poco di visibilità ad alcune di queste formazioni underground. Certo, se poi ci fosse un importante supporto dei canali nazionali, come accadeva anni fa, il tutto avrebbe ancor più seguito e forza.

E da sempre sei di base a Roma... che realtà è quella della Capitale, quali sono, secondo te, i suoi fermenti musicali più interessanti?
Roma è una città molto grande e dispersiva ed è anche molto complessa a livello sociale e strutturale. Già da prima del Covid, e con la pandemia che poi ha dato il colpo di grazia, locali importanti e che avevano animato la musica in città nel nuovo millennio hanno tristemente chiuso. Circolo degli Artisti, Init, DalVerme, Sinister Noise, ultimamente il Klang hanno dovuto interrompere la loro attività per vari motivi. Per fortuna, altri continuano a mantenere e a proporre musica dal vivo come i lodevoli 30 Formiche, Fanfulla, e poi il Monk, Largo Venue, Traffic, Wishlist, Glitch, lo storico centro sociale Forte Prenestino, che resiste nonostante tutto e tutti. Purtroppo, negli ultimi tempi tante belle formazioni straniere, che sono arrivate a suonare a Bologna, Milano, Torino non sono poi approdate anche a Roma, cosa impensabile fino a qualche anno fa quando c'era l'imbarazzo della scelta sul dove andare e cosa vedere.
In questa estate 2024 la situazione sembra migliorata e gli eventi di Fontaines Dc, The Smile, Slowdive, Queens Of The Stone Age fanno ben sperare, anche se la stagione dei concerti invernali è ben diversa dalle proposte che arrivano durante la calda stagione nei vari festival che possono usufruire di location più ampie e all'aperto. Se si pensa a Roma, non viene subito in mente qualche nome celebre, se comparato a gruppi di altre città soprattutto del Nord o di Napoli, ma poi, escludendo chiaramente i celebri cantautori, la città ha nel corso del tempo offerto importati personaggi famosi anche a livello internazionale soprattutto in ambito elettronico, come Lory D e Donato Dozzy. Tra l'altro quest'ultimo è attivo ne Il Quadro di Troisi insieme alla bravissima Andrea Noce/Eva Geist (già nei Laser Tag, Le Rose, J A) e Pietro Micioni (noto producer italodisco). La loro formula, a cavallo tra cantautorato 80 alla Matia Bazar/Alice con i suoni 90 stile etichetta Too Pure, con i britannici Laika in primis, è per me del tutto affascinante. Tra i giovani cito i potenti Kalzeeni, che ho visto di recente di spalla a un'altra band fondamentale quali i Bud Spencer Blues Explosion che ormai sperimentano su disco e spaccano con tecnica e potenza sul palco con un acido rock blues psichedelico. Cito ancora la qualità espressiva degli Spiritual Front, il pop melanconico dei Réclame, ovviamente gli Zu. La lista potrebbe continuare ma sarebbe un elenco noioso e allora invito ad ascoltare la diretta e/o i podcast di Alternitalia e Puzzle su Radio Città Aperta, perché sarà ancor più tangibile che anche in città il buon sound non manca. È impossibile parlare di scena romana, ma sicuramente ci sono diverse realtà che agiscono in alcuni quartieri, come ad esempio a Roma Est (Pigneto, Torpignattara, Prenestina), area da monitorare sempre con attenzione partendo da locali come Fanfulla e 30 Formiche, che sono buoni punti di riferimento dove poter scoprire proposte non convenzionali e assai intriganti, spesso provenienti dalla stessa zona.

Ci racconti qualcosa dell'esperienza di Radio Città Aperta, che contribuisci a portare avanti da tanti anni, prima in Fm e ora in versione solo digitale?
Radio Città Aperta è una emittente storica nata alla fine degli anni 70 come Radio Proletaria e che in seguito ha modificato il suo nome in quello attuale. Io sono entrato nel 2002 dopo la precedente esperienza di quasi dieci anni a Radio Città Futura, dove tra l'altro sono tornato contemporaneamente a trasmettere, per un paio di stagioni, qualche anno fa. Attualmente sono il Direttore Artistico di Rca e conduco 4 trasmissioni a settimana ossia “Puzzle” (lunedì h.16-18 con post-punk, elettronica, wave, sperimentale e altro), “Alternitalia” (venerdì h.18-20 solo musica italiana), “Mercoledì Morning” (mercoledì h.10-12 musica e intrattenimento arricchita anche da sondaggi musicali insieme agli ascoltatori), “33x2” (mercoledì h.14-16, l'ascolto integrale di due album, uno del presente e uno del passato, con scelte e schede introduttive curate dal sottoscritto). In generale, ho impostato per la nostra emittente un indirizzo che possa essere propositivo e di curiosità per chi ascolta, quindi i vari speaker hanno massima libertà nella scelta della musica: si spazia da conduzioni come le mie ad altre più soul, funk, hip-hop, reggae, folk, blues, punk e molto altro, tutte trasmissioni che si possono ascoltare in diretta e poi anche in podcast. Siamo una radio di base a Roma ma che, attraverso il web, parla a tutta Italia e a tutto il mondo, e quindi per me è fondamentale che non ci sia una conduzione romano-centrica, sia nel linguaggio che nella segnalazioni di eventi e ospiti, anche perché i riscontri arrivano veramente da più aree geografiche.
L'esperienza in Fm purtroppo è terminata a metà 2016, quando la vecchia proprietà ha deciso di vendere le sue frequenze a un grosso network, e questo passaggio non è stato per me e per tanti compagni d'avventura poco doloroso, anzi. La radio aveva ottimi ascolti e anche le iniziative esterne avevano grande successo ma, nonostante le difficoltà umorali e psicologiche per questa perdita, alcuni di noi speaker hanno deciso di continuare l'esperienza in Rete. Abbiamo creato l'Associazione Culturale Dissociazione e abbiamo preso in gestione totalmente la radio ereditando gli studi di Via Casal Bruciato che sono ampi e ben strutturati a livello tecnico. Siamo una valida squadra che auto-sovvenziona il progetto con l'aggiunta del supporto di qualche ascoltatore che ci offre il suo contributo economico con delle donazioni che si possono effettuare visitando il nostro sito.

Le web radio possono realmente contribuire ad allargare l’offerta di informazione musicale? Come si possono aiutare a crescere ancora?
Come dicevo, soprattutto in Italia, le web radio non fanno i numeri dell'Fm che, a parte qualche rara eccezione, offre ben poco a livello di contenuti alternativi al commerciale. Devo dire che soprattutto una buona fetta di pubblico deve fare ancora quello switch mentale nel considerare pratico e normale ascoltare le radio dal web, difficoltà che avviene anche con il Dab (Digital audio bradcasting) che in Italia ancora non ha preso così piede a livello di fruizione. Il problema è di pensiero, più che strutturale, poiché mentre in altre nazioni europee l'ascolto dalla Rete o dal digitale è cosa scontata, qui siamo culturalmente ancora indietro, ma il futuro, per forza di cose, è ormai indirizzato verso la direzione che noi di Rca abbiamo intrapreso già da tempo. Di sicuro, è fondamentale promuovere per bene i propri contenuti e il proprio lavoro attraverso i social, elemento centrale per farsi notare e per far comprendere al meglio anche la qualità e l'indirizzo artistico, e poi funziona sempre anche il caro e vecchio passaparola. È importante poi sottolineare come le web radio offrano concretamente la possibilità di allargare l'offerta di informazione musicale, poiché si possono scovare trasmissioni provenienti da ogni angolo del mondo e io per primo ne ascolto varie, dall'Inghilterra, Francia, Belgio, Polonia, che mi permettono di allargare ulteriormente il mio bagaglio di conoscenza. E così tanti dischi e band del presente e del passato, da me sconosciuti fino a poco tempo fa, sono poi divenuti protagonisti delle mie trasmissioni grazie proprio a questi ascolti esteri e nazionali sul web.

Hai lavorato anche a Radio Città Futura, in Rai... quali sono le altre esperienze radiofoniche a cui sei rimasto più legato?
Le trasmissioni che avevo a Radio Città Futura, ossia “Puzzle” e “Alternitalia” le ho portate poi a Rca e quindi sono proprio come dei figli che continuano a crescere. Amo però citare anche “Sinergia”, nata a Rcf alla fine dei 90 insieme a Cristiano Cervoni e Maurizio Schiavi, e che, dopo anni e anni di stop, è tornata di nuovo in onda insieme a Cristiano su un'altra web radio, di base a Bari, chiamata Rko, trasmissione tuttora in corso. Molto bella è stata anche l'esperienza condivisa insieme a Marina Luca con “Check-In” e che ha segnato il mio ritorno anche a Città Futura intorno al 2017. Aggiungo poi “Frame”, insieme a Monica Bartocci, una trasmissione dedicata alle copertine dei dischi e alla musica ivi contenuta, che è andata avanti fino al 2022 su Rai Radio Live. In Rai attualmente lavoro come regista su “No Name Radio” e “Radio Live Napoli”, mentre ho una trasmissione mensile su Rai Radiotechetè, condotta in coppia con il direttore del canale Giacinto De Caro.

Ci puoi rivelare qualche esperienza particolare che ti è capitata in diretta, qualche retroscena curioso con gli ascoltatori?
Se vuoi ti racconto un'esperienza al limite del trash. Ero in onda e stavo presentando un disco quando all'improvviso, con il microfono aperto, mi è entrata in bocca una mosca e mi sono quasi strozzato in diretta… A parte questo episodio “surreale” ma vero e che ricordo con lucidità anche a distanza di tempo, un altro aneddoto simpatico è quando ebbi ospite in studio Robin Proper-Sheppard (The God Machine, Sophia) con live set acustico. La mia intervista si alternava con suoi brani dal vivo in diretta e durante uno di questi set iniziò a squillare il mio cellulare che avevo dimenticato acceso. Io ero proprio al suo fianco e feci i salti mortali per silenziarlo, con Robin che continuava a cantare sorridendo divertito e non infastidito. Ovviamente tanti ascoltatori sono anche musicisti e una band chiamata Vigo scrisse una canzone a me dedicata ossia “Polverari vieni a prenderci”, omaggio che mi ha veramente inorgoglito, così come mi inorgogliscono le tante testimonianze di stima che arrivano via social o anche di persona quando magari ci si incontra in qualche concerto o evento.

È nota la tua passione per sonorità post-punk, alternative-rock e dintorni. Cosa ne pensi dell'attuale rinascimento post-punk? Solo un revival in grande stile o ci sono gruppi che possono competere con gli originali degli anni 70 e 80?
Mi sono assai entusiasmato al ritorno del post-punk in questa nuova veste, anche perché i riferimenti da parte di tante formazioni guardano ai The Fall di Mark E. Smith, figura mai troppo celebrata. Già nel 2019 ebbi voglia di raccontare quello che stava emergendo in Inghilterra e Irlanda sulle pagine web di Radio Città Aperta, parlando di neo post punk quando ancora questa definizione non era emersa e non era soprattutto così mainstream come ora, in senso positivo (per chi fosse curioso, vedi qui). Secondo me, formazioni come Shame, Gilla Band (ex-Girl Band), Black Midi, Idles, Italia 90, Ditz, The Murder Capital, Fontaines Dc, i primi Do Nothing, Life e altri hanno regalato e continuano a regalare ottimi dischi, ma è pur vero che sono nate successivamente anche tante band clone di queste che stanno un poco appiattendo la scena, che però rimane, in varie produzioni, ancora assai eccitante. Insomma, per i miei gusti è una manna dal cielo e non sono pochi i soldi che ho speso e continuo a spendere per l'acquisto dei loro album.

Ultima domanda di rito: ci sono dieci brani che passeresti sempre in una tua scaletta?
Non è un'impresa facile ma provo a indicare alcune canzoni che personalmente hanno una loro importanza.
The Cure - “Faith
Nick Cave & The Bad Seeds - “From Her To Eternity
Cocteau Twins - “My Love Paramour”
Mass - “Innocence”
Rechenzentrum - “Benshy”
Baiciamibartali - “The Prediction”
Fontaines Dc - “A Hero's Death
Joy Division - “Heart And Soul
Bourbonese Qualk - “Gulit”
Peaking Lights - “All The Sun That Shines”

Gianluca Polverari su OndaRock

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