Girl Band / Gilla Band

Girl Band / Gilla Band

Just another nervous breakdown

di Claudio Lancia

Protagonisti della scena sviluppatasi a Dublino durante gli anni Dieci, si sono caratterizzati per l'intransigenza sonora e per il sound influenzato dai problemi di salute mentale che hanno afflitto Dara Kiely, il cantante. Problemi che sono presto giunti a minare la stessa sopravvivenza della band. Questa è la loro storia

Se nella seconda metà degli anni 10 sulla sponda inglese è stato l’argomento Brexit a catalizzare l’attenzione dei musicisti, attraverso il grime di Skepta e Stormzy, l'acida poesia metropolitana di Kate Tempest e Sleaford Mods, o la rabbia elettrica espressa da Shame e Idles, sul versante irlandese a regnare è l'analisi introspettiva, figlia di un'epoca problematica. Sono tempi difficili: da un lato il mondo social nel quale trionfano post confortevoli e rassicuranti, con piccoli obiettivi quotidiani quasi sempre raggiunti. Il lato bello della storia, quello da mostrare in pubblico. Sul rovescio della medaglia scorgiamo frustrazione, malcontento, disagio, angoscia, panico, ansia, depressione, per la gioia di psicologi e ospedali psichiatrici che vedono riempirsi ogni giorno le sale d'aspetto.
Questa volta vi raccontiamo la storia di un musicista che quelle file le ha fatte davvero, e spesso le ha saltate, per motivi di urgenza. Stiamo parlando di problemi di salute mentale, quelli che hanno contrassegnato l’esistenza di uno dei frontman più complessi degli anni Dieci, Dara Kiely, da Dublino. Una storia che dal punto di vista artistico si lega in maniera indissolubile a quella della formazione da lui guidata, dal nome a dir poco ingannevole: Girl Band. Se Ian Curtis fosse ancora vivo, ne siamo certi, oggi il suo malessere suonerebbe più o meno come le loro canzoni.

The Dubliners

La genesi del quartetto ricalca quella di molte altre formazioni che iniziano a muovere i primi passi intorno ai 16 anni, sui banchi della secondary school, lo stesso percorso dal quale presero il via – ad esempio - a fine anni 70 i concittadini U2. Ci si vede la mattina a scuola, e dopo il suono della campanella si trascorrono pomeriggi e serate a provare in cantina. In principio furono gli Harrows, un gruppo dagli inequivocabili istinti indie-rock, nel quale Dara Kiely, all’epoca dietro la batteria, il chitarrista Alan Duggan e il bassista Daniel Fox (tre quarti dei futuri Girl Band) suonavano assieme a Kevin Towey (chitarra) e Ben Wadel, che indossava i panni del cantante.
Come accadeva di solito negli anni Zero, alcune tracce furono caricate sulla piattaforma MySpace. Un loro video casalingo, autoprodotto, girato fra magliette dei Sonic Youth e poster dei Nine Inch Nails, dall’inconfondibile mood strokesiano, “Leave Again”, niente affatto male, venne caricato il 15 novembre del 2008 su YouTube, dove è tuttora visualizzabile. Nonostante le incoraggianti premesse, gli Harrows non riuscirono però a trovare la propria strada, divenendo comunque la palestra formativa che consentì di fare esperienza e varare la successiva line-up, con Kiely promosso a ricoprire il ruolo di frontman e Adam Faulkner scelto per sostituirlo dietro pelli e tom.

The Early Years

I quattro nel luglio 2011 si autoattribuiscono la ragione sociale Girl Band. Meno di un anno dopo, ad aprile del 2012, arriva già il primo singolo, “In My Head”, diffuso dalla label Any Other City, brano che suscita non poca curiosità sul web. La primordiale radice indie risulta ora soffocata da consistenti dosi wave, e da dissonanze che rimandano alla scuola noise newyorkese, una sorta di felice mix fra Interpol e Sonic Youth. Ma soprattutto, nella seconda metà del brano, si fanno largo per la prima volta le urla strazianti di Kiely, che dimostra al mondo di sapersi impossessare del microfono senza alcun timore reverenziale.
Il successivo ottobre ecco pronte ben sei tracce che la Any Other City riunisce nell’Ep France 98, registrate in presa diretta e autoprodotte dalla band stessa, scaricabili in free downloading dalla pagina Bandcamp. Se l’iniziale “You’re A Dog” rimanda al post-hardcore dei canadesi Metz, “That Snake Conor Cusack” si avvicina ai Motorpsycho meno prolisssi e la schizzata title track si concretizza in un breve delirio sonico che deflagra in meno di un minuto, è in particolare “Second One” a schiudersi su interessanti ipotesi future, frullando assieme in maniera naturale Strokes e Nirvana. I ragazzi sono alla ricerca di quel tocco personale che li elevi al di sopra dei modelli di riferimento. Dimostrano di saper interpretare diversi mood, che ben presto si trasformeranno in una miscela micidiale. Nonostante ci sia ancora da lavorare sul fattore originalità, France 98 costituisce senza dubbio un’ottima prima prova.

I riflettori si sono accesi, e ulteriore interesse suscita la riuscitissima cover di “Why They Hide Their Bodies Under My Garage”, originariamente incisa da Blawan, un musicista di area techno. Per tutto il 2014 seguiranno una serie di sette pollici che consolideranno la fama della band, almeno entro i confini del Regno Unito, i quali verranno poi raccolti nell’Ep The Early Years.
I Girl Band a questo punto sono considerati la principale next big thing in territorio irlandese, e non si lascia attendere l’interesse di qualche etichetta in grado di promuoverli presso un pubblico più vasto. A spuntarla sarà la Rough Trade Records, la quale sa farsi avanti con decisione, garantendo al gruppo il pieno controllo creativo sui dischi futuri. E così sarà. La band a dicembre del 2014 firma per la label di Geoff Travis, che il 21 aprile 2015 pubblica The Early Years, nonostante i singoli in esso contenuti siano stati precedentemente diffusi dalla Any Other City.

Stories Of Breakdowns And Foods

Nel frattempo è trascorso un lustro da quando i Girl Band hanno iniziato a muovere i primi passi, attenti preparativi che sfociano finalmente, il 30 settembre del 2015, nel primo vero album, Holding Hands With Jamie, recensito su OndaRock con svizzera puntualità da Fabio Guastalla, il quale evidenzia senza esitazioni l’approccio sghembo e rumorista delle nuove composizioni, spinte ben al di là di quanto avessero lasciato presagire i brani fino a quale momento diffusi. In trentotto minuti di inaudita urgenza espressiva i ragazzi si lanciano oltre il recinto delle diciture “post-punk” e “noise”, dotandosi di forti influenze post-hardcore, urla sgraziate, riff corrosivi e deviazioni industrial, in una formula che parte idealmente da Husker Du e Mission Of Burma per arrivare all’apatico furore degli Iceage e alla schizofrenia no-wave dei Liars.
Lasciate per strada le regole della forma canzone, fino allora sperimentate, e stracciato ogni possibile canovaccio, Holding Hands With Jamie si impone come lavoro grezzo, debordante, volutamente sporco e imperfetto, il manifesto di un gruppo che non intende sottostare ad alcuna regola prestabilita, nel quale le farneticazioni di Kiely fungono da guida lungo un tragitto irto di spigoli rumoristi, espressi in una rabbia luciferina sempre sul punto di deflagrare.
Le bordate sonore di “Umbongo” rappresentano soltanto l’intimidatorio, selvaggio benvenuto in un itinerario che si carica via via di connotazioni dissonanti (“Pears For Lunch”), spettri industrial (“Baloo”, “Paul”, a metà strada fra Nine Inch Nails e Suicide), sconnesse ballate metropolitane (“In Plastic”, “Texting An Alien”), furia incontrollata (la iper-concentrata “The Last Riddler“), fino alla bomba a orologeria di quasi otto minuti “Fuckin Better”, che funge da summa espressiva di quest’opera prima.
In fondo alla scaletta, “The Witch Dr.” riassume l’idea di punk così come inteso dalla formazione irlandese, architettato con un metronomo impazzito e la materia che si dissolve nel caotico finale.

A questo punto il nome Girl Band acquisisce notorietà e autorevolezza, fino a divenire punto di riferimento per l’intera nuova scena rock di Dublino, tanto che non di rado nelle interviste rilasciate negli anni successivi da band che allora stavano nascendo, quali Fontaines D.C. o Murder Capital, esce fuori la citazione dei Girl Band come il gruppo che riuscì a accendere la miccia. Le esibizioni live sono infuocate, e il quartetto viene invitato a realizzare una registrazione per la KEXP, ulteriore certificazione di qualità conseguita dai ragazzi. Ma proprio sul più bello, quando le porte del successo sembra stiano per schiudersi, ecco innescarsi il problema che, se da un lato ha consentito di generare le liriche e le atmosfere così particolari del gruppo, dall’altro arriverà a minare la stabilità e la sopravvivenza dello stesso.
Dara Kiely sprofonda nei suoi problemi di salute mentale, si trova costretto a fermarsi, e i Girl Band dovranno annullare ben due tour, uno nel 2015, l’altro nel 2017. Quella che poteva diventare una storia da enciclopedia del rock pare irrimediabilmente destinata a un prematuro epilogo. Tanti artisti conterranei continueranno a citare i Girl Band come fari musicali della nuova Dublino, ma è sempre più forte la sensazione che non ci sarà mai più un seguito per quelle istantanee di lucida follia.

A New Beginning

Fino all’estate del 2019, quando all’improvviso viene diffusa una nuova canzone, “Shoulderblades”. Non solo, a distanza di pochi giorni giunge l’annuncio di un nuovo album che potrebbe essere pubblicato all’inizio dell’autunno successivo. L’attesa si accende, rinvigorita ad arte attraverso la messa online di un ulteriore inedito, “Going Norway”, con relativo videoclip, diretto come quasi tutti gli altri dall’amico Bob Gallagher. Due tracce nuove che confermano uno standard qualitativo ben superiore alla media, e che lasciano presagire l’imminenza di un grande album.

Il 27 settembre del 2019 la Rough Trade pubblica The Talkies, il secondo lavoro di lunga durata firmato Girl Band, scelto per ottobre da OndaRock come Disco del mese. Dopo quattro anni a dir poco complicati, i ragazzi danno così un seguito al deflagrante esordio, perfezionando l’efferatezza di una scrittura che ormai è in grado di miscelare in maniera personalissima incubi stilisticamente a cavallo fra new wave, no-wave, Glenn Branca, kraut, noise e industrial. Sin dai primissimi ascolti, The Talkies s’inserisce con personalità in quel solco destrutturato che dai Radiohead di “Kid A” conduce sino ai Low di “Double Negative”, ma mentre in questi esempi era la matrice elettronica a prevalere, qui è lo stato mentale schizoide di Dara Kiely, il suo malessere psichico, a caratterizzare l'attitudine.
The Talkies non è una fiction, quel che si ascolta è la realtà di Kiely, senza filtri, i suoi deliri, i suoi attacchi di panico, accompagnati da una band che lo asseconda, che lo ha atteso, in primis il bassista, Daniel Fox, impegnato a modellare il sound. E' lui il responsabile della produzione dell’album, è lui a decidere fin dove arrivare con la parte analogica delle registrazioni e dove spingere le manipolazioni, in un lavoro di ricerca e sperimentazione sui suoni in grado di condurre la band verso nuovi orizzonti, tuttora ignoti persino a lei stessa. Un disco che è un segno dei nostri tempi, nervoso, post-apocalittico, che avanza fra urla strazianti e strumenti suonati non di rado in maniera poco convenzionale, permeato da una paranoia resa in maniera verosimile da Kiely in indecifrabili testi fra l’astratto e l’assurdo.
Voce fra Mark E. Smith e John Lydon, chitarre dissonanti, che se ne fottono delle armonie, musica decomposta, fratturata, a tratti persino opprimente, specie nelle tracce più lunghe, le più difficili da masticare, ostiche ma vitalizzate da repentini cambi di direzione. Tutto è ansiogeno, sin dall’iniziale “Prolix”, nella quale il respiro sempre più affannato di Kiely è una versione rivisitata in chiave malata del battito cardiaco che fungeva da incipit in “The Dark Side Of The Moon”, altro lavoro incentrato su follie e manie, che come secondo brano aveva “Breathe”, per l’appunto, “respirare”.
Le tracce più sorprendenti sono però le più brevi, come “Aibohphobia”, che sublima la passione di Dara per i palindromi, o come “Akineton”, che sembra prodotta all’interno di un’industria siderurgica: la terra trema in mezzo a sirene e strumenti in distorsione, si rischia di perdere l’equilibrio in questa discesa agli inferi nella quale i quattro dubliners lasciano che noise e industrial possano prendere il sopravvento sulla radice wave. “Amygdela” è la rappresentazione di un momento di follia di Kiely, qui sottoposto a mitragliate soniche mentre farnetica espressioni prive di senso compiuto.
“Caveat” attinge spunti dal big beat, trasfigurandolo come fosse un’opera picassiana. “Salmon Of Knowledge” parte addirittura con un’andatura jazzy prima di immergersi nell’acido, deragliare e morire lentamente. L’atmosfera diviene soffocante in “Laggard”, rumore bianco e drumming tribal, poi filastrocca sussurrata. Così come non lascia scampo il crescendo allucinato al sapore di carta vetrata di “Shoulderblades”. La melodia scorticata di “Prefab Castle” è posta quasi a fine corsa a indicare la via del non ritorno, ma non esiste orrore senza conforto e la conclusiva “Ereignis” intende proprio lasciare aperto un piccolo spiraglio.

Il post pandemia

Quando nel 2022 i ragazzi tornano a diffondere musica, lo fanno in una situazione completamente modificata, non soltanto a causa di una pandemia non ancora del tutto debellata, di un incremento spropositato delle tariffe energetiche in grado di mettere in ginocchio l'intero sistema economico mondiale e di un'assurda guerra che sta dilaniando una nazione al confine con l'Unone Europea. Nello scenario musicale del Vecchio Continente si sono imposte alcune delle formazioni - Fontaines D.C. in primis - nate sul suolo irlandese, delle quali i Girl Band possono essere considerati padrini.
Ma loro stessi vogliono cambiare qualcosa, e decidono che il nome finora adottato dal gruppo non rispetterebbe la cultura dell'inclusività. Da ora in poi il quartetto decide di farsi chiamare Gilla Band, e con tale ragione sociale il 7 novembre pubblica il terzo album, Most Normal, sempre su etichetta Rough Trade.

L’approccio devastante e schizofrenico non si sposta di una virgola: la voce nevrastenica e le chitarre deliranti impacchettate dentro “The Gum”, aprono Most Normal sbattendo subito in faccia all’ascoltatore un suono instabile, oscillante, terribilmente ansiogeno. Kiely confessa di avere problemi seri con i vestiti e con le compagnie aeree low cost. Dopo aver speso tutti i soldi in vestiti cheap di merda, in “Eight Fivers” scaglia poderose mitragliate noise contro il consumismo imperante, accusato di conformare le masse. Il tema ritorna in “Bin Liner Fashion”: frammenti di melodia seppelliti sotto molteplici strati di detriti sonici fungono da sfondo al protagonista, che sceglie di vestirsi con sacchetti di plastica e carta stagnola. Nel feroce minuto durante il quale si consuma la malatissima “Capgras”, Kiely declama: “I hate Ryanair”.
Non c’è mai nulla di rassicurante, né tanto meno i quattro sembrano possedere alcuna ambizione nei confronti del successo, basti ascoltare i rumorismi siderurgici elaborati in “Gushie” e nella prima parte di “The Weirds”. Se architettano un groove, come nel caso di “Backwash” e Red Polo Neck", si sentono autorizzati ad abbatterlo con tempeste al napalm. Se decidono di scopiazzare qualcuno, si travestono da melmosa cover band degli Strokes (“Almost Soon”) affondando lentamente sotto i colpi sferrati dai loro stessi strumenti. Se fingono di recitare una preghiera ("Pratfall"), la sciolgono nell’acido dell’industrial più estremo. A volte i suoni distorti sembrano provenire dall’appartamento accanto, dove si sta svolgendo un party al quale non siamo stati invitati, e attraverso le pareti possiamo decodificare disperazione e conati di vomito.
Selvagge ed efferate, tutte le canzoni (compresa la pseudo-normale conclusiva “Post Ryan”) possiedono elementi di disturbo che le rendono impervie. Il lavoro è stato sviluppato eleggendo lo studio di registrazione a membro aggiunto della band, ispirandosi ai Radiohead di “Kid A” e ai Low di “Double Negative”. Most Normal diviene così un non-luogo nel quale ridurre a pezzetti la materia musicale per poi riassemblarla in forme differenti e inedite. Architetture astratte unite a testi non di rado surreali, provenienti dal mondo del sogno, vengono sovrapposti per dar vita a incubi cubisti popolati da vespe giganti e barbieri strafottenti. Le invenzioni di Kiely, supportato musicalmente e moralmente dal resto del gruppo, hanno funzione curativa nei confronti dei propri malesseri, ma con tutte le peripezie che hanno attraversato, è un miracolo che questi ragazzi siano riusciti a completare e pubblicare tre album in dieci anni: teniamoceli stretti.

Girl Band / Gilla Band

Just another nervous breakdown

di Claudio Lancia

Protagonisti della scena sviluppatasi a Dublino durante gli anni Dieci, si sono caratterizzati per l'intransigenza sonora e per il sound influenzato dai problemi di salute mentale che hanno afflitto Dara Kiely, il cantante. Problemi che sono presto giunti a minare la stessa sopravvivenza della band. Questa è la loro storia
Girl Band / Gilla Band
Discografia
 France 98 (Ep, Any Other City, 2012)7,5
 The Early Years (Ep, Rough Trade, 2015)7
 Holding Hands With Jamie (Rough Trade, 2015)7
The Talkies (Rough Trade, 2019)8,5
 Most Normal (Rough Trade, 2022) 8
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Streaming

In My Head
(first non album single, 2012)

Lawman
(da The Early Years, 2014)

De Bom Bom
(da The Early Years, 2014)

Why They Hide Their Bodies Under My Garage
(da The Early Years, 2014)

Paul
(da Holding Hands With Jamie, 2015)

Pears For Lunch
(da Holding Hands With Jamie, 2015)

In Plastic
(da Holding Hands With Jamie, 2015)

Shoulderblades
(da The Talkies, 2019)

Going Norway
(da The Talkies, 2019)

Live on KEXP (full performance)
(
Novembre 2014)

Gilla Band su OndaRock
Recensioni

GILLA BAND

Most Normal

(2022 - Rough Trade)
Dodici nuove feroci istantanee noise-post-punk, intrise di ansia e disagio

GIRL BAND

The Talkies

(2019 - Rough Trade)
La definitiva consacrazione per i deliri noise-wave-industrial del quartetto dublinese guidato da Dara ..

GIRL BAND

Holding Hands With Jamie

(2015 - Rough Trade)
L'assordante esordio del quartetto di Dublino, in perfetto equilibrio fra post-punk e rumorismo