Girl Band

The Talkies

2019 (Rough Trade) | noise-rock, industrial, wave

Sono tempi difficili quelli che stiamo vivendo. Da un lato il mondo social nel quale trionfano post confortevoli e rassicuranti, con piccoli obiettivi quotidiani quasi sempre raggiunti. Il lato bello della storia, quello da mostrare in pubblico. Sul rovescio della medaglia scopriamo - ne siamo tutti più o meno coinvolti - frustrazione, malcontento, disagio, angoscia, panico, ansia, depressione, per la gioia di psicologi e ospedali psichiatrici che vedono riempirsi ogni giorno le sale d'aspetto.
Se oggi sulla sponda inglese è l’argomento Brexit a catalizzare l’attenzione dei musicisti, attraverso il grime di Skepta e Stormzy, l'acida poesia metropolitana di Kate Tempest e Sleaford Mods, o la rabbia elettrica espressa da ShameIdles, sul versante irlandese a regnare è l'analisi introspettiva, figlia di quest'epoca problematica.

La nuova rigogliosa scena dublinese ha in Fontaines D.C. e Murder Capital le più recenti affermazioni di una lunga serie, che – secondo gli stessi protagonisti - ebbe inizio con “Holding Hands With Jamie”. A quattro anni di distanza, i Girl Band riescono finalmente a dare un seguito a quella deflagrazione, perfezionando l’efferatezza di una scrittura che miscela incubi stilisticamente a cavallo fra new wave, no-wave, Glenn Branca, kraut, noise e industrial.
“The Talkies” s’inserisce così nel solco destrutturato che dai Radiohead di “Kid A” conduce sino ai Low di “Double Negative”, ma mentre in questi esempi era la matrice elettronica a prevalere, qui è lo stato mentale schizoide del frontman Dara Kiely a caratterizzare l'attitudine. Il proprio malessere psichico, i propri problemi di salute mentale hanno messo più volte a repentaglio l’ancor breve storia del quartetto, costretto già ad annullare un paio di tour e a rinchiudersi in un lungo stand-by che sembrava non aver più fine.

“The Talkies” non è una fiction, quel che si ascolta è la realtà di Kiely, senza filtri, i suoi deliri, i suoi attacchi di panico, accompagnato da una band che lo asseconda, che lo ha atteso, in primis il bassista, Daniel Fox, impegnato a modellare il sound. E' lui il responsabile della produzione dell’album, è lui a decidere fin dove arrivare con la parte analogica delle registrazioni e dove spingere le manipolazioni, in un lavoro di ricerca e sperimentazione sui suoni in grado di condurre la band verso nuovi orizzonti, tuttora ignoti persino a lei stessa.
Un disco che è un segno dei nostri tempi, nervoso, post-apocalittico, che avanza fra urla strazianti e strumenti suonati non di rado in maniera poco convenzionale, permeato da una paranoia resa in maniera verosimile da Kiely in indecifrabili testi fra l’astratto e l’assurdo.

Voce fra Mark E. Smith e John Lydon, chitarre dissonanti, che se ne fottono delle armonie, musica decomposta, fratturata, a tratti persino opprimente, specie nelle tracce più lunghe, le più difficili da masticare, ostiche ma vitalizzate da repentini cambi di direzione. Tutto è ansiogeno, sin dall’iniziale “Prolix”, nella quale il respiro sempre più affannato di Kiely è una versione rivisitata in chiave malata del battito cardiaco che fungeva da incipit in “The Dark Side Of The Moon”, altro lavoro incentrato su follie e manie, che come secondo brano aveva “Breathe”, per l’appunto, “respirare”.
Le tracce più sorprendenti son le più brevi, come “Aibohphobia”, che sublima la passione di Dara per i palindromi, o come “Akineton”, che sembra prodotta all’interno di un’industria siderurgica: la terra trema in mezzo a sirene e strumenti in distorsione, si rischia di perdere l’equilibrio in questa discesa agli inferi nella quale i quattro dubliners lasciano che noise e industrial possano avere il sopravvento sulla radice wave.

“Amygdela” è la rappresentazione di un momento di follia di Kiely, qui sottoposto a mitragliate soniche mentre farnetica espressioni prive di senso compiuto. “Caveat” attinge spunti dal big beat, trasfigurandolo come fosse un’opera picassiana. “Salmon Of Knowledge” parte addirittura con un’andatura jazzy prima di immergersi nell’acido, deragliare e morire lentamente.
L’atmosfera diviene soffocante in “Laggard”, rumore bianco e drumming tribal, poi filastrocca sussurrata. Così come non lascia scampo il crescendo allucinato al sapore di carta vetrata di “Shoulderblades”. La melodia scorticata di “Prefab Castle” è posta quasi a fine corsa a indicare la via del non ritorno, ma non esiste orrore senza conforto, e la conclusiva “Ereignis” intende proprio lasciare aperto un piccolo spiraglio.

Alla resa dei conti, Girl Band miglior gruppo d’Irlanda del 2019? Di più. Stiamo parlando di una delle migliori realtà europee contemporanee. Se Ian Curtis fosse ancora vivo, ne siamo certi, oggi il suo malessere suonerebbe esattamente così.

(01/10/2019)

  • Tracklist
  1. Prolix
  2. Going Norway
  3. Shoulderblades
  4. Couch Combover
  5. Aibohphobia
  6. Salmon Of Knowledge
  7. Akineton
  8. Amygdela
  9. Caveat
  10. Laggard
  11. Prefab Castle
  12. Ereignis




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