Il Quadro di Troisi

Una commedia umana e un traliccio al sole

intervista di Piergiorgio Pardo

C'è un vecchio adagio che ammonisce i musicisti sulle difficoltà del secondo disco dopo un esordio brillante. I tre del Quadro di Troisi (Donato Dozzy, Andrea Noce, aka Eva Geist, e Pietro Micioni) sono usciti brillantemente dall'impasse limitandosi a raccontare "La verità", o, che è lo stesso, "La commedia" delle loro vite. L'album vive di equilibri profondi e delicatissimi, nei quali la cura del particolare, il cesello che riguarda ogni parola, ogni suono, l'andamento delle melodie, i dettagli di armonie e ritmi, tutto serve a tornare all'innocenza dell'intuizione originaria. Che è come dire alla fonte di poesia e urgenza espressiva. Per innamorarsi di queste canzoni, anzi, per ricambiare adeguatamente l'amore che esse nutrono nei confronti dell'ascoltatore, bisogna sgomberare un po' la mente e il cuore dalle scorie di disattenzione che il nostro quotidiano vi lascia; così da permettere che questa loro universalità elettiva ci riguardi da vicino. Sono canzoni di guarigione. Ognuno di noi ne ha una da condividere.

"La commedia" è un titolo ricco di suggestioni, più o meno immediate, più o meno letterarie. Mi piacerebbe sapere qual è il nesso più sostanziale e profondo che vi lega a una parola così bella e così evocativa.
Donato: La prima cosa da dire è che si tratta di una parola proveniente dal testo di "Intenzioni", uno dei brani dell'album precedente. Nella redazione finale il pezzo è stato accorciato ed è saltata una parte di testo in cui si parlava di un "povero traliccio" attraverso il quale passavano migliaia di conversazioni, e dunque anime connesse da una parte o da un'altra del mondo. Al traliccio non rimaneva che vivere la commedia nata dall'intreccio di tutte quelle storie e di tutte quelle parole. Di qui quello che avevamo pensato come titolo originale del nuovo album, che doveva chiamarsi: "Commedia di un traliccio al sole".

Sarebbe stato un bel titolo anche quello, molto concettuale direi.
Donato: Quasi anni Settanta. Ci piaceva molto, ma poi abbiamo optato per l'essenzialità.
Pietro: Non lo sapevo nemmeno io che fosse questa la genesi del titolo!

Come mai, Pietro? La tua partecipazione al progetto si è andata intensificando nel tempo?
Pietro: Sono entrato a far parte gradualmente di questa storia meravigliosa. All'inizio di tutto metterei la mia amicizia e collaborazione artistica con Donato, che poi mi ha presentato Andrea, ai tempi del primo disco, e man mano sono passato dal ruolo di musicista ad essere parte integrante dell'intero processo creativo.

Tornando al titolo, mi pare di capire che si tratti di una commedia molto più umana che divina, giusto?
Donato: Anche di una commedia all'italiana, se vuoi, che è una pagina culturale alla quale per mille ragioni siamo molto legati. E poi la commedia è un racconto in cui puoi fare stare tanti registri, tante ispirazioni, in cui si ride, si pensa, si sorride, ci si appassiona. Come i fili del traliccio contenevano le parole di tante persone, così la parola del titolo contiene tutte le altre che vengono cantate nel disco. Lo definirei un valzer di emozioni.

A proposito di emozioni "Il profeta", che apre l'album, da un lato ha questa musicalità assorta, quasi estatica, che riporta al primo album, dall'altro però il testo conduce a un picco emotivo che prepara tutto il resto del disco.
Andrea: Sì, infatti, abbiamo cominciato ad aprire con questo pezzo anche i live. La parte vocale è una demo che avevo registrato da sola. Ci piaceva e l'abbiamo tenuta.
Donato: Anche perché registrandola Andrea aveva applicato alla voce una catena molto particolare di effetti e non abbiamo voluto rischiare di alterarne gli equilibri, o di fare una take meno forte sul piano espressivo.

Avete iniziato a lavorare al disco in periodo pandemia?
Andrea: Sì, per cui in una prima fase si faceva tutto a distanza. Tieni conto che ormai vivo a Berlino...
Pietro: Ecco perché mi sono perso la storia del traliccio (ride)

Il secondo brano "La Terra" mi ha colpito molto anche per il testo. Quando Andrea canta "Il tuo cuore è freddo/ Ricevi i messaggi in sogno da me/ Tu imiti la guerra/ Ripeti le immagini viste già in altre realtà/ Il tuo cuore è freddo (...) Io imito la terra/ Ripeto le immagini viste già in altre realtà/ E resta il tempo/ Solo di viaggiare nel tempo", non posso fare a meno di pensare a "Silenzio il Tempo gira" un brano di Terra di Benedetto, compagna d'arte e di vita di Mino di Martino, con cui fondò L'Albergo Intergalattico Spaziale e con il quale ha condiviso, insieme a Franco Battiato, Juri Camisasca e Lino Capra Vaccina fra gli altri, l'esperienza del Telaio Magnetico. A parte le affinità elettive con la visione e la filosofia sonora di Battiato, avverto una sorta di richiamo ancestrale a una sensibilità altra rispetto alla quotidianità, che mi sembra un messaggio bello e importante. È un riferimento voluto?
Donato: Guarda il testo è di Stefano di Trapani, quindi non si può mai dire. Lui è una mente imprevedibile, tra l'altro, a parte ovviamente Battiato, anche quello di Juri Camisasca è un mondo che ci è molto vicino.
Andrea: È un brano che Stefano ha scritto dopo averlo sognato, circa una decina di anni fa. All'epoca si era diffusa la notizia che Patty Pravo cercava dei pezzi per l'album nuovo. Stefano mandò il provino che aveva fatto all'epoca, un piano e voce, registrato mi pare di ricordare, con il cellulare, dal quale era forse piuttosto difficile cogliere il potenziale del pezzo. All'epoca la collaborazione con Patty Pravo non andò comunque in porto. L'idea di farlo diventare un pezzo del Quadro di Troisi ci è venuta dopo, mentre stavamo ultimando il lavoro su un'altra composizione di Stefano, che sta sul primo disco e si chiama "L'ipotesi". Alla stesura originaria ho aggiunto il ritornello e l'ho proposto a Donato e Pietro, che hanno accettato di buon grado. Stefano lo aveva pensato come una ballad, ma poi l'arrangiamento ha preso una piega diversa.
Donato: Guarda, secondo me Patty Pravo, con tutto il bene e l'ammirazione che possiamo avere nei suoi confronti, ha perso un'occasione (ride).

Il disco ha anche diverse altre collaborazioni: Aimée Portioli, Grand River, la maestra Suzanne Ciani, Fiona Brice, Daniele Di Gregorio. Con che criteri li avete interpellati?
Donato: L'amicizia, innanzitutto. Spesso anche di vecchia data. E poi il piacere e la necessità autoriale di collaborare con ciascuno di loro e interagire con i rispettivi contributi. Ci sono gli ospiti che ci dovevano essere. Né tanti, né pochi. E soprattutto non hanno svolto dei compiti, ma lasciato un loro segno all'interno del processo creativo.

Continuando a parlare di songwriting, Andrea, ti definiresti una cantautrice?
Andrea: Sì, è il mio mestiere. Quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo "cantautrice". Mi sembra che sia proprio il ruolo più calzante per me. Anche se in realtà ho anche una formazione come musicista elettronica. Diciamo che sono una cantautrice-soundmaker, il mio modo di scrivere a volte è più "sonico" rispetto al cantautorato tradizionale, meno orientato all'importanza preminente della parola, per quanto questo secondo album sia molto più "di parola" rispetto al precedente.

Infatti mi sembra in questo caso di sentire delle interpretazioni più emotive e dirette. C'è una cantante che ti scandisce frontalmente le parole, anche se non ha una chitarra in mano ma una console al fianco. Mi interessa molto questo aspetto perché qualche tempo fa un binomio di questo tipo sarebbe stato difficile, almeno in Italia. Da un lato ci sono le scultrici di suono come Caterina Barbieri, discendenti dalle musiciste scienziate tipo Clara Rockmore o Delia Derbyshire, dall'altro alcune cantautrici, poche, fino a una decina di anni fa pochissime, e poi le interpreti, tante, che tra l'altro molto spesso scrivevano senza che la cosa venisse loro riconosciuta o adeguatamente valorizzata. Oggi mi sembra che la sintesi di cantautorato, voce femminile e sperimentazione sonora, rappresentata da personaggi come te, Daniela Pes, Marta Del Grandi si stia facendo strada nell'immaginario collettivo. Cosa ne pensi?
Andrea: Direi che è un discorso da affrontare in due step distinti. Su un primo livello metterei tutto quel cantautorato femminile "sommerso". Di molte cantautrici dagli anni Settanta a praticamente tutti i Novanta semplicemente si disconosce il fatto che abbiano scritto le loro canzoni. È un dato che ha un suo peso, soprattutto nel mainstream, ancora oggi nel 2024. C'è proprio, ancora una sorta di silenziamento, di sommersione del ruolo della donna come cantautrice. Chi oggi, per esempio, ha presente che Alice è l'autrice delle sue canzoni?

E poi c'è la capacità, innegabile, delle donne nel lavorare col suono...
Andrea: È una storia che, come hai detto tu, risale ai primi del '900, ma di cui ci si era dimenticati. Anzi, soprattutto nella musica elettronica c'è comunque il pregiudizio che riguarda una presunta incapacità delle donne a gestire in prima persona aspetti tecnici. Da un lato, quindi, la figura della donna sperimentatrice era negata, dall'altro mai più la si sarebbe associata a quella del cantautore, che, soprattutto in Italia, è sempre stato recepito e immaginato al maschile. Adesso le rivendicazioni ecofemministe che si stanno giustamente affacciando al dibattito pubblico iniziano a rimescolare un po' le carte e a dare un po' di filo da torcere a tanti pregiudizi. Per quanto mi riguarda, la scrittura e la sperimentazione sonora sono sempre andate di pari passo e sono sempre state legate anche alla mia identità femminile. Lo dice lo stesso nome d'arte Eva Geist, con cui ho firmato tante mie produzioni. Mi sono formata come pianista classica e poi però subito, già da quando avevo vent'anni, mi sono dedicata all'elettronica. Nello stesso tempo ho sempre scritto poesie e canzoni. È un tema rispetto al quale sono sempre stata molto attiva. Non parlerei di lotta, non sono una militante, ma di impegno nel dare visibilità a un approccio femminile alla scrittura e alla sperimentazione sonora, soprattutto nel loro insieme.

Ti sembra che le cose stiano cambiando?
Andrea: Dagli anni Dieci del nuovo millennio, direi di sì. Non perché ci siano più cantautrici che lavorano con il suono rispetto a un tempo; solo perché quelle che ci sono vengono finalmente riconosciute. Però è un cammino sul quale ritengo che siamo in ritardo un po' in tutto il pianeta, non solo in Italia, e che non riguarda solo il prodotto artistico, ma tutto un universo di cose. Soprattutto in ambito mainstream vedo ancora tante cantautrici costrette a sottolineare che le canzoni le scrivono loro. Una come Bjork ha dichiarato nelle interviste di essere stanca che si pensasse che le sue canzoni fossero ideate da un ghost producer maschile. Figurati se non è successo anche a me, nonostante ci siano tante tracce evidenti del fatto che sono io in prima persona a occuparmi anche di scrittura e produzione. Quindi le cose vanno meglio, ma c'è ancora molto fare. Le donne creano, ma occorre che la società alleni lo sguardo ad accorgersi di loro.

Pietro, visto che Andrea ha citato giustamente Alice, mi piacerebbe chiedere a te che hai mosso i primi passi nel pop anni 80 e nella italodance prima, poi evolutasi in italodisco, qualcosa sull'ambiente musicale di allora. Eravate consci del gender gap che serpeggiava persino in mondi che oggi, visti da qui, appaiono scintillanti, così disinvolti e cosmopoliti? C'era apertura, o i pregiudizi erano comunque tanti?
Pietro: Tantissimi in realtà. Persino in un ambiente come quello in cui si muovevano gli Easy Going, il progetto in cui ero coinvolto con mio fratello Paolo e con Claudio Simonetti. Gli Easy Going sono stati uno dei primi gruppi a portare avanti un discorso gay-friendly, prendeva il nome dal locale di cui mio fratello Paolo Micioni era dj resident e Claudio Simonetti un cliente, si formò in una session negli studi Bus Recording di proprietà di Raffaella Carrà e Gianni Boncompagni. Era difficile in giri come quelli percepire delle discriminazioni di genere di qualsiasi tipo. Eppure c'erano e lo capisco di più oggi, guardando le cose in prospettiva a distanza di tempo, che allora. Tra l'altro, paradossalmente, la fine degli anni Settanta era più aperta, più propositiva di quanto non sarebbe poi accaduto nel decennio successivo. Pensa solo alla copertina del primo album degli Easy Going. Oggi un'immagine come quella scatenerebbe un putiferio, allora passò senza difficoltà. Con i primi anni 80 le cose cambiarono. Il mondo del pop si fece più chiuso, più suddiviso in schemi e generi, non solo sessuali.

Tu però eri giovanissimo, praticamente un ragazzino e immagino che ti divertissi molto. Che cosa hai portato di quel mondo nel Quadro di Troisi?
Pietro: Penso proprio il desiderio di sperimentare giocando e quella forma di freschezza. I brani nascevano dalla nostra voglia di giocare in studio con sintetizzatori e drum machine. La prima produzione di Gazebo fu fatta con una Linn Drum 1 presa in prestito da un negozio di musica, perché non avevamo i soldi per acquistarne una. In genere, il mio nome e quello di mio fratello vengono associati alla italodisco ed effettivamente all'inizio eravamo in pochi a usare le macchine in un certo modo. C'eravamo noi, i fratelli La Bionda e pochi altri. Però non per questo mi riconosco in quella definizione. La nostra visione era molto più trasversale rispetto alle produzioni, soprattutto tedesche, che vengono etichettate come italodisco. Avevamo una freschezza che penso, anzi spero di essere riuscito a portare all'interno del mio lavoro con Donato e Andrea.

È una freschezza che io ricollegherei al modo che avevate voi, i La Bionda, anche un Mauro Malavasi, di trattare il funky. E a questo punto rivolgo la stessa domanda che ho fatto a te anche ad Andrea e Donato. Dal vostro punto di vista cosa è arrivato della visione del pop di Pietro Micioni nel Quadro di Troisi, soprattutto in questo secondo album in cui la sua presenza si è man mano sempre di più consolidata?
Donato: Credo sia stato fondamentale nel percorso che abbiamo intrapreso verso un formato canzone più definito, più pop appunto. Un percorso delicato, fatto di tanti equilibri che però sentivamo necessario, anzi direi inevitabile come esigenza artistica e creativa. Un po' perché insistendo sulle strade già percorse avremmo finito col ripeterci e un po' perché Andrea aveva bisogno della formula più giusta per raccontare un momento particolare della sua vita e dunque di dare una profondità e un peso adeguati alle parole.

Io ho la sensazione che uno dei presupposti necessari al lavoro sui nuovi pezzi sia, oltre naturalmente al primo album e al più deciso coinvolgimento di Pietro, anche un disco, ormai abbastanza lontano nel tempo ma splendido, inciso da Donato Dozzy insieme ad Anna Caragnano, "Sintetizzatrice". Vi sembra un'ipotesi sensata?
Donato: Assolutamente si. È stato il mio primo esperimento condotto intorno a una voce. Sono trascorsi esattamente dieci anni, ma il mio interesse per la voce umana, tra l'altro caldeggiato dal fratello di Pietro, Paolo Micioni, risale esattamente a quel momento. Da allora, le cose si sono susseguite come un fiume in piena. "Sintetizzatrice" era un esperimento, anche estremo per certi versi, ma mi ha fatto prendere coscienza di un desiderio che c'era in me da tempo. Sono cresciuto con la new wave italiana e con tutta una serie di stimoli musicali che in modo insospettabile riescono tutti a convergere più in un pezzo cantato che in composizioni in cui gli strumenti siano i soli responsabili dell'espressione. Subito dopo quell'album ho conosciuto Andrea ed è scoccata la scintilla di uno scambio molto bello, molto profondo e coinvolgente.

Una scintilla non solo artistica mi pare di capire, se posso chiedere...
Andrea: No, non solo artistica (ride). Con Donato ci siamo conosciuti, ci siamo amati per tre anni. Tutto è partito da una grande convergenza sul piano umano, artistico e sentimentale. Da un punto di vista squisitamente musicale, io sono arrivata a Donato con delle domande, molte delle quali nascevano proprio da "Sintetizzatrice", che avevo ascoltato ben prima che io e lui ci incontrassimo. Io credo che in quel disco ci siano già le intuizioni proprie del modo che ha Donato di lavorare a livello timbrico sulla voce umana, di darle dei colori che veicolano il significato dei testi su un piano più profondo di quello razionale, tanto da superare le stesse barriere linguistiche. Credo sia questa una delle ragioni principali per cui Il Quadro di Troisi ha un suo seguito all'estero nonostante i testi siano in italiano. Le persone entrano lo stesso nei brani, anche se non capiscono il senso logico delle parole, perché il suono riesce a trasmettere il messaggio sostanziale dei testi.
Donato: Credo che questa cura per l'intersezione tra vocalità ed elettronica sia un elemento caratterizzante della nostra musica e che corrisponda a una idea di pop vicina a come lo si concepisce all'estero. Il suono, non solo quello degli strumenti, ma anche quello della voce-strumento, è fondamentale. E quindi anche il suono delle parole è importante. Lo diceva Demetrio Stratos, ma lo diceva anche Nanni Moretti. Siamo tutti collegati.

Come è stata declinata questa attenzione per il suono delle parole e della voce-strumento nelle nuove composizioni, dove l'aspetto testuale, già a livello quantitativo, è più definito, meno concettuale che nel disco precedente?
Donato: Io credo che l'attitudine giusta per cesellare anche le singole parole, per quanto mi riguarda, abbia radici lontane nel tempo e risalga alle prime volte che mettevo piede nello studio di Pietro e Paolo Micioni, ancora teenager, nel centro di Roma Prati. In quell'universo sorprendente, pieno di musicisti pazzeschi, di strumenti e apparecchiature incredibili, ho appreso il gusto per le sfumature e i particolari in fatto di musica pop. Nel Quadro di Troisi ho avuto modo di mettere in pratica anche quegli insegnamenti di allora.

Un altro riferimento, proprio a livello produttivo, mi sembra il mondo sonoro condiviso da Alice e Francesco Messina in pezzi come "Volo di notte" o "La mano". Lo trovate un riferimento condivisibile?
Andrea: Naturalmente quei dischi sono di riferimento per me, per tutti e tre direi. Alice è straordinaria sia come autrice, sia come interprete. Ed è notevole anche il modo in cui Francesco Messina la produce. Tra l'altro Francesco è anche l'autore della copertina di "La commedia", per cui il tuo riferimento mi sembra particolarmente azzeccato.

Si parlava prima di emotività. Sembra quasi che i pezzi si nutrano di un'urgenza introspettiva resa attraverso un racconto al femminile dove ogni accadimento, ogni sfumatura sono importanti. A quali corde risponde questo stato di grazia espressiva?
Andrea: È stata una necessità. Legata non solo a un naturale percorso di evoluzione artistica, ma anche alle nostre esistenze. C'è un filo segreto in tutto il disco che mi piace adesso rivelare. Quando abbiamo iniziato a lavorarci eravamo ancora nella fase finale della pandemia. Nel frattempo siamo usciti dai lockdown, è iniziato l'anno di promozione, io e Donato ci siamo lasciati. Penso che per molti la pandemia sia stato un momento di morte e resurrezione. Personalmente, ho vissuto una profonda trasformazione interiore. Forse potrei definirla una guarigione. E le canzoni dell'album la raccontano. C'è un io narrante al femminile e anche il titolo "La commedia" è per scelta un sostantivo femminile. La commedia è la vita stessa, questa grande illusione in cui bisogna riuscire a portare consapevolezza.

Mi sembra che in quest'ottica il disco si chiuda con delle parole emblematiche, di grande bellezza, in cui ritorna il tema della "Verità", che è il titolo di un'altra delle canzoni emblematiche in scaletta, coniugato a quello del "Mare": "Mare mi mostri sconvolto/ Il tuo segreto più torvo (...) Non serve a niente esser buono/ così furioso tu emani/ La tua verità/ Mare che chiami per nome/ Battezzi anime nuove". Qual è "La Verità" del Mare?
Andrea: È come se il mare accogliesse in sé l'io narrante, il principio femminile insito in tutti i brani. L'entità del mare è maschile, ma la sua sostanza è l'acqua, il mare dunque ha in sé la dualità che è propria di tutto ciò che esiste. Nella mia vita c'è stato bisogno di una guarigione del femminile, affinché potesse ricomporsi questa integrazione tra maschile e femminile che appartiene a ognuno di noi, a ogni parte della realtà. Anche in questo album, come nel precedente, c'è una componente spirituale, ma vive attraverso personaggi, immagini e storie.

Visto che è stato fatto un lavoro importante sul layout sonoro dell'album per dare definizione e spessore a questa narrazione, volevo chiedervi come verrà proposto dal vivo.
Pietro: Ci stiamo lavorando, dagli arrangiamenti a una valutazione delle scelte produttive. È necessario uno sforzo creativo notevole per l'allestimento del live.

Le nuove canzoni pullulano di immagini, prevedete una ricerca dedicata ai visual?
Donato: Siamo tre persone appassionate di cinema, e una componente cinematica si cela all'interno di ognuno dei brani del disco. Stiamo lavorando anche su quell'aspetto.
Andrea: Ci piacerebbe che ogni canzone fosse rappresentata da una sorta di microfilm. Ma non vogliamo rivelare troppo per non rovinare la sorpresa.