Fontaines D.C.

Fontaines D.C.

The Dubliners

di Claudio Lancia

Appassionati di letteratura, talentuosi e ispirati, i cinque bohemien irlandesi del post-post-punk si sono ritagliati uno spazio di grande riconoscibilità nel giro di appena due album. Centrifugando influenze stilistiche e puntando su testi ricchi di immagini, poesia e slogan, con il plus di un frontman che ha subito stregato tutti
"Dublin in the rain is mine, a pregnant city with a catholic mind"

Sono cinque ragazzi cresciuti sotto la pioggia di Dublino e svezzati dentro i pub della capitale irlandese; i loro nomi, a una prima lettura, sembrano potenzialmente interscambiabili. In ordine alfabetico: Carlos O'Connell suona la chitarra, Conor Curley l'altra chitarra, Conor Deegan III il basso, Grian Chatten è il poeta-cantante, Tom Coll siede dietro la batteria. Tutti appassionati di letteratura, caratterizzati da un aspetto bohemien e da un aplomb tutto nordico, approfondiscono la reciproca conoscenza durante la frequenza del BIMM, il British and Irish Modern Music Institute, un college con otto sedi sparse in Europa che ha la finalità di formare professionisti per il settore musicale. A Dublino l'istituto si trova nello storico quartiere Liberties, quello con la Cattedrale di Saint Patrick (il più grande e importante centro di culto del paese) e i sette piani del Guinness Storehouse.

Dublino nel 2017, quando i cinque iniziano a provare assieme, è in grande fermento artistico. La città pare aver digerito il crash della bolla immobiliare di qualche anno prima, ha ripreso fiducia e aspira a diventare una seria alternativa al predominio di Londra e Berlino, fra l'altro avvantaggiata (rispetto ad esempio ai paesi mediterranei) dall'avere l'inglese come lingua ufficiale. C'è una band in città che ha fatto un disco e ha dato una scossa, si chiama Girl Band, ma dentro non ci suona nessuna ragazza: il loro esordio del 2015 si intitola "Holding Hands With Jamie" e diventa rapidamente lo spirito guida per tutte le giovanissime formazioni che sperano di uscire un giorno dalle cantine per presentarsi al mondo. Nel frattempo, i ragazzi iniziano a scrivere e la prima seria concretizzazione del loro lavoro letterario è la pubblicazione di un paio di libri di poesie, "Vroom" e "Winding", il primo ispirato dai poeti della beat generation (Kerouac, Ginsberg), il secondo dai classici irlandesi (Joyce, Yeats, Kavanagh).

"My childhood was small, but I'm gonna be big"

Come molti ragazzi della loro età, i futuri Fontaines D.C. si formano ascoltando musica dei generi più disparati, aiutati dall'infinita possibilità offerta dalle piattaforme streaming, dove tutto è subito disponibile. È grazie a questo tipo di approccio se le loro composizioni, partendo da un'inequivocabile radice post-punk, potranno arricchirsi di molteplici riferimenti stilistici. I Pogues, ad esempio, o gli U2, ma anche elementi britpop, wave, alt-rock e folk. Con questo variegato mix inconsapevolmente in testa, non ci mettono molto a completare le prime canzoni originali: durante il 2017 un primo singolo è già in circolazione, si intitola "Liberty Belle", e prende il nome da un pub che i cinque frequentavano ai tempi del college. Sul lato B prende posto "Rocket To Russia", e da quel preciso istante i Fontaines D.C. possono dire di esistere ufficialmente, potendosi procacciare più facilmente le prime serate. Ancor più facilmente quando, sempre nel 2017, un secondo singolo viene distribuito, ed è quello decisivo. Si tratta di "Hurricane Laughter", un vortice chitarristico dal quale emerge un declamato in grado di sbatterti contro la parete di fronte. Qualcosa di importante sta succedendo, i ragazzi sanno scrivere molto bene e non si limitano a realizzare delle grandi canzoni, no, a supporto ci sono dei videoclip ben studiati: andate a ripescare proprio quello di "Hurricane Laughter": sembra il prodotto di una band navigata.

Anche in questo caso la canzoni diffuse sono due: sul lato B finisce "Winter In The Sun", portando a quattro le tracce al momento rese pubbliche. Intanto il preziosissimo primo anno di attività giunge a termine. Non passa neppure una settimana che, il 6 gennaio del 2018, Niall Byrne sulle colonne dell'Irish Times sparge parole al miele sulla nuova band. Poco più di un trafiletto ma molto efficace, nel quale sottolinea quanto l'accento dublinese di Grian Chatten risulti autentico e riconoscibile, una sorta di marchio d'appartenenza. Fra l'altro il ragazzo è nato sull'altra sponda del Mare d'Irlanda, a Barrow-In-Furness, giusto di fronte all'isola di Man, da madre inglese e padre irlandese, anche se di fatto si considera lui stesso irlandese d'adozione essendo cresciuto a Skerries, cittadina sul mare a pochissimi chilometri da Dublino.
Nel corso del 2018, i Fontaines D.C. continueranno a centellinare singoli determinanti: a febbraio "Chequeless Reckless", accoppiato con il primo vero inno del gruppo, "Boys In The Better Land", a novembre sarà la volta di "Too Real" e, signori, il gioco è fatto, anche perché in contemporanea arriva la firma del contratto che li legherà alla Partisan Records.
Intanto dalle parti di casa si stanno accorgendo di loro: nel 2018 il magazine londinese diymag.com dedica loro un lungo articolo, presentandoli come una delle next big thing più eccitanti, mentre per Stereogum.com sono la band da vedere dal vivo, opinione rafforzata dalla visione dell'esplosiva esibizione (la trovate integralmente su YouTube) eseguita il 14 maggio 2018 per la prestigiosa KEXP di Seattle, ambito evento che dà loro grande visibilità anche in territorio americano. Il palco diviene la dimensione nella quale il gruppo esprime tutta la propria forza, rendendo le proprie composizioni ancora più incendiarie.

"And there is no connection available"

Il 12 aprile del 2019, anticipato nelle settimane immediatamente precedenti dagli ulteriori singoli "Big" e "Roy's Tune", esce il disco d'esordio dei Fontaines D.C., Dogrel, per quasi metà una raccolta di quanto finora diffuso dalla band (anche se i brani già editi vengono ri-registrati e riarrangiati, divenendo ancor più diretti), per il resto materiale inedito altrettanto riuscito. Per chi già li stava seguendo, Dogrel rappresenta una conferma, per chi ancora non li conosce diviene una vera e propria rivelazione. La prima parola pronunciata nell'album è proprio "Dublin", a dimostrazione di un legame saldo con la terra d'origine e con la città natale. "Dublin in the rain is mine/ a pregnant city with a catholic mind": recitano così i versi che inaugurano il disco, dai quali traspare il clima uggioso, il senso di appartenenza, l'anima cattolica, ma soprattutto quel "pregnant city" che visualizza il grande fermento artistico che la sta caratterizzando, una città ricca di idee e movimenti culturali, una canzone che, letta così, diventa un vero e proprio spot promozionale per la capitale. La canzone si intitola "Big" ed esprime, oltre a quanto già detto, le ambizioni della band, dopo un'infanzia e un'adolescenza trascorse sotto casa.

All'esplosione proto-punk di "Big" segue l'omaggio ai Clash (o ai Libertines, fate voi) di "Sha Sha Sha", una nuova sferzante versione di "Too Real", l'introversione wave di "Television Screens" e quella "Hurricane Laughter" dalla potenza devastante, che contiene una delle prime frasi tormentone elaborate dalla band: "And there is no connection available". L'Irlanda e la sua capitale, specie gli scorci più dimenticati e working class, sono i luoghi dove si svolgono le scene narrate, non di rado con piglio cinematografico, oltre che profondamente poetico. La ballad "Roy's Tune", ad esempio, racconta proprio una triste storia ambientata nei bassifondi, priva di speranza, di chiaro stampo No Future, riuscendo a far percepire il gelido vento d'Irlanda in pieno volto. "Boys In The Better Land" si pone invece come avamposto critico verso la società, con un riff guizzante e un testo molto ironico. Ombrosa e mesta, Dublino torna protagonista anche nello struggente finale a tinte folk intitolato "Dublin City Sky". A completare la scaletta provvedono "The Lotts", costruita su un giro di basso decisamente à-la Cure, e le già note "Chequeless Reckless" e "Liberty Belle".

"Is it too real for ya?"

Masterizzato presso i londinesi Abbey Road Studios, Dogrel ha un suono molto ben definito, e centra in toto le ambizioni della band, sia musicali che letterarie, con i testi di Chatten che si inseriscono alla perfezione nel tessuto garage-rock perfezionato durante le prove. Dogrel è Record Of The Year per Rough Trade e per BBC Radio 6 Music, conquista una prestigiosa nomination ai Mercury Prize e finisce nei primi posti di qualsiasi chart di fine anno. Per OndaRock nel 2019 è sul podio, subito dietro Lana Del Rey e Nick Cave. Nonostante un solo disco all'attivo, sono scherzosamente considerati dai connazionali come la seconda voce dell'export irlandese, dopo la Guinness: roba da far girare la testa anche al più modesto degli artisti. Fama conquistata anche attraverso lunghi mesi consumati in tour, spesso accanto a Shame o Idles, e non soltanto in Europa, ma anche negli Stati Uniti, dove si esibiscono in una ventina di città nel maggio del 2019. Un solo album ed eccoli protagonisti assoluti della nuova scena irlandese, battendo sul filo di lana i concittadini Murder Capital. La ciliegina sulla torta è la feroce performance tenuta al Festival di Glastonbury, a fine giugno. Non sono fra gli headliner, e non lo saranno per l'ultima volta...

"Life ain't always empty"

La più grande preoccupazione di Grian Chatten, a questo punto, è essere in grado di scrivere un secondo album che possa essere quanto meno all'altezza dell'esordio. Ma qualsiasi timore viene spazzato via quando dopo pochi mesi iniziano a circolare le prime tracce di quella che sarà l'opera seconda della band, A Hero's Death, pubblicata il 31 luglio del 2020, Disco del Mese di agosto per OndaRock. Le nuove canzoni riflettono le molteplici esperienze vissute negli ultimi mesi dal gruppo, schiudendo gli orizzonti lirici verso nuove argomentazioni, sdoganandosi in parte dal pur poetico reportage cittadino per affrontare temi "globali", puntando non di rado sull'analisi psicologica e sulle sensazioni interiori. Chatten, in un'intervista rilasciata a Bbc News, sottolinea di non sentirsi più autorizzato a scrivere di una città dalla quale, di fatto, negli ultimi due anni è stato quasi sempre lontano. La sua vita, e dei compagni di ventura, non è più vuota e ripetitiva come quelle di tanti amici rimasti downtown. I ragazzi hanno acquisito notorietà, sono imitati dai "concorrenti" e idolatrati dai fan, hanno dimostrato al mondo di possedere ispirazione e talento. Molto è cambiato nelle loro vite; resta quell'accento usato come inconfutabile segno di riconoscimento, per non lasciar dubbi sulla reale provenienza geografica.

"La vita non è sempre vuota", ripete ogni volta per sei volte Grian nella title track, "A Hero's Death", una sorta di decalogo sulle cose da fare prima di subito, per evitare pentimenti futuri, un prontuario di consigli dispensati, raccomandando quella sincerità indispensabile per rendere convincente e autorevole il proprio messaggio ("When you speak, speak sincere/ And believe me friend, everyone will hear"). "A Hero's Death" è stata diffusa a maggio, in piena emergenza da Covid-19, proprio mentre tutti gli impegni concertistici, che avrebbero dovuto lanciare per direttissima i Fontaines D.C. nell'olimpo mainstream, stavano mestamente saltando, posposti all'anno successivo. Ma il nuovo disco esce, senza il timore di non poterlo promuovere in maniera adeguata: undici canzoni che si presentano più marcatamente introspettive rispetto all'impeto "barricadero" dell'esordio, ma l'impronta varia da un brano all'altro, mostrando ognuno una caratterizzazione ben precisa. Il punto di partenza resta la radice post-punk, ma al plumbeo malessere dei Joy Division, o di certi Wire, si alterna la ricerca della luce, ricorrendo tanto a ganci vagamente britpop (in "You Said" sulle chitarre Sonic Youth/Pavement si adagia un cantato impunito figlio di Gallagher, Albarn e Ashcroft) quanto all'orecchiabile disimpegno mutuato dagli Strokes ("A Hero's Death", con tanto di coretti ironici). L'eco dei traditional della terra madre si rintraccia a metà corsa, nel modern folk di "Oh Such A Spring", il momento più malinconico del lotto: fra pioggia, nuvole e lacrime, la primavera rappresenta la metafora di una giovinezza scivolata via troppo presto. Nostalgia canaglia.

"I don't wanna belong to anyone"

Chatten è un ragazzo sensibile e ha subito percepito un senso di pericolo derivante dal rapido successo acquisito. Già dalle prime frasi di "I Don't Belong", non a caso posta a inizio tracklist, Grian sembra sotto choc, mostra preoccupazione per il futuro, pretende autonomia, esprime il desiderio di non essere fagocitato dal sistema, reclama la propria incolumità, sia fisica che psicologica. Il medesimo malessere gridato da Eddie Vedder nell'epocale "Corduroy", scritta dopo aver visto una copia del proprio giubbotto esposta nella vetrina di un negozio d'abbigliamento, sentendoselo idealmente strappato di dosso come fosse stata la sua stessa pelle. Così come Vedder si chiuse in sé stesso, rinunciando a interviste e contatti col pubblico, Chatten comprende sì l'importanza dei rapporti sociali, ma mette in guardia sui potenziali pericoli provocati dal mezzo televisivo, colpevole di trasmettere un "cabaret broadwayano" nel quale tutto, gioie e dolori, del protagonista di turno viene catapultato sullo spettatore. Ne parla in "Televised Mind", che parte con un giro di basso, sul quale entrano in rapida sequenza la batteria, una chitarra in tremolo e l'altra che genera riff poderosi. Chatten non grida quasi mai, il suo storytelling appare poeticamente colloquiale anche quando si slancia in uno dei tanti slogan che ama dare in pasto al pubblico, ripetuti fino allo sfinimento. In "Love Is The Main Thing" sostiene che "l'amore è la cosa più importante", ma lo fa con una voce insensibile, depressa, consumata dalla disillusione, calpestata dall'attesa, poggiando il declamato sopra una batteria che imita il suono di un treno sui binari, come fosse la loro "Still Ill", con le chitarre che per due volte squarciano la ritmica con forza. Brano cupo, dark, volutamente "bloccato", privato dell'apertura armonica che un ritornello avrebbe garantito, costruito per sottolineare la sensazione di disagio provocata da un sentimento che si vorrebbe far decollare senza mai riuscirci per davvero. Tutto molto smithsiano.

Ed eccoci agli attesi frangenti destinati a innalzare il livello di aggressività: "A Lucid Dream", rasoiata wave eseguita con l'intento di chi vuol colpire l'ascoltatore dritto in faccia, e "I Was Not Born", nella quale vengono innestate dosi di Stooges. Ma il brano decisivo in tal senso è l'affilata "Living In America", eseguita con il medesimo passo minaccioso che rese grande "Bullet The Blue Sky", un'infuocata resa dei conti giocata su un registro vocale baritonale. Centro pieno. Il lato più "dolce" della scrittura dei Fontaines D.C. viene invece relegato in coda alla scaletta, dove prendono strategicamente posto due ballad: la prima, "Sunny", dal sapore psichedelico, la seconda, "No" che non teme di lasciar trasparire ulteriori influenze U2, richiamando in questo caso le struggenti armonie di "All I Want Is You". Quando Grian alza la tonalità cantando "You feel/ You feel" il livello emozionale sale alle stelle: è il rituale che genera un ultimo, indimenticabile brivido collettivo, incendiando l'anima. Un fuoco indimenticaìbile. La chiusura perfetta di un disco ultra convincente.

"That was the year of the sneer, now the real thing's here"

Non sono molte le guitar band che oggi possano vantarsi di aver raggiunto e consolidato, nello spazio di così poche canzoni, una personalità tanto definita. I Fontaines D.C. hanno saputo costruire in brevissimo tempo un suono che li fa assomigliare soltanto a sé stessi, sottraendosi a qualsiasi confronto, e senza il rischio di essere confusi, con formazioni presenti o passate. Le inevitabili prossimità stilistiche vengono citate solo per semplificare i riferimenti: in realtà il quintetto è già lui stesso un nuovo termine di paragone per band che iniziano a cimentarsi in ambiti stilisticamente affini. Un risultato straordinario, realizzato bruciando le tappe e architettando un formidabile equilibrio fra vecchio e nuovo, fra tradizione e contemporaneità, fra "rock" e "pop", restando "garage" pur riuscendo a suonare "per tutti", costruendo un sontuoso racconto per immagini, nel quale ogni musicista ha l'opportunità di ritagliarsi lo spazio che merita e desidera, senza egoismi: basti notare, ad esempio, come le prime tre tracce inizino ognuna con un diverso strumento in evidenza.
E poi c'è questo ragazzo, dotato di una scrittura, di una voce e di un viso perfetti per diventare una stella, proprio ora che si percepisce un gran bisogno di nuovi eroi in grado di illuminare il palcoscenico di certo rock meno allineato. Alternativo e intellettuale, con un faccino pulito e rassicurante, sembra davvero il personaggio giusto al momento giusto. Come sottolinea nell'ultimo verso di "A Hero's Death" (la canzone), dopo tante chiacchiere e sogghigni, ora il nuovo disco è qui, pronto per essere giudicato, amato, sbeffeggiato. Un lavoro che, così come Dogrel, è certamente destinato a restare, dal valore fortemente simbolico, nel quale il coraggio e la sfrontatezza della gioventù vengono uniti a una visione già matura. Li abbiamo visti sbocciare, ora li stiamo osservando crescere: impossibile prescindere da un album come questo per chiunque intenderà analizzare il 2020 in musica. Fra quarant'anni vogliamo immaginarli ancora lì, a sbandierare il vessillo irlandese sotto la pioggia. Con Grian Chatten che racconterà come un giorno raccolse lo scettro che un tempo fu di Bono Vox.

Fontaines D.C.

The Dubliners

di Claudio Lancia

Appassionati di letteratura, talentuosi e ispirati, i cinque bohemien irlandesi del post-post-punk si sono ritagliati uno spazio di grande riconoscibilità nel giro di appena due album. Centrifugando influenze stilistiche e puntando su testi ricchi di immagini, poesia e slogan, con il plus di un frontman che ha subito stregato tutti
Fontaines D.C.
Discografia
Dogrel (Partisan, 2019)8,5
A Hero's Death (Partisan, 2020)9
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Liberty Belle
(da Dogrel, 2017)

Hurricane Laughter
(da Dogrel, 2017)

Winter In The Sun
(Hurricane Laughter b-side, 2017)

Chequeless Reckless
(da Dogrel, 2018)

Boys In The Better Land
(da Dogrel, 2018)

Too Real
(da Dogrel, 2018)

Big
(da Dogrel, 2019)

Roy's Tune
(da Dogrel, 2019)

Sha Sha Sha
(da Dogrel, 2019)

A Hero's Death
(da A Hero's Death, 2020)

I Don't Belong
(da A Hero's Death, 2020)

Televised Mind
(da A Hero's Death, 2020)

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