Lana Del Rey

Norman Fucking Rockwell!

2019 (Polydor) | pop, sadcore

Dopo aver attraversato in lungo e in largo le assolate e deserte strade americane, per Lana Del Rey è arrivato il momento di intraprendere il viaggio più avventuroso della sua carriera. Abbandonati pick-up e macchine di lusso, l'artista prende il largo al bordo di uno yacht o barca a vela, in compagnia del nipote di Jack Nicholson, rivoltando come un guanto l'estetica del pittore Norman Rockwell, celebrando a piene mani il suo "realismo romantico", decantandolo con la grazia e la consapevolezza di chi ha ormai raggiunto la piena maturità interiore e artistica, raccontando il definitivo crollo del mito della famiglia perfetta e di tutte quelle icone del modello democratico americano, dietro il quale si nascondono da sempre menzogne sociali e politiche.
Già, perché Lana Del Rey è l'antitesi di tutto quello che finora ha rappresentato nei suoi incantevoli album. Il glamour di "Born To Die" si è evoluto in un anti-glamour, allo status di icona femminile definitiva è subentrato un'estetica normalizzata. Lana è passata in solo due anni da oggetto del residuo maschilismo a prototipo di femminilità consapevole. E in "Norman Fucking Rockwell!" la realtà ha sistematicamente vinto sulla rappresentazione. L'improbabile abbraccio simulato in copertina, mentre in lontananza tutto brucia, è l'ennesimo segnale di destabilizzazione del sogno a stelle e strisce.

Se questo disco fosse un film, sarebbe il perfetto seguito di "Magnolia" e Lana Del Rey la degna sostituta di Aimee Mann. Eppure, la grandeur di queste quattordici tracce è tale che non c'è bisogno d'immagini per far volare, perdonate il gioco di parole, l'immaginazione. Il potere evocativo di musica e testi è talmente intenso da lasciare attoniti. In una discografia che non conosce punti deboli, "Norman Fucking Rockwell!" si candida come baluardo creativo, grazie a una scrittura solida e priva di qualsiasi velleità da rockstar. Allo stesso tempo, la scrittura riesce a dare ancora più voce a una generazione apparentemente indolente e sfiduciata. Una generazione che ha comunque deciso di non farsi da parte. Mai come in questo caso il termine sadcore appare appropriato per rappresentare la potenza armonica e lirica di un nuovo progetto. Spogliate di inutili orpelli, per l'esattezza quelli che impedivano ad esempio all'album "Born To Die" di rappresentare fino in fondo lo sconcerto emotivo della splendida "Video Games", le canzoni mostrano i muscoli anche quando a far da contorno alla voce c'è il cupo riverbero della chitarra acustica, come accade nell'introduzione di "The Next Best American Record".

Anche la padronanza delle qualità vocali è sorprendente, e le stratificazioni strumentali sono vicine alla perfezione. Lana Del Rey dialoga con piano e orchestra nel delizioso affresco melò della title track, si muove sinuosa tra le articolate armonie di "Fuck It, I Love You", e ostenta sicurezza e raffinato romanticismo d'antan nello spirituale folk-noise di "Mariners Apartment Complex", che ha anticipato il timbro west coast e meno stereotipato dell'album. Tutti gli elementi sono perfettamente incastonati in "Norman Fucking Rockwell!", finanche il tocco vintage e nostalgico ha assunto contorni inediti, insoliti, rappresentati al meglio in quel capolavoro cinematico che è "Venice Bitch", una canzone che sembra scritta da Leonard Cohen o Joni Mitchell nel corso di un acid trip, con una coda strumentale che rappresenta il vertice creativo della carriera dell'artista.
È il secondo singolo di ben sei che anticipano l'uscita dell'album. Un ventaglio di canzoni che intensifica un'attesa divenuta sempre più spasmodica. Un'attesa, tuttavia, ripagata da quattordici perle che rielevano la musa newyorkese a regina indiscussa del pop mondiale. Pop di qualità, sia chiaro. Un modello popular scevro da laccature forzate e gingilli di circostanza. Un'impalcatura strumentale e melodica che in "Venice Bitch" tocca vertici per alcuni versi mai raggiunti in carriera. Vette che traspaiono dopo un incipit acustico carezzevole e parole che oltrepassano gli orizzonti della libidine, trasportando l'ascoltatore in un limbo di purezza ed erotismo d'alta scuola, smarrimento e incanto. Il tempo assume una centralità tematica assoluta e l'estensione della propria nostalgia infiamma un'anima sempre più disillusa, ormai matura e pronta ad affrontare una nuova stagione della vita. L'amore per il proprio uomo è avvolto così in una coda psichedelica che sfugge dal canzoniere medio della Del Rey.

Un amplesso magico di suoni sintetici che ribollono e si snodano con una poetica sconosciuta. È il miracolo di un disco-capolavoro tanto atteso, quanto per certi versi "inatteso" sul piano dell'ispirazione. Otto anni dopo quel giro in moto di quello che ancora oggi resta uno dei videocllip semi-amatoriali più cliccati del pop, Lana affronta un nuovo viaggio. Stavolta, cornice visiva dove tutto muta e fugge è il retro di un'auto che corre su strade imprecisate di una altrettanto imprecisata epoca. Strade che si dissolvono e che incarnano lo scorrere rapido e inesorabile delle lancette, mentre un tappeto di melodie sinuose e sibili trattenuti inondano la scena, prima che il refrain iniziale torni in auge con il proprio carico di passione, e le parole ricollochino i sensi là dove erano rimasti, tra il ricordo di una ferita e quello di un'America svanita:
Oh God, miss you on my lips
It's me, your little Venice bitch
On the stoop with the neighborhood kids
Callin' out, bang bang, kiss kiss
You're in the yard, I light the fire
And as the summer fades away
Nothing gold can stay
You write, I tour, we make it work
You're beautiful and I'm insane
We're American-made
Neppure gli scampoli di trap e hip-hop che fanno capolino, seppur in pochi sparuti episodi, riescono a scalfire il mood dell'album. La versatilità radio-friendly di "Doin' Time" - cover di un brano dei Sublime - è graziata da un arrangiamento non invasivo o eccessivo. Oltretutto, nonostante condivida con Taylor Swift la produzione di Jack Antonoff, la Del Rey sembra più che mai poco incline ad abbracciare sonorità più pop, restando fedele alle dichiarazioni dell'artista sulla natura psych-soft e il mood malinconico/romantico del progetto. È evidente il legame emotivo e creativo tra "Norman Fucking Rockwell!" e "Ultraviolence".

A farla da padrone sono di nuovo le attitudini blues e country che avevano sottolineato le misteriose e stratificate atmosfere del suo album più coeso, il sopracitato "Ultraviolence", almeno fino ad ora, visto che quest'ultima prova pare sempre più destinata a prendere lo scettro. È soprattutto nella scrittura che risiede la differenza con gli album passati e al netto della considerevole mole di brani, non ci sono cedimenti. Confidenziale e limpido è il romanticismo che sprigiona "Love Song", mentre ha la stessa intensa suggestione noir di "Video Games" la lynchiana "Cinnamon Girl", così come ha tutte le caratteristiche del future classic la pianistica "Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It". Anche in quest'ultimo caso, il miracolo è doppio: la Del Rey paralizza il tempo con un canto tanto epicamente trattenuto quanto gonfio d'emozione. È la definitiva presa di coscienza di una ragazza divenuta ormai donna, di una star che abbandona la culla del proprio Olimpo per spogliarsi e toccare con mano i drammi quotidiani e reali di una sopraggiunta femminilità. Sylvia Plath è ancora il riferimento primario della Del Rey, e le parole lasciano poco spazio a ulteriori interpretazioni:
I've been tearing around in my fucking nightgown
24/7 Sylvia Plath
Writing in blood on my walls
'Cause the ink in my pen don't work in my notepad
Don't ask if I'm happy, you know that I'm not
But at best, I can say I'm not sad
'Cause hope is a dangerous thing for a woman like me to have
Hope is a dangerous thing for a woman like me to have
Il disincanto di una maturità sempre più invadente lascia spazio alla gradevole ambiguità che s'insinua nelle atmosfere retrò di "How To Disappear". Mentre le varie "California", "Bartender" e "The Next Best American Record", pur restando ancorate a una formula collaudata, non cedono di certo il passo alla prevedibilità e alla noia.
Altre perle disseminate in "Norman Fucking Rockwell!" sono destinate a futura gloria, come l'evocativa "The Greatest", delizioso affresco con fascinazione propria dei 70, in vaga scia folk/soul alla Carole King, e "Happiness Is A Butterfly", manifesto ideale della maturità musicale e lirica raggiunta in questo album, che considerare magnifico è, in alcuni tratti, dannatamente riduttivo.

(01/09/2019)

  • Tracklist
  1. Norman Fucking Rockwell
  2. Mariners Apartment Complex
  3. Venice Bitch
  4. Fuck It I Love You
  5. Doin' Time
  6. Love Song
  7. Cinnamon Girl
  8. How To Disappear
  9. California
  10. The Next Best American Record
  11. The Greatest
  12. Bartender
  13. Happiness Is A Butterfly
  14. Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It




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