Nato a Londra da un ristoratore cipriota e una ballerina inglese, Georgios Kyriacos Panayiotou è uno studente diligente che non desta particolari problemi ai genitori, ha le idee un po’ confuse sulla sua sessualità ma chiarissime per quanto riguarda il suo futuro. E’ dotato di una potentissima voce soul eppure bianchissima, che lo accomuna più a Freddie Mercury (canta “39” dei Queen per farsi le ossa nelle metro londinesi) che ai comunque amatissimi padri della black music. L’occasione di sfondare arriva subito, dopo un breve periodo da dj, quando con l’amico Andrew Ridgeley decide di formare un duo che gli permetta di dar sfoggio alle sue doti di autore e produttore di musica pop, gli Wham!
I tempi si fanno quindi maturi per realizzare un intero album. Michael prende il controllo artistico del progetto, Ridgeley si limiterà da questo momento in poi a suonare la chitarra, fare i cori e co-firmare un paio di altri pezzi (comunque importanti). Il singolo di lancio è l’orecchiabile “Bad Boys” (numero due nella classifica inglese) che nonostante riproponga le sonorità synth-funk dei precedenti singoli fa subito capire che il rap sino a quel momento proposto era solo un vezzo modaiolo e che il resto dell’album, Fantastic del 1983, si sarebbe mosso su binari sì black ma più convenzionali. “A Ray Of Sunshine” guarda con invidia al Michael Jackson di “Off The Wall”, “Love Machine” e “Come On” agli Earth, Wind And Fire più piacioni, mentre il lento “Nothing Looks The Same In The Night” è elegantemente sinuoso ma freddissimo nel suo sintetico vestito. A spiccare sarà quindi l’altro brano scritto con Ridgeley, il più convenzionalmente pop del disco: “Club Tropicana” è un estivo inno da villaggio vacanze, solare e nostalgico al punto giusto, con una deliziosa melodia destinata a diventare uno dei loro classici più ricordati e corredato da un simpaticissimo video che spopolerà su Mtv.
La top–ten dei singoli è acciuffata per la quarta volta e all’album non resta altro che far sua la vetta della relativa classifica. Il successo di Fantastic catapulta gli Wham!, loro malgrado, tra i ranghi della cosiddetta british invasion nella classifiche mondiali, assieme a Duran Duran, Spandau Ballet e Culture Club. Tuttavia la critica li considera i più scarsi e vacui della brigata e anche per il pubblico sembrano solo un passeggero divertissement, un duo di bei ragazzi per adolescenti. Nessuno riesce a immaginare che saranno invece proprio loro a tenere in serbo la sorpresa più grande.
Sarà però un altro pezzo di quell’album a portare definitivamente in gloria gli Wham! e a far capitolare persino la critica, e verrà realizzato durante l’estate di quell’anno come primo singolo solista di George Michael (paradossalmente è anche l’unica canzone del disco a portare la firma di Ridgeley). Col suo celebre e marpione riff di sax, “Careless Whisper” diventerà un moderno standard e il perfetto sottofondo musicale per romantiche cene a lume di candela. Il suo enorme successo (numero uno in madrepatria) sarà così longevo che porterà la canzone a raggiungere anche la vetta della classifica americana nel febbraio 1985, diventando il singolo di maggior successo di quell’anno, proprio mentre gli Wham! si imbarcano in un trionfale tour che li vedrà esibirsi persino in Cina, primi occidentali a riuscire nell’impresa.
I regali per le ormai tantissime fan non finiscono qui però, il Natale 1984 è all’insegna della partecipazione di George Michael al supergruppo Band Aid di Bob Geldof e Midge Ure per la benefica “Do They Know It’s Christmas?” e soprattutto offre lo spunto per l’ennesimo assalto alla classifiche a nome Wham!. L’idea è quella di realizzare una canzone natalizia in chiave electro–pop, lasciando da parte slitte e Santa Claus per raccontare di una storia d’amore finita male; e ovviamente l’idea funziona alla grande. La gioiosa malinconia di “Last Christmas” (e del suo videoclip) spopola ovunque, rientrando in Top ten persino il Natale successivo e diventando con gli anni un inno natalizio al pari di quelli più classici, come anni prima fece la “Happy Xmas (War Is Over)” di John Lennon. Dovranno passare altri dieci anni prima che un altro pezzo moderno riesca a raggiungere lo stesso status, grazie alla più canonica “All I Want For Christmas Is You” di Mariah Carey.
La Sony però vuole una chiusura col botto, un nuovo album d’addio sarebbe l’ideale ma non ci sono abbastanza pezzi pronti e così si opterà per raccogliere tutti i singoli realizzati dopo Make It Big, più qualche inedito e b-side, sotto il nome di Music From The Edge Of Heaven per il mercato americano laddove nel resto del mondo si preferirà invece realizzare una più classica raccolta di tutti i loro successi semplicemente intitolata The Final. A trainarla al successo ci penserà la spensieratezza di “The Edge Of Heaven”, quasi una nuova ma più matura “Wake Me Up”, non c’è spazio per le lacrime insomma. Il successivo singolo, la romantica “Where Did Your Heart Go” (cover dei fratelli Was) sarà l’ultimo pezzo per cui Michael e Ridgeley appariranno assieme in video, mentre per l’altro inedito “Battlestations” non verrà rilasciato alcun clip promozionale.
Il concerto d’addio al Wembley Stadium sarà un evento per più di settantamila persone, dopodichè Ridgeley proverà senza successo a continuare la sua carriera nello showobiz musicale e anche cinematografico per poi ritirarsi a vita privata con Keren Woodward delle Bananarama. Per George Michael sarà invece l’alba di una delle carriere più luminose e chiacchierate della storia del pop.
Ci vorrà quasi un anno per la sua pubblicazione ma nel frattempo Michael darà alle stampe anche il primo singolo ufficiale del suo nuovo progetto, la censuratissima “I Want Your Sex”. Una scheletrica jam synth-funk ispirata al Minneapolis sound, con tanto di lunga coda latineggiante (utilizzata come B-side), e un testo tra lo scabroso e l’imbarazzante. Mai particolarmente amata dal cantante (che non la esegue dal vivo dagli anni 80 e non la inserisce in nessuna raccolta) si rivelerà però l’ennesimo successo mondiale mancando di un soffio la vetta della classifica americana occupata dagli U2. La sua fama, anche grazie alle immagini del video che consacrano il cantante come sex–symbol, sta però per diventare possibilmente più grande di quella degli irlandesi e quando in autunno uscirà l’album Faith, ancora una volta da lui scritto e prodotto, il mondo sarà definitivamente ai suoi piedi.
A inaugurare il nuovo lavoro è la melodia della non troppo vecchia “Freedom”, suonata da un organo solenne, e poi via a celebrare la tanto agognata libertà creativa con la baldanzosa title track, acustico rockabilly destinato a diventare il singolo più venduto di quell’anno. Il resto dell’album verterà però sulle coordinate electro–pop anticipate dal primo singolo e questo si rivelerà il tallone d’Achille di un disco altrimenti immacolato quanto a melodie, urgenza espressiva e interpretazione. Le più asettiche e modaiole impalcature sonore di quegli anni raggelano infatti l’anima di due ineccepibili ballate soul (e futuri classici) come “One More Try” e “Father Figure” e impediscono, oggigiorno, di apprezzare appieno l’energia che rendeva “Hard Day” e, soprattutto, l’ancora più aggressiva “Monkey”, due immancabili riempipista di quegli anni.
A completare l’acciaccato (dal tempo) gioellino pop di Michael anche una variazione sul tema della “Sweet Sixteen” di Billy Idol, la pacata “Hand To Mouth”, una fin troppo sguaiata “Look At Your Hand”, che guardava ai contemporanei lavori di Elton John e, infine, il numero più vintage e paradossalmente meno invecchiato di tutto il progetto. Con pianoforte e contrabasso in bella vista, “Kissing A Fool” è una splendida e moderna torch–song, persino di gran successo commerciale nonostante fosse lontanissima dalle sonorità allora in voga, destinata a gettare le basi della futura produzione del cantante. Cantante che furbescamente sottolineerà il successo di Faith, adottando anche uno dei look più peculiari di tutti gli anni 80: barbetta di tre giorni, ciuffo meshato, Ray-Ban specchiati, croce al lobo dell’orecchio, giubbino di pelle, jeans attillati e camperos, una riconoscibilissima maschera, praticamente.
A tour completato, George Michael è in pieno esaurimento nervoso, si sente svuotato e usato, una macchina da soldi, un bel viso da copertina e non un artista riconosciuto come tale. E prende anche atto della sua omosessualità, rendendosi conto che la bisessualità (comunque tenuta nascosta) era solo una maschera che non riesce ancora a gettare via, per proteggere i suoi fan, la sua carriera e sua madre.
All’alba del nuovo decennio, George Michael vuole quindi presentarsi come un uomo diverso, un artista più maturo e non vincolato da compromessi commerciali. Il suo look è diventato più sobrio ed elegante, la musica popolare brasiliana di Antonio Carlos Jobim ha monopolizzato i suoi recenti ascolti a discapito della dance, e al momento di pubblicare un nuovo album impone un deciso diktat alla Sony Music: se mai verranno realizzati dei videoclip per promuovere i futuri singoli, lui non vi comparirà, così come nella copertina del nuovo disco. Come far piazza pulita di una delle più grandi popstar degli anni 80 in un colpo solo insomma.L’atmosfera generale è tendenzialmente malinconica (la lunga cavalcata jazzy di “Cowboys And Angels”) se non del tutto funerea, come nella drammatica “Mothers Pride” e nella cover di un pezzo poco celebrato di Stevie Wonder quale la tribolata “They Won’t Go When I Go”, in cui l’inglese sorprendentemente convince quanto l’autore del pezzo.
A dare un po’ di luce al progetto, un paio di quadretti soul acustici come “Something To Save” e “Waiting For That Day” (costruita su “You Can’t Always Get What You Want” degli Stones) e le influenze tropicaliste di “Heal The Pain” e degli unici due momenti ballabili del disco, la vanitosa “Soul Free” e, soprattutto, la celebre bossanova di “Freedom 90”. Quest’ultima, così intitolata per distinguerla dall’omonimo pezzo degli Wham!, è l’altro singolo estratto dall’album a godere di grande successo internazionale, non soltanto grazie alla sua accessibile eleganza ma anche per via del memorabile e patinatissimo videoclip diretto da David Fincher (reduce dal trionfo ottenuto con “Express Yourself” e “Vogue” di Madonna) in cui tutte le più belle e famose top-model del momento (tra cui Naomi Campbell, Cyndi Crawford e Linda Evangelista) interpetavano il pezzo mentre i simboli della maschera di Faith bruciavano fino alla distruzione. Che è quanto praticamente succede con l’ascolto di Listen Without Prejudice, indubbiamente il suo lavoro migliore e più equilibrato, al netto di qualche inevitabile melisma, intrinseco al suo stile. Eppure la critica inizialmente non sembra particolarmente colpita, nel tour che gli segue persino Michael riserva poco spazio ai nuovi pezzi favorendo cover dei suoi artisti preferiti e anche il pubblico americano (a differenza di quello inglese, più fedele), dopo il botto iniziale, sembra perdere velocemente interesse per un lavoro non troppo immediato, probabilmente rimpiangendo la popstar che fu.
A fine corsa i milioni venduti dall’album in tutto il mondo durante il 1991 saranno parecchi, ma passare dai venti milioni del disco precedente a meno di dieci è comunque un insuccesso per uno della sua statura mediatica, così la casa discografica inizia a lamentarsi. E George Michael, che pur essendo diventato un uomo nuovo rimane una diva capricciosa dentro, anziché farsi un esame di coscienza, porta in giudizio la Sony accusandola di non aver investito abbastanza nella promozione del suo disco, lasciandolo cadere nell’oblio. Assieme a Prince, entrato in rotta con la Warner Bros nello stesso periodo, Michael diventa suo malgrado il simbolo della lotta contro le major e le loro opprimenti regole di mercato a scapito della libertà aristica, poco importa che a differenza del prolifico Roger Nelson (che reclamava la possibilità di realizzare album a rotazione non appena fossero pronti) la sua disputa con la Sony fosse nata da motivazioni prettamente commerciali.
Si fa notare maggiormente in carne ed ossa qualche mese dopo, durante il Freddie Mercury Tribute Concert in onore del cantante recentemente scomparso: fa la parte del mattatore interpretando “39”, duettando con Lisa Stansfield su una sentita “These Are The Days Of Our Lives” e soprattutto ottenendo un’ovazione con un’impeccabile ed energica versione di “Somebody To Love”. Il giorno dopo tutti parlano della sua portentosa prova vocale, di come fosse stato l’unico a non sfigurare nel confronto con Mercury e in molti da quel momento inizieranno a indicarlo, invano, come unica possibilità per i Queen di proseguire con un nuovo cantante.
Il clamore è comunque troppo grande per non sfruttarlo commercialmente e la Parlophone riesce a strappare alla Sony il consenso per pubblicare su singolo quell’esibizione. Singolo che infine diverrà un Ep, a nome George Michael And Queen With Lisa Stansfiled, intitolato Five Live e contenente le esibizioni di quella sera più alcune cover cantate da Michael nel precedente tour: la recente “Killer”, portata al successo da Adamski e Seal, il classico Motown “Papa Was A Rollin’ Stone” e un’impeccabile “Calling You” da “Bagdad Café”. Il successo, soprattutto europeo, è ovviamente assicurato, e in Gran Bretagna viene raggiunta la vetta della classifica. Per la pestona crasi di “Killer/Papa Was A Rollin’ Stone”, remixata dai P.M. Dawn, viene anche realizzato un clip piuttosto influente per la video–art anni 90, ma il cantante sceglierà nuovamente di non partecipare alle riprese. Da quel momento in poi la stanchezza per la battaglia legale prenderà il sopravvento e George Michael scomparirà dalla circolazione, per ben due anni.
Ne trarranno giovamento soprattutto la splendida title track, esaltata dalla raffinata interpretazione, il jazzy sornione di “Spinning The Wheel” e la tropicalista “Star People”. Altrove, l’atmosfera brumosa e vagamente narcolettica che pervade l’album (concepito e registrato sotto l’effetto di marijuana, come confessato dallo stesso Michael) non impedirà alle fin troppo lambiccate “To Be Forgiven”, “It Doesn’t Really Matter” e al numero da cocktail bar “Move On” di risultare un po’ stucchevoli.
Anche Older è un lavoro tutt’altro che allegro e che non si concede facilmente al mercato, “The Strangest Thing” è world music intellettuale e “You Have Been Loved” una cinematografica e funerea ballata che sigilla un album dedicato al defunto compagno e ad Antonio Carlos Jobim, scomparso l’anno prima. Eppure, stavolta critica e pubblico sono tutti dalla sua parte, le vendite doppiano quelle dell’album precedente, e anche se negli States la scalata alla classifica sarà meno impressionante che nel resto del mondo, guadagnerà comunque il disco di platino e anche “Fastlove” raggingerà la Top ten dei singoli.
Mtv lo proclama popstar dell’anno e lo invita a realizzare un memorabile concerto unplugged in cui risalteranno soprattutto la mai dimenticata “Everything She Wants” e una memorabile cover di “I Can’t Make You Love Me” di Bonnie Raitt.
Coglie anche l’occasione per sfruttare mediaticamente a suo favore l’accaduto, realizzando il singolo “Outside”; pezzo e relativo videoclip ispirati al suo arresto e un deciso piglio disco 70’s che lo incorona riempipista dell’autunno. Contemporanemente verrà pubblicata anche la sua prima, doppia raccolta di successi, intitolata Ladies & Gentlemen, ennesimo e ironico rimando ai bagni pubblici: un disco contenente le sue ballad più famose e un altro coi suoi singoli più ballabili. In scaletta anche due inedite cover: “Desafinado” di Jobim, in duetto con Astrud Gilberto, e “As” di Stevie Wonder in compagnia di Mary J Blige. E per la seconda volta Michael riesce a non far rimpiangere l’originale. Tuttavia sarà il suo ultimo album a raggiungere il milione di copie vendute negli Stati Uniti e da questo momento in poi la sua carriera inizierà a non brillare più come un tempo, caratterizata da scarsa prolificità, progetti confusi e problemi di dipendenza da droghe che inizieranno a scappargli di mano.
Il fin troppo raffinato Songs From The Last Century cerca infatti di rifuggere da ogni sorta di autocompiacimento divistico (se non quello vocale, impeccabile in “Brother Can You Spare A Dime”) o da pose gigione, divertita rilettura della “My Baby Just Care For Me” di Nina Simone a parte. La sensibilità con cui George Michael sceglie e affronta i pezzi in scaletta è decisamente più femminile, più in linea con quella delle vecchie dive del soul (Billie Holiday in testa) che non con quella dei membri del rat–pack. E il motivo d’interesse di tale progetto è proprio in questa attitudine che lo porta alle ottime riletture delle toccanti “You’ve Changed” e “The First Time Ever I Saw Your Face”, ma che appesantisce troppo il risulato complessivo: fin troppo calcate la celebre “Wild Is The Wind” e “I Remember You” (costruita sulla base di “Like Someone In Love” di Bjork, altra cover con simili intenti).
Per invogliare maggiormente il pubblico inserisce anche una piacevole e meno intellettuale versione di “Miss Sarajevo” degli U2/Passengers e una convincente rilettura in chiave jazz di “Roxanne” dei Police, entrambe estratte come singoli ma senza troppo clamore. Anche l’album supererà a fatica i tre milioni di copie vendute, comunque non pochi per un lavoro di questo genere. Michael otterrà maggiore attenzione mediatica grazie al successivo duetto con Whitney Houston (anche lei ben presto consumata dal successo) per “If I Told You That”, scelta per lanciare il di lei Greatest Hits.
Chi si aspettava che un nuovo contratto discografico, stavolta con la Universal, l’avrebbe fatto tornare presto sulle scene con un album di inediti si sbagliava. Solo nella primavera del 2002, infatti, verrà annunciato il suo ritorno con un nuovo singolo ad anticipare un intero disco. L’attesa è molto alta e fanno discutere anche le anticipazioni su un videoclip che dovrebbe rileggere “Blade Runner” in chiave sadomaso. Quando finalmente “Freeek!” vedrà la luce, lascerà interdetti in molti: è un funk industriale ricco di campionamenti hip-hop, ma il pezzo e il nuovo look di Michael sono troppo aggressivi per gran parte del suo pubblico che, fatta eccezione per qualche paese europeo, tenderà a snobbarlo, ingiustamente. In madrepatria si ferma addirittura alla posizione numero 7 della classifica, un bello smacco e una grossa perdita di soldi per l’etichetta che aveva investito parecchio per il costosissimo video.
Si corre ai ripari: in estate viene realizzato un altro singolo “Shoot The Dog”, più classicamente disco–funk e adagiato su “Love Action (I Believe In Love)” degli Human League. Ad accompagnarlo, un dimesso video animato che ironizza pesantemente sulla situazione politica inglese e americana. Andrà anche peggio, il cartoon farà parlare più della canzone, in Gran Bretagna non raggiungerà nemmeno la Top ten e in Nord America non verrà nemmeno realizzato per i suoi contenuti politici. Un risultato così deludente era impossibile da prevedere, l’interesse nei confronti di George Michael sembra essere scemato di colpo e la pubblicazione dell’album viene rimandata: la versione ufficiale è che il lavoro non sia ancora terminato, ma il contratto con la Universal termina precocemente, il sospetto è che il cantante sia stato scaricato.
In scaletta sono presenti anche i precedenti, poco fortunati singoli e suonano come pesci fuor d’acqua in quanto unici pezzi dance, assieme all’ipnotica “Precious Box” e al successivo singolo “Flawless (Go To The City)” (semi-cover dell’omomino brano house dei The Ones), in un lavoro di tutt’altro genere. Il resto del lunghissimo album è infatti composto soprattutto da pezzi piuttosto lenti e con poco nerbo (“John And Elvis Are Dead”, “Please Send Me Someone” e l’acustica “Through”), che reiterano i pochi difetti di Older spogliandoli però delle loro forbite influenze a favore di sonorità fin troppo laccate e dolciastre (“American Angel” e “Round Here”). Si elevano dalla media solo le pianistiche title track e “My Mother Had A Brother”. La critica lo promuove con risicate sufficienze e le vendite si mantengono in linea con quelle del precedente album di cover, ma l’era di George Michael, la superstar, può dirsi definitivamente conclusa.
Subentrano anche grossi problemi di salute: Michael è costretto a interrompere il suo “Symphonica Tour” (coi suoi classici riletti in chiave orchestrale) per un urgente ricovero: una brutta polmonite lo fa finire addirittura in coma e per ventiquattro ore si teme il peggio. Si inizia a mormorare che anche lui possa avere problemi legati all’Aids, ma arriva subito la smentita, assieme all’annuncio che il cantante è fuori pericolo.
Nell’estate del 2012 esce il singolo “White Light”, un oscuro pezzo Edm imparentato con la “Precious Box” di Patience: sia il pezzo che il bel videoclip, in compagnia di Kate Moss, raccontano di quelle terribili ore in bilico tra la vita e la morte. Pur non essendo immediatissimo, il pubblico sembra comunque apprezzare lo sforzo, tuttavia non sarà seguito da alcun album di inediti. Ad oggi la sua ultima pubblicazione rimane Symphonica del 2014, raccolta di discreto successo contenente le registrazioni effettuate durante il tour orchestrale, trainata da una fin troppo rigorosa cover di “Let Her Down Easy” di Terence Trent D’Arby, in cui la sua splendida voce è miracolosamente intatta. Le contemporanee notizie sul suo conto, però, non sono altrettanto esaltanti e lo vogliono dentro e fuori il rehab per dipendenza da crack e alcol.
Poi, dopo un lungo silenzio, il Natale del 2016 viene funestato dalla notizia della morte di George Michael. I soccorsi – riferisce la Bbc – sono arrivati nell’abitazione nel primo pomeriggio. La polizia precisa che “non ci sono circostanze sospette” legate alla morte dell’artista inglese. Il suo staff si è limitato ad affermare che “è morto serenamente in casa sua”, mentre il suo manager, Michael Lippman, ha spiegato che George Michael è stato stroncato da un infarto. “E’ con grande tristezza che confermiamo che il nostro amato figlio, fratello e amico George è passato a miglior vita in casa sua. La famiglia chiede sia rispettata la privacy in questo difficile momento”, recita il comunicato ufficiale. Per un atroce scherzo del destino, la sua scomparsa resterà legata proprio a quel giorno di Natale che aveva raccontato da par suo in uno dei suoi più grandi successi. Quello del 2016 è stato davvero il suo “Last Christmas”.
| WHAM! | ||
| Fantastic (Innervision, 1983) | 5.5 | |
| Make It Big (Epic, 1984) | 7 | |
| Music From The Edge Of Heaven (Columbia, 1986) | 6 | |
| The Final (antologia, Epic, 1986) | ||
| The Best Of Wham!: If You Were There (antologia, Epic, 1997) | ||
| GEORGE MICHAEL | ||
| Faith (Columbia, 1987) | 7 | |
| Listen Without Prejudice Vol. 1 (Columbia, 1990) | 7.5 | |
| Five Live Ep (live, Parlophone, 1992) | 6 | |
| Older (Virgin, 1996) | 7 | |
| Ladies & Gentlemen (antologia, Sony, 1998) | ||
| Songs From The Last Century (Virgin, 1999) | 6 | |
| Patience (Sony, 2004) | 5.5 | |
| Twenty Five (antologia, Sony, 2006) | ||
| Symphonica (live, Virgin Emi, 2014) | 6 |