“Poem 1” nasce da una frattura, da una separazione. La differenza rispetto al precedente “Because Of A Flower” emerge fin dai primi minuti: la voce di Ana Roxanne, che allora si perdeva tra architetture ambient soffuse e cangianti, qui occupa il centro della scena. Nuda, vicina, quasi priva di protezioni. Anche la musica sembra riflettere il cuore esposto della copertina. In “The Age Of Innocence” pochi elementi bastano a sostenere il brano: un arco dal timbro malinconico, synth appena percettibili e una voce che si muove in primo piano con fragilità trattenuta. Lo stesso accade in “Keepsake”, dove la melodia del piano procede lentamente e ogni dettaglio appare calibrato per lasciare spazio all’espressione vocale. Per alcuni minuti il disco sembra voler rinunciare a qualsiasi riparo, affidandosi quasi esclusivamente alla forza della voce.
Ma questa esposizione non dura a lungo. Con “X” qualcosa cambia: le forme si allargano, i droni acquistano consistenza. In “Untitled II” affiora una grazia notturna che può ricordare Arooj Aftab, ma privata di qualsiasi radice folk o tensione terrena. È il primo vero mutamento di un album che, senza strappi, torna gradualmente ad avvicinarsi ai paesaggi sonori più ampi e contemplativi con cui abbiamo imparato a conoscere l’artista californiana.
Da qui in avanti “Poem 1” acquista profondità e respiro. “One Shall Sleep”, costruita attorno a un testo tratto da un Lied di Robert Schumann, trasforma il materiale romantico originale in qualcosa di vasto e quasi cinematografico. Quello che fino a quel momento appariva raccolto assume improvvisamente una scala diversa. In “Wishful (Draft)” le armonie si fanno più sfuggenti, i contorni si dissolvono e il brano sembra galleggiare in uno stato di veglia incerta. In “Cover Me”, invece, una performance corale si intreccia alla voce di Roxanne senza mai sovrastarla, dando vita a uno dei passaggi più suggestivi dell’intero lavoro.
Nella conclusiva “Atonement” il percorso trova infine la sua naturale destinazione. La voce, così preminente nelle prime battute del disco, torna progressivamente a dissolversi all’interno della musica, lasciando che siano le trame strumentali a occupare lo spazio. È come se la ferita venisse mostrata all’inizio con estrema chiarezza per poi essere lentamente assorbita dal paesaggio sonoro. La voce riaffiora soltanto a metà brano, sovrapposta agli strati armonici che nel frattempo hanno ripreso terreno, come accade a certi luoghi abbandonati che, una volta scomparsa la presenza umana, tornano a essere reclamati dalla natura.
Pochi dischi pubblicati recentemente hanno mostrato una simile capacità di coniugare intimità e ambizione formale.
10/06/2026