Dopo sei album a rovistare tra le pagine di Ahmed Abdul-Malik, il quartetto Ahmed cambia rotta per la prima volta e rivolge il suo sguardo a Thelonious Monk, il pianista con cui Abdul-Malik suonò alla fine degli anni Cinquanta. La mossa ha una logica precisa: i due condividevano un rifiuto del fraseggio prevedibile, costruendo tensione attraverso l’irregolarità ritmica e le sincopi musicali fuori posto. Ahmed eredita quella stessa instabilità e la porta alle estreme conseguenze; il punto di innesco risale al 2023, quando i quattro, durante un concerto a Novara, si lanciano in un’interpretazione spontanea di “Evidence”. Da lì, registrato nelle stesse sessioni londinesi di “Sama’a (Audition)“, nasce “Play Monk”: un doppio CD che nulla ha a che vedere con il concetto di cover.
La differenza rispetto ai lavori precedenti è tuttavia sostanziale: con Abdul-Malik il gruppo dissotterrava materiale quasi dimenticato; con Monk attacca il cuore del canone, tra i brani più reinterpretati della storia del jazz. Come “Round Midnight”, niente meno che la composizione jazz scritta da un solo autore più coverizzata in assoluto. Eppure Ahmed non mostra deferenza: le versioni sono dilatate fino a minutaggi improponibili rispetto agli originali, come se la struttura di Monk fosse una piattaforma di lancio piuttosto che la lettura dogmatica di un testo sacro. “Evidence”, tre minuti scarsi nell’originale del 1948, diventa qui un latrato di trenta: velocità raddoppiata, Gerbal che martella come posseduto, il sassofono di Seymour Wright che accoltella l’aria come fosse Peter Brötzmann, delirando lo stesso micro-fraseggio per decine di volte, il pianoforte di Pat Thomas che dilata le seconde minori monkiane fino a renderle acide e turbinose.
Il risultato è una musica che non reverisce quanto smonta: Pat Thomas commette blasfemie pianistiche che suonano inevitabili, prendendo le storture armoniche di Monk e portandole fino al punto di rottura, in valanghe di accordi che sembrano precipitare nel caos per poi ricomporsi in qualcosa di brutalmente logico. Gerbal e Grip tengono una sezione ritmica sempre sul bordo del cedimento, il groove perennemente sul punto di franare, come se tenere il tempo fosse una scelta da rimandare all’ultimo, con momenti ostinati che vengono ripetuti fino a disperdersi in un’altra valanga di suoni. Wright percorre traiettorie imprevedibili: frasi riconoscibili che degenerano in strilli e rumori, in qualcosa che somiglia più al feedback di una chitarra che a uno strumento a fiato. Eppure sotto tutta questa furia la voce di Monk sopravvive, non come citazione nostalgica ma come scheletro che regge l’intera architettura sonora: non fondamenta da venerare, ma da demolire e ricostruire ogni volta da capo.
12/06/2026