Non è una novità per Will Toledo tornare ai suoi vecchi lavori; avendo a disposizione un archivio sconfinato di album registrati in età adolescenziale, il cantante originario della Virginia ha sempre considerato quasi una prassi compositiva quella di ripescare le vecchie canzoni del suo repertorio, talvolta limitandosi a modificarle, altre volte rielaborandole completamente, ribaltandone significato e struttura.
Sarà perché più della metà della sua discografia è corrotta da una qualità audio scadente, essendo stata registrata da one-man band nell’auto dei suoi genitori. O sarà dovuto forse a una personale concezione delle canzoni che lui stesso ha più volte descritto come mai realmente concluse e in costante mutazione, Toledo ha sempre trovato interessante, forse stimolante, andare a ripescare le vecchie canzoni del suo repertorio e si è più volte imbarcato nell’impresa (mai banale) del re-recording.
Dopo aver firmato un contratto con l’etichetta Matador Records e dopo aver registrato un album di remake di brani recuperati dalla sua discografia, il giovane Will esce nel 2016 con il primo lavoro di inediti dell’era Matador. L’album “Teens Of Denial” riceverà un successo completamente inaspettato ponendosi come pilastro nel mondo dell’indie rock degli anni 10 affermando una band che, ormai possiamo dirlo, ha definito e riscritto le regole di un genere che dieci anni fa appariva sempre più scialbo e stantio.
È il 2026. Sono passati ben 10 anni dall’uscita di “Teens Of Denial”, 10 anni da uno degli ultimi album che potremmo qualificare come generazionali, 10 anni da un disco che ha consacrato una band, che ha definito e raccontato una generazione di adolescenti rabbiosi ma, in fondo, fragili. Ed è dopo 10 anni, dopo aver passato anni di Long-Covid ed essersi legato sempre più profondamente alla religione, che Will Toledo decide di rimettere le mani sul disco che l’ha lanciato sul palcoscenico internazionale, sul capitolo forse più difficile da rimaneggiare nella sua discografia. Uno dei motivi di questa iniziale incertezza – intuibile per chiunque abbia apprezzato “Teens Of Denial” all’epoca della sua uscita – è la già ottima produzione che vantava l’album originale: cruda e schietta ma allo stesso tempo limpida e brillante come non si era mai sentito nella discografia dei Car Seat Headrest.
Questo nuovo “Joe’s Story”, non è però (almeno da un punto di vista sonoro) un re-recording, è più un remaster, nel senso che praticamente nessuno strumento è stato registrato da capo. Ogni brano ha invece subito un processo più o meno evidente a seconda dei pezzi, di re-mixaggio e di rimasterizzazione, con l’obiettivo di intervenire sul materiale originale piuttosto che andarlo a sostituire.
Discorso a parte va aperto invece per la voce, che è in gran parte riregistrata, con il timbro da ragazzino nervoso e inesperto del Toledo del 2016 che lascia spazio alla tonalità più controllata e profonda di un uomo ormai trentenne, la cui maturità è sempre più inevitabilmente percepibile. La scelta di ri-registrare le voci è in gran parte dovuta alla riscrittura, questa volta invece più marcata, di alcuni dei testi, o meglio della deviazione che prende il significato di questi. Il risultato si traduce in un vero e proprio concept-album che narra le vicende dell’adolescente Joe all’interno di una storia più completa e lineare.

Il primo brano “Fill In The Blank” è uno degli inni generazionali che hanno reso “Teens Of Denial” l’album che era e che è diventato negli anni. In questa nuova versione (musicalmente intatta) conosciamo il protagonista Joe, alle prese con la disperazione per la morte del fratello Matt, malato terminale. Joe, al posto di piangere per la perdita, utilizza la rabbia come conforto per far fronte al dolore dilaniante che lo pervade, in un ritornello carico quanto emotivo in cui parenti e conoscenti attaccano la legittimità delle sue emozioni, come se la depressione non fosse un vero problema ma una situazione dalla quale si non riesce a uscire per mancanza di volontà e motivazione. Joe risponderà nel ritornello finale della canzone, rivendicando e urlando furiosamente il suo diritto (e quello di tutti gli adolescenti che “non hanno conosciuto abbastanza il mondo”) di essere depresso.
Il gennaio e febbraio di Joe trascorrono nella sregolatezza e nelle mille notti andate alla deriva tra alcol e stupefacenti, insieme agli amici che cercano, disperatamente, insieme a lui, un modo per soddisfare il proprio senso di vuoto. Questo passaggio viene affrontato nella caotica “Vincent”, una vera e propria spirale di autodistruzione durante la quale il protagonista, a una festa, si trova annebbiato dall’alcol e quindi, immediatamente, dal vuoto e dalla depressione che comunque preferisce non affrontare. Un monologo a tu per tu con la sua coscienza che si serve di un indie-rock dai suoni e dalla struttura completamente inediti, che suona come un urlo spontaneo, come una ricerca d’aiuto, troppo confusa per essere presa sul serio.
Nella successiva, potentissima, “Destroyed By Hippie Powers” Joe si ritrova a dover saltare un concerto con la sua band perché troppo alterato dai “Poteri degli Hippie” (le droghe psichedeliche). Il brano originale, che vedeva Joe a una festa, combacia con il finale di questa nuova versione in cui il nostro protagonista urla straziato e si chiede dove sia finito “quel ragazzino paffuto che sorrideva così tanto e amava i Beach Boys”, arrivando ad ammettere di aver ucciso metaforicamente la sua versione infantile, incontaminata, per lasciare spazio al suo “io” adolescenziale, ormai inevitabilmente corrotto dagli “hippie powers”.
Nell’acustica “Drugs With Friends”, Joe viene sospeso da scuola e passa le sue giornate ad assumere droghe assieme ai suoi amici. Dopo aver preso dei funghetti allucinogeni, si ritrova sdraiato sul pavimento a dialogare con Gesù che si risente per il suo comportamento; Joe è arrivato a un punto di tale bassezza che si sente rifiutato perfino da Gesù Cristo in persona. Il climax finale riflette sul motivo che spinge gli adolescenti all’utilizzo delle droghe, ponendo un quesito che rimane insoluto: Ci droghiamo con gli amici perché gli stupefacenti migliorano con la compagnia, o sono gli amici a migliorare con le droghe? In questo, come in tutti i brani di questo nuovo “Teens Of Denial”, Toledo ha deciso di eliminare ogni parolaccia e volgarità dai testi, una scelta dovuta alla conversione, sempre più decisa e marcata, del frontman americano alla religione cattolica. Questa “censura” ha lasciato perplessi molti fan della band che hanno accusato Toledo di snaturare un album che ha alla propria base una spontaneità e una rabbia che contribuiscono a renderlo così potente e condivisibile.
La nuova, inedita, fresca “Optimistic Son” che sostituisce “Not What I Needed” dell’album originale, sembra provenire direttamente da “The Scholars”, l’ultimo album della band. La struttura inusuale che vede il ritornello posticipato fino agli ultimi minuti della canzone è preceduto da strofe armonicamente instabili, regolate da tonicizzazioni transitorie, che sfociano in “finti ritornelli” che, come detto in precedenza, fanno solo da preludio al vero, accattivante, refrain finale.
“Drunk Drivers/Killer Whales”, il vero capolavoro dell’album, vede la voce di Will Toledo completamente ri-registrata. La struttura, identica nell’intenzione alla precedente “Optimistic Son”, posticipa il ritornello finale, fino all’esplosione della frase simbolo di questo album. Toledo rappresenta gli schemi inconsci della nostra mente come i “drunk drivers”, che ci portano a ferire noi stessi e gli altri, proprio come dei guidatori in stato di ebbrezza. Durante il tragitto in macchina, Joe compie in realtà un viaggio di autocoscienza in cui si rende conto che il suo ego è formato sulla base di un qualcosa che ha imparato e che quindi lui, come ognuno di noi, ha la possibilità di reimparare “come un bambino che non ha mai sbagliato, che non ha compiuto il primo passo falso” ed essere la persona che vuole. Il semplice atto di provare, di scendere dalla macchina, diventa una battaglia contro un mondo che “non deve essere così”. Anche se “non c’è conforto nella responsabilità”, possiamo cambiare il nostro comportamento interrompendo e smettendo di alimentare un sistema dannoso.
Siamo ormai agli sgoccioli dell’album, eppure è qui che si presentano i brani più maestosi, più elegantemente imponenti e densi che proveranno a dare un senso, a trovare un’uscita dal tunnel di dolore in cui Joe sembra essere ancora, seppur parzialmente, al buio. “Cosmic Hero” vede Joe nuovamente immerso in una depressione incessante che lo porta persino a considerare il suicidio. Il brano è un monologo interiore in cui il protagonista accumula rabbia e prosegue la narrazione di “Drunk Drivers”, secondo la quale è necessario costruire qualcosa di nuovo, da cui partire. Joe sa che un cambiamento reale richiede una trasformazione radicale del sé e risponde con un netto rifiuto alla voce consolatoria che gli ripete che “andrà tutto bene”, convinto che la serenità, per lui, potrà emergere solo in un confronto diretto con il proprio ego.
La solenne ed elegante “The Ballad Of Costa Concordia” è sostituita in questa nuova versione dell’album da “The Ravenous House”, brano musicalmente identico ma con un testo modificato in ogni parola. Il pezzo è suddiviso in tre sezioni, molto ben collegate, che raccontano i diversi stati d’animo che Joe passa per arrivare all’uscita dal suo stato emotivo. La prima sezione, rivestita da accordi di chitarra pesanti e ripetitivi, fa trovare per la prima volta un Joe lucido, quasi pacato, che analizza nitidamente ciò che sta passando in seguito alla morte di suo fratello. Racconta la sua alienazione, il rifiuto di accoglienza e di aiuto da parte delle persone che lo amano, la sua chiusura nei loro confronti che ha portato alla sua auto-distruzione. A queste persone, da cui desiderava amore e attenzione, ora ruba l’alcol oppure l’auto per sballarsi di più. Ma cos’è davvero l’amore, allora? Da dove arriva: dalle droghe che assume o dalle persone che, nonostante tutto, continuano ad aspettarlo a casa, amandolo ancora dopo essere stati calpestati ripetutamente. Joe è segnato dal senso di colpa, è annebbiato dalle voci che nella seconda sezione del brano si sovrappongono senza tregua; come potrà anche solo guardare negli occhi suoi genitori, recuperare quell’amore che ha per così tanto rifiutato? Ha toccato il fondo e probabilmente rimarrà lì per sempre, a meno di compiere quel passo, necessario, per cambiare.
Will Toledo ha scelto di tagliare le parolacce da “Joe’s Story”; forse è il suo modo di cambiare, forse la religione gli ha fatto trovare quell’amore che Joe ha rifiutato per tutta la durata del disco. Forse ha riassemblato la sua coscienza, il suo ego e ora dopo dieci anni sa dove vuole andare. Quel nervoso ragazzino del 2016, come Joe, ha trovato l’amore che meritava, in un mondo in cui gli adolescenti sono assoggettati alle performance, all’edonismo depressivo che li tiene bloccati in un sistema che non hanno costruito ma al quale si devono adattare. Forse Will Toledo ha trovato il suo posto. D’altronde, per citare il suo ultimo disco, “You Can Love Again If You Try Again”.