Billy Fuller è il bassista che ha costruito il suono dei Beak> da dietro le quinte. Per anni, le sue quattro corde sono state il motore di quella macchina minimalista e ipnotica, il tappeto su cui Geoff Barrow e compagni hanno steso le loro ossessioni elettroniche. Con “Fragments”, il musicista esce allo scoperto non con un album pensato e rifinito, ma con una raccolta di schegge fatta di appunti sonori accumulati negli anni e registrati in solitudine nel suo studio di casa mentre collaborava con artisti del calibro di Robert Plant, Baxter Dury e Massive Attack.
Sedici tracce in trentasei minuti. Idee che durano meno di un minuto e altre che si allungano fino a quasi cinque. Fuller suona tutto: basso, batteria, chitarre, synth, tastiere. La voce appare solo in alcuni passaggi spoken word, come un’eco lontana che si insinua tra gli strumenti. Non c’è un filo narrativo, ma una coesione di atmosfera, una sorta di colonna sonora per un documentario fantascientifico.
L’opener “Rummer” è una dichiarazione d’intenti: un basso che pulsa su un beat motorik, synth che ondeggiano come segnali da una galassia lontana. Sembra una sigla per uno show televisivo di una realtà parallela, ed è già qui che Fuller mostra il suo talento per creare mondi in miniatura. “Three Blind Mice” va nella stessa direzione, ma con un’atmosfera più cupa, quasi da show di politica serale. La batteria di Andy Sutor aggiunge un peso che gli altri brani non hanno, e per un momento sembra di ascoltare un vecchio pezzo dei Beak>.
“Penny Bont” è la traccia che si avvicina di più al Thom Yorke solista: synth inquieti, una voce che mormora parole senza senso, un’atmosfera che si dissolve prima di diventare qualcosa di definito. “Whammy”, invece, è puro rumore, il suono di un bassista che si perde nel vuoto, che esplora la distorsione come un’astronauta che si allontana dalla navicella. È il momento più difficile, quasi inascoltabile per gli amanti dell’armonia. “Tailgates & Ratchet Straps” è il pezzo che forse meglio rappresenta Fuller. Un monologo parlato, un auto-sabotaggio in diretta: “Nobody cares about your band or your bass/ Nobody wants an old face that’s out of place”. È la voce di un musicista che ha passato anni a sostenere gli altri, e che ora si trova a guardarsi allo specchio. Il video è fantastico, e la canzone è un pugno allo stomaco.
Il limite del disco è nella sua stessa natura: l’essere episodico. Alcune tracce (“Something Else e “I Can’t”) sono appena abbozzate, come se Fuller avesse voluto includere tutto, senza fare il necessario lavoro di cesello. Ma è anche questo il fascino di “Fragments”, la sua frammentarietà appunto. Fuller sta solo giocando con i suoi strumenti, registrando ciò che gli passa per la testa fra sonorità atmosferiche e un po’ pastose, da cui si percepisce la vita in una Bristol malinconica e flemmatica. Un lavoro sicuramente non per tutti, ma se si entra nella sua frequenza, ci si perde volentieri al suo interno.
20/07/2026