Hot Paradox

Martin Dupont

Hot Paradox

1987 (Facteurs d’Ambiance)
coldwave, minimal-synth

Se prendiamo in considerazione le tre scene post-punk e new wave più influenti in Europa, emerge un dato molto interessante: sia nel Regno Unito che in Germania (qui si parlava di Neue Deutsche Welle), è ovviamente la prima metà degli anni Ottanta quella in cui vengono realizzati i più importanti capolavori (senza contare la basilare coda dei 70’s!), un periodo dove tale esplosione ha comportato l’uscita di decine e decine di album entrati di diritto nella storia della musica.
In Francia, invece, le cose sono andate diversamente, perché se è vero che la prima parte di quella decade ci ha regalato perle assolute come “Try Out” (1982) dei Kas Product oppure “Passions Divisées” (1984) dei Trisomie 21, la grande ondata si è materializzata dal 1987 in poi, quando nel paese transalpino il fermento coldwave (chiamato così per un approccio più minimale e votato all’utilizzo di sintetizzatori) ha trovato la sua definitiva consacrazione. Se infatti nel 1988 i Norma Loy sperimentano con l’ottimo “Sacrifice”, nel corso dell’anno successivo atterrano sugli scaffali due lavori imprescindibili, ovvero “Sounds In The Attic” dei Little Nemo e “Borderline” degli Asylum Party, entrambi avvolgenti, malinconici e ancora oggi fonte di ispirazione per tantissime band dell’area dark. E poi ci sono loro, i marsigliesi Martin Dupont con “Hot Paradox” del 1987.

Da sempre guidati dal leader nonché polistrumentista Alain Séghir, i Martin Dupont si formarono nel 1980 e scrissero pagine importanti già con i due primi album, “Just Because…” del 1984, ma soprattutto “Sleep Is A Luxury” del 1985, dove era contenuto l’inno synth-pop “It’s So”, uno dei pezzi immortali di quella stagione irripetibile. Accanto a lui, Brigitte Balian e Catherine Loy (fino al 1984) e poi in seguito Beverley Jane Crew (attiva fino allo scioglimento del 1988 ma tornata nella band insieme a nuovi membri grazie a una recente reunion).
Nei Martin Dupont, i testi sono in inglese e non in francese, una scelta artistica nata non solo dalla timidezza di Alain, ma anche dal fatto che suo padre non parlava affatto la lingua d’albione: in questo modo, egli poteva cantare con maggiore libertà e senza timore di essere giudicato. Nonostante questa direzione, il progetto transalpino non sembrava affatto la copia sbiadita di qualche mostro sacro d’oltremanica, considerando un’originalità trasversale capace di emergere attraverso un suono freddo e allo stesso tempo ammaliante: un mood inesorabilmente notturno e sensuale, praticamente la colonna sonora di un film noir girato da un regista d’avanguardia.

“Hot Paradox” si distingue immediatamente per la sua splendida copertina, merito dell’artista Yves Cheynet, i cui lavori hanno spesso accompagnato l’immaginario della band francese. E come un pittore che mescola i suoi colori sulla tavolozza, l’album lascia trasparire una serie infinita di sfumature e contrasti: caldo, freddo, luce, oscurità, mistero e malinconia, una delicatezza variopinta capace di oltrepassare i paletti di un genere predefinito, tra vibrazioni wave e un raffinato lavoro ai sintetizzatori.
Da alcuni anni, finalmente, questo manifesto musicale non è riconosciuto tale soltanto dal pubblico goth, ma ha trovato diversi estimatori anche al di fuori della scena oscura internazionale.
Basterebbe un solo titolo per un colpo di fulmine immediato, “Inside Out”, un raggio luminoso proveniente da un mondo lontano, una danza arcana guidata da un drumming (elettronico) incalzante e da melodie che tolgono il fiato: probabilmente uno dei momenti più autentici e appassionanti dell’intero movimento new wave anni Ottanta. Ma tutto il livello generale del disco è sorprendente, complice l’utilizzo mai scontato delle vocals (c’è un intrigante passaggio di testimone male-female) e un equilibrio perfetto tra un orizzonte poetico-crepuscolare e un minimalismo in apparenza algido ma in realtà carico di pennellate calde e fulminanti. Sensazioni che possiamo toccare con mano nell’inquieto post-punk di “Full Moons And Mouths” o nel tragico incedere di “My Analyst Assez”, dove spunta quel clarinetto utilizzato (insieme al sassofono) come strumento destabilizzante, un marchio di fabbrica inequivocabile per il gruppo marsigliese.

Ascoltando l’opera, si avverte un forte senso di isolamento e di decadenza, mentre il refrain della title track ci ricorda l’eterna contraddizione tra gli ardenti desideri interiori e la natura distaccata e confusa della realtà (il caldo paradosso è così servito). A volte è la società stessa a distruggere la nostra sanità mentale (“smash my face on the institution walls”, recita il testo di “Pressure”, altro capolavoro indiscusso dell’album). Un’ansia che si aggrappa con le unghie al nostro destino, anche sotto forma di metafora (“Berlin Wall” diventa quel muro da saltare per liberarsi dalle catene emozionali che ci tengono sotto scacco).
Oltre alla già citata “Inside Out”, il secondo lato del vinile (la cui prima stampa nel mercato collezionistico ha raggiunto quotazioni importanti) si apre con un passaggio danceable, “He Saw The Light”, una declinazione quasi al limite del pop con un basso velatamente funky, il tutto ovviamente rielaborato attraverso una lettura altamente personale. Come chiusura del cerchio, i Martin Dupont ci deliziano con un tris di assoluto spessore: dall’approccio sinfonico della straniante “I Never Tried” si passa al sassofono impazzito di “Where To Find It” (una composizione tra le più audaci dell’intero repertorio della band), per poi concludere con la nera eleganza di “Like A Lion”, dove le scorie post-punk tornano a puntellare un minimalismo strumentale come al solito ombroso e irrequieto.

Nonostante il ritorno del 2022 (culminato con la pubblicazione del recente “You Smile When It Hurts” e con diverse date live), la storia dei Martin Dupont si può condensare nel corso di un decennio irripetibile, attraverso un crescendo portentoso che si è spento sul più bello, con lo scioglimento del 1988 arrivato alcuni mesi dopo la pubblicazione di “Hot Paradox”. Ma come ogni segno del destino che si rispetti, negli anni successivi sarebbe stato davvero difficile raggiungere ancora una volta la vetta rappresentata da questo lavoro (e dalle due ottime produzioni precedenti). Quel caldo paradosso è rimasto così sospeso, strozzato, mentre il mal de vivre tipicamente francese ha continuato a dilagare nell’animo di chi, anche solo per una volta nella vita, si è ritrovato seduto da solo a un tavolino, con una bottiglia davanti e una sigaretta accesa tra le dita. I’d rather wear my life inside out…

23/08/2026

Tracklist

  1. 1. Full Moons And Mouths
  2. 2. Hot Paradox
  3. 3. My Analyst Assez
  4. 4. Pressure
  5. 5. Berlin Wall
  6. 6. He Saw The Light
  7. 7. Inside Out
  8. 8. I Never Tried
  9. 9. Where To Find It
  10. 10. Like A Lion

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