Nell’agosto 1982, all’apice del successo commerciale e critico, gli Hassisen Kone, la band che in soli tre album aveva rivoluzionato il rock made in Suomi, decidono di sciogliersi. Una scelta che, letta a ritroso, illumina perfettamente lo spirito di “Harsoinen teräs” (“Garza d’acciaio”), un’opera pensata non per consolidare un successo, ma per esaurirlo, portando a compimento un percorso creativo bruciato in tre anni.
Dietro tutto ciò c’è Ismo Alanko, figura centrale della musica finlandese contemporanea: polistrumentista, autore e performer, nel corso della sua carriera attraversa quasi mezzo secolo di musica reinventandosi a ogni passo, dagli Hassisen Kone ai Sielun Veljet fino al progetto Säätiö e alla lunga carriera solista.
Fondati a Joensuu nel 1979 da Alanko insieme al chitarrista Reijo Heiskanen e ai fratelli Harri e Jussi Kinnunen, gli Hassisen Kone rappresentano il primo laboratorio di questa ricerca artistica. Il nome, preso in prestito da una piccola azienda locale produttrice di affettatrici per salsicce, riflette già l’ironia dissacrante della band. In appena tre anni il gruppo passa dal punk diretto e provocatorio degli esordi a una scrittura sempre più complessa e ambiziosa.
Il cambiamento emerge già nel passaggio fra i primi due album. “Täältä tullaan Venäjä!” conserva l’urgenza della new wave e del punk, mentre “Rumat sävelet” introduce una scrittura più cupa, teatrale e introspettiva. Dopo quest’ultimo disco, la formazione si amplia con l’ingresso del tastierista Safka Pekkonen, del sassofonista Antti Seppo, del percussionista e xilofonista Hannu Porkka e del chitarrista Jukka Orma, un ampliamento d’organico che si riflette immediatamente nella tavolozza sonora del gruppo. All’inizio del 1982 gli Hassisen Kone hanno ormai raggiunto una piena maturità artistica: gli arrangiamenti si fanno più ricchi, il dialogo fra sax, tastiere, xilofono e chitarre assume un ruolo centrale e la forma-canzone si dilata con una libertà espressiva fino ad allora inedita per la band.
Questa evoluzione culmina nel marzo 1982 con la pubblicazione di “Harsoinen teräs” (“Garza d’acciaio”). Il gruppo abbandona definitivamente il punk ironico degli esordi per dare vita a un disco di “psichedelia new wave” dal gusto romantico, in cui l’impeto post-punk finlandese si fonde con divagazioni prog, tocchi di reggae e ska e arrangiamenti elaborati ma sempre coerenti. L’album raggiunge rapidamente il numero uno in classifica e ottiene il disco d’oro con quasi 50mila copie vendute. In parallelo viene realizzata una versione promozionale in inglese, “High Tension Wire”, che però non riesce a cogliere lo spirito poetico dell’originale e rimane lontana dal successo nazionale.
I brani
La title track, posta in apertura, definisce immediatamente l’atmosfera dell’album: visionaria ma controllata, corporea e astratta al tempo stesso. Il brano poggia sul tremolo di uno xilofono e su un riff di piano elettrico che, intrecciandosi a una linea di basso articolata e a un incedere di batteria costruito quasi interamente sui tom, genera una sorta di tango mutante dalle tinte noir. La voce di Alanko procede come in trance, mentre il testo costruisce un universo dominato da immagini surreali e simboliche. La misteriosa “garza d’acciaio” del titolo può essere letta come la metafora di un potere che non si impone con la forza bruta, ma attraverso il fascino, la persuasione e l’assimilazione, trasformando lentamente l’individuo dall’interno. Emblematici, in questo senso, i versi conclusivi:
È una ghigliottina morbida, calda, bella e lucente.
Quando canta, la sua voce è d’oro,
ma le sue parole sono quelle del boia
L’ossimoro della “ghigliottina” seducente e la contrapposizione fra la voce d’oro e le parole del boia condensano efficacemente questa ambiguità: dietro ciò che appare affascinante e rassicurante si cela una forza capace di annullare l’identità dell’individuo. “Kupla kimaltaa” (“La bolla scintilla”) alterna ritmi ansiogeni e momenti corali dal taglio più ironico, strizzando l’occhio allo ska, fra chitarre in levare, barriti di sax e bruschi cambi di andamento. Sul piano lirico è una delle critiche più esplicite di Alanko alla società dei consumi. Il protagonista “svita il proprio cuore”, sacrifica la coscienza e continua a camminare verso un’esistenza “vuota e perfetta”, mentre la “bolla” del titolo diventa l’immagine di un benessere artificiale destinato a isolare l’individuo. Il consumismo assume i contorni di una creatura grottesca in versi come “Ho paura, sta arrivando. Mi divora un gigantesco hamburger”.
“Levottomat jalat” (“Piedi inquieti”), la hit dell’album, si apre con un andamento reggae guidato dall’organo Farfisa, mentre il ritornello è una cavalcata post-punk dalle nervature funk. Il sax entra a sorpresa, accrescendo la carica del pezzo: l’atmosfera è insieme euforica e nevrotica, riflesso della prova vocale di Alanko, che alterna fraseggi rapidi e taglienti a brevi aperture di respiro, trasmettendo un senso di urgenza giovanile. Il ritornello, accattivante e ripetitivo al punto giusto, traduce in ritmo l’irrequietezza del testo: i “piedi inquieti” diventano la metafora di un impulso incontrollabile che trascina il protagonista, mentre la mente invoca invano la pace (“Così grida disperata la mia testa, ma i piedi mi portano via e si riparte”). La domanda ricorrente, “Chi mi conduce? E cosa otterrò?”, suggerisce una perdita di controllo sul proprio destino, trasformando la frenesia del movimento in una riflessione sull’inquietudine esistenziale.
Altro brano cardine, “Totuus” (“La verità”), rallenta i battiti e cala l’ascoltatore in un clima contemplativo. La batteria resta in territorio reggae ma con passo più pacato, lo xilofono ricama incessante e l’arrangiamento introduce echi dub, con riverberi e sospensioni che dilatano lo spazio sonoro, una scelta inedita per il rock finlandese dell’epoca. La voce di Alanko emerge come una presenza oracolare, mentre il testo riflette sul rapporto fra verità, giustizia e potere:
La verità passa sotto il potere, si piega e si spezza.
Non è una bocca affamata a divorare la giustizia,
ma a pretendere l’uguaglianza.
La debolezza desidera il potere. Chi potrebbe consolarla?
Solo l’amore può placare quella sete
Il brano è una riflessione etica sul rapporto fra verità, giustizia e potere. Il potere deforma la verità, mentre anche gli ideali più nobili rischiano di essere piegati dalla ricerca del dominio. Il finale apre però una prospettiva ancora più universale:
Una goccia di giustizia, di verità e di amore
è stata piantata nei nostri cuori.
Ma perché non scorre dal cuore al cervello?
Alanko suggerisce che l’uomo possieda già dentro di sé la capacità di riconoscere il bene, ma che questa fatichi a tradursi in pensiero e azione. Il vero conflitto è fra ciò che il cuore intuisce e ciò che la mente finisce per giustificare.
Con i suoi due minuti e mezzo, “Eksyneet lampaat” è una secca impennata post-punk giocata su basso slappato, tappeti percussivi e inaspettati intrecci fra pianoforte elettrico e acustico. Ancora più aggressiva è “Julkinen eläin” (“Animale pubblico”), sospinta da fendenti di sax, trame psichedeliche di organo elettrico e xilofono e un ritornello scandito come uno slogan pubblicitario. Il testo tratteggia una società che trasforma la natura in spettacolo, fra ortaggi in vetrina e creature da esposizione.
“Kuollut eläköön” (“Viva il morto!”) si sviluppa come una mini-suite in più atti. L’introduzione lenta – “Era un grande uomo, ora giace lì. Il re è morto” – evoca un’epica sepolcrale con accordi di pianoforte stentorei, per poi descrivere un “esercito del lutto con veli funebri” che accompagna un sovrano vacillante, metafora di un potere in disfacimento. Dopo l’ingresso della sezione ritmica, la struttura si frammenta in scatti funk, affini ai coevi Talking Heads, e deviazioni jazz-rock dominate dal sax, quasi a rappresentare il caos successivo alla caduta del re.
Il ritornello corale recita:
Il re è morto, viva il re!
Così il mondo riceve di più da lui.
Il tempo può incatenare chi vive, mai la vita
Il celebre motto monarchico viene così trasformato in una riflessione sul potere e sulla memoria. Il paradosso è evidente: da morto il re serve più che da vivo. Spogliato della propria dimensione umana, diventa un simbolo, atto a legittimare chi viene dopo di lui. L’uomo scompare, ma il potere sopravvive trasformandosi in racconto. La seconda parte del testo amplia ulteriormente la prospettiva: “Ora sulle sue spalle gravano la vita del presidente, la morte dei re e le imprese degli eroi”, quasi a suggerire che il peso della storia continui a gravare su chi ne raccoglie l’eredità. L’immagine conclusiva dei “soldati neri come la pece” che marciano mormorando “bestemmie e preghiere dei farisei” introduce infine una critica all’ipocrisia dell’autorità, lasciando intendere come il male sopravviva persino al pentimento.
Jussi Kinnunen lo ha definito “un’opera folle con un numero assurdo di sezioni: prog pazzesco e virtuosismi a non finire!”, e la definizione calza perfettamente: “Kuollut eläköön” è il vertice tecnico e drammaturgico dell’album, una cerimonia laica sulla trasmissione del potere e sulla costruzione del mito.
Dopo un simile climax, l’album vira bruscamente verso la leggerezza di “Olen toki, vain sen tiedän” (“Certo che sì, questo è tutto ciò che so”), un pop-funk più lineare ma ricco di sfumature: raffiche di percussioni, intrecci di tastiere e chitarre arpeggiate, fino all’assolo di sax più rumoroso della scaletta.
La chiusura è affidata a “Pelko” (“Paura”), brano che incarna una sintesi compiuta della poetica degli Hassisen Kone. La struttura è bipartita: l’introduzione grave e solenne, dominata da organo, basso profondo e voce trattenuta, evoca un’atmosfera quasi liturgica. Poi il pezzo deflagra in un groove sincopato dal sapore dub-reggae, in cui Alanko ripete ossessivamente “pelko, pelko…”, trasformando la paura in un mantra. Anche il testo abbandona in parte il surrealismo dei brani precedenti per affrontare direttamente la condizione umana:
Quando il tuo cervello si fermerà,
resterai solo con il tuo cuore.
Hai paura? Ehi, hai paura?
Non potrai più nascondere nulla
La paura è descritta come il momento in cui ogni maschera cade e l’individuo è costretto a confrontarsi con se stesso. Nella seconda parte Alanko rifiuta ogni tentazione moralistica:
Nessuno di noi dovrebbe giocare a fare il grande giudice.
Nessuno può riscattare la vita di un altro.
Il crimine è già la propria punizione
La conclusione sposta lo sguardo dall’individuo alla natura:
I sermoni sono scritti nei laghi,
nel cuore delle foreste,
sui fianchi delle montagne.
I sermoni sono impressi sui volti umani segnati dalla sofferenza
La verità, sembra suggerire Alanko, non appartiene ai predicatori né alle istituzioni, ma è già inscritta nella natura e nell’esperienza dell’uomo. Il brano esplode e si ritira fino a sfumare in un’interminabile ripetizione della parola “pelko” e in un fischio malinconico che lascia l’ascoltatore sospeso. È un epilogo che non si limita a evocare la paura: la attraversa, fino a una dimensione quasi catartica.
L’eredità di “Harsoinen teräs”
“Harsoinen teräs” rappresenta il punto d’arrivo di un’evoluzione rapidissima ma coerente: in tre anni gli Hassisen Kone passano dal sarcasmo giovanile a un’idea di rock colta e intellettuale. Dopo l’uscita dell’album, Alanko percepisce che il gruppo ha già detto tutto ciò che può dire e prende la decisione sorprendente di sciogliere la band. È soprattutto una scelta di rinnovamento: “Non volevo fossilizzarmi. Avevo bisogno di distruggere tutto per creare qualcosa di nuovo”, dirà in seguito.
L’influenza di “Harsoinen teräs” sulla cultura alternativa locale è evidente sin dagli anni immediatamente successivi. Tuttavia si tratta soltanto del primo capitolo della parabola di Ismo Alanko. Rifiutando di trasformare il successo in una formula da ripetere, il musicista ripartirà da zero con i Sielun Veljet, con un rock tribale, fisico e visionario che raggiungerà un nuovo vertice creativo con “L’amourha” (1985). Negli anni Novanta la carriera solista gli permetterà di esplorare territori ancora diversi, fino ad approdare con Ismo Alanko Säätiö a un linguaggio che fonde rock, folk, musica da camera e orchestrazioni, culminando nell’ambizioso “Hallanvaara” (2002). Tre stagioni artistiche, tre progetti distinti e almeno tre album ormai riconosciuti come pietre miliari della musica finlandese.
Negli ultimi decenni Alanko continua a sperimentare, alternando dischi elettrici e acustici, progetti sinfonici, collaborazioni d’avanguardia e reunion con le proprie band storiche. La sua produzione più recente non possiede sempre la continuità creativa degli anni Ottanta e Novanta, ma conserva intatta la curiosità che ne ha guidato l’intera carriera.
È probabilmente questa inquietudine a spiegare perché, dopo quasi mezzo secolo di attività, Ismo Alanko continui a essere uno dei protagonisti assoluti della scena musicale finlandese. “Harsoinen teräs” resta il primo grande vertice della sua parabola artistica, ma anche il disco che contiene già il tratto distintivo del suo autore: la convinzione che ogni traguardo rappresenti soltanto il punto di partenza per una nuova trasformazione.
02/08/2026