A volte si cerca la forma, altre volte si vuole distruggere mentre si costruisce, ed è un po’ quello che fa “Morir Saltando”, secondo lavoro di una delle band più promettenti della Nueva Escena Chilena, gli Hesse Kassel.
Il trio dalla Región Metropolitana de Santiago prende il post-rock del precedente “La Brea” e lo trascina a forza fuori dalla stanza, per poi dargli letteralmente fuoco. Ci propongono sei brani, circa quarantacinque minuti e una creatura molto più difficile da incasellare: post-hardcore, math-rock, jazz-rock, noise, art-punk e prog che si mordono la coda senza mai chiedere permesso.
“Pornomiseria” è il mostro all’ingresso, quasi quindici minuti di tensione narcotica, funk deformato, accordi jazz, ritmi dance-punk e chitarre che sembrano correre più velocemente del pensiero. La voce parlata di Renatto Olivares attraversa il caos come un predicatore ubriaco tra le rovine di una città messa a ferro e fuoco, mentre le batterie di Eduardo Padilla trasformano il pezzo in una macchina avant-garde. Persino il riferimento a “Oh, Qué Será?” di Willie Colón e Rubén Blades diventa materiale da laboratorio, ovviamente gestito da uno scienziato pazzerello. Quando arrivano le urla, non sembrano un climax: sembrano una porta che viene sfondata a calci e si viene investiti da tutta la passione possibile.
“No Me Puedo Relajar” elimina quasi ogni distanza. È fisico, paranoico, post-hardcore fino al midollo, ma lascia che math-rock e progressive deformino continuamente il pavimento sotto i nostri piedi. Ti senti come se stessi camminando senza appigli. “El Reflejo” fa il contrario: rallenta, respira, lascia emergere pianoforte, basso e chitarre in un equilibrio quasi ipnotico.
“Mariposa” porta il jazz dentro la distorsione con una naturalezza sorprendente, mentre “Sancho Plagio” è una come correre contro una folla che ti prende a spallate: ritmi spezzati, dissonanze, synth psichedelici e una rabbia che sembra uscita direttamente dalla strada cilena. Qui l’identità della band diventa finalmente impossibile da confondere con la somma delle sue influenze.
E poi “Tulpa”. Il disco si spoglia. La malinconia diventa amore, forse reale, forse soltanto inventato per sopravvivere. Una presenza religiosa, onnipotente, ossessiva, un fantasma a cui aggrapparsi quando tutto il resto crolla. Musicalmente è il passaggio più morbido e, proprio per questo, uno dei più potenti.
“Morir Saltando” non è impeccabile ma è potentissimo. Gli Hesse Kassel non stanno cercando di mettere su nessuna “grande opera”, ed è per questo che il disco suona cosi accattivante anche per l’orecchio più delicato. Loro non sono più soltanto una band influenzata dal post-rock. Stanno costruendo un linguaggio (insieme agli Estoy Bien, Asia Menor, Teodioteodio e tutte le altre apprezzatissime uscite di quest’anno) sporco, tecnico, nervoso e profondamente cileno. Un linguaggio che non chiede di essere capito, ma sentito. ¿Cachái?
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21/09/2026