a cura di Ljós Berinn
Nella griglia spezzata di Crown Heights, dove i lampioni tremolano come memoria che vacilla, Standing On The Corner è stato evocato nel 2014 da Gio Escobar e Jack Nolan. Nati come Children of the Corner, hanno presto abbandonato quella pelle per diventare un’entità mutante: un Art Ensemble che respira jazz, hip-hop, spoken word e i fantasmi della radio statica. Escobar, newyorkese di sangue portoricano, tratta il suono come un rituale: un modo per evocare la diaspora, per lasciare che Melvin Van Peebles sussurri attraverso un nastro spezzato, per far frantumare e ricomporre le voci come cellule sotto un microscopio. La loro musica non è una canzone; è un luogo in cui si entra, una stanza dove le pareti sono fatte di frequenze e l’aria sa di desiderio.
Dopo la trasmissione omonima del 2016 e il ribollente “Red Burns” del 2017, il collettivo è andato alla deriva tra silenzi, ha prestato il suo DNA a Solange e Danny Brown, e ha intrecciato cerimonie strane come il Taino Needle Science Drone Acupuncture Program. Nel 2026 è arrivato “Standing on the Corner II” su XL Recordings: quindici tracce di teologia distorta e bellezza spettrale, con voci da Danny Brown a Sonia Sanchez. Un disco-mappa verso un territorio che si rifiuta di esistere, disegnata da chi non ha mai smesso di camminare. Escobar e i suoi compagni si muovono senza fretta, senza destinazione, senza chiedere permesso.
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