A quasi dieci anni dal loro debutto “Standing On The Corner” del 2016, il collettivo newyorkese guidato da Gio Escobar ci regala un’opera che è l’ibridazione incontrollata e incontrollabile di jazz deformato, soul psichedelico, experimental hip-hop, rock, plunderphonics, spoken word e semplice rumore, assemblati non attraverso una pura logica di genere ma secondo una pura logica di collisione. Questo secondo capitolo non costruisce quindi un mondo coerente, ma raccoglie i frammenti di un mondo in fiamme rendendoli musica.
L’apertura con “Will It Ever Be The Same?” è quasi una prova di resistenza. Organi agonizzanti, chitarre fuori asse, batterie lente e voci che sembrano provenire da un’altra dimensione onirica, costruiscono una liturgia totalmente apocalittica. A metà tra Mac DeMarco e la tradizione più sperimentale dei Fifty Foot Hose e degli United States Of America. Poi arrivano spari, sirene, interferenze e capisci che non è la musica a destabilizzarti ma quello che hai intorno.
Da questo momento in poi, il disco comincia a mutare continuamente, cambiando suoni, colori, umori, sempre in bilico tra sogno e incubo. Se “The Word” trasforma arpeggi jazz e beat sgranati in una specie di sogno LA beat music evaporato durante una calda notte estiva, “Man May Not Last” prende l’hip-hop e lo manda in crash dentro un flusso di campioni, rumori, mutazioni vocali e nenie inquietanti. “Evil Man 9”, invece, sprofonda nel soul psichedelico, mentre “Gimme My Gun” lo trascina dentro un organo gospel impazzito e chitarre garage con quel tocco in stile Residents. Ogni brano sembra ricordare qualcosa senza appartenere davvero a quel ricordo a cui ci rimanda.
Questa è la magia da cuffia degli Standing On The Corner: non citano la storia della musica ma la infestano.
Molto valida “Mr. Postman, Wait!” (uno dei singoli anticipatori dell’album), un brano che trasforma il pop romantico in un’allucinazione sentimentale, mentre “Roll Over Beethoven” (sì, anche qui una citazione ma soprattutto una strampalata cover alla Devo) diventa un frammento di cultura pop fatto a pezzi con un’accetta e ricomposto come un meme proveniente da un universo parallelo. Poi “Doesn’t Mean A Thing” porta tutto al punto di rottura: la violenza, l’assurdità politica, la perdita di qualsiasi misura morale vengono trasformate in una materia sonora super abrasiva, con quel grit vocale alla Mike Patton. Ma sotto questa superficie caotica c’è la sorpresa umana, “Secrets”, un passaggio che lascia filtrare una tenerezza quasi impossibile da prevedere. “How Deep Is The Sea?” (con Danny Brown) apre una parentesi stranamente festosa dentro l’apocalisse. E “Go 2 Sleep Pu$$y”, con le sue corde sospese e il tono funereo, chiude il viaggio come una preghiera pronunciata quando la festa è ormai finita.
Sessantaquattro minuti sono tanti quando ogni secondo vuole destabilizzarti, e questa tensione febbrile non è irresistibile per tutti, ma questo chiaramente non è un album con delle tempistiche contemporanee, è un’entità a sé.
Gli Standing On The Corner hanno costruito composizioni che sembrano provenire da un futuro già passato. Un collage di memoria, spiritualità, violenza, desiderio e cultura pop, registrato come se ogni frammento potesse esplodere da un momento all’altro e conficcarti una scheggia nel cervello.
Chiamarlo hypnagogic pop o sound collage (o addirittura psychedelic soul) significa solo indicare la porta d’ingresso. Il punto è che, una volta entrati, non c’è più una stanza precisa in cui stare ed è una sensazione a tutti gli effetti stupefacente.
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01/10/2026