Per la serie gli strani casi della vita:
Don Henley, batterista e cantante di una delle formazioni commercialmente più fortunate degli anni 70 (gli
Eagles) decide nel decennio successivo di sfornare canzoni in pieno
zeitgeist reaganiano. Un caso non certo unico ma abbastanza emblematico di intelligenza commerciale e di managerialità spinta al massimo livello nella valle allora ancora fiorente del
business musicale.
Dopo quasi due decenni interlocutori - i 90 e quasi tutto il primo decennio degli 00 - si torna a parlare di Don Henley (e della sua "The Boys Of Summer") come uno dei massimi ispiratori di una delle sbornie musicali più stranianti degli ultimi tempi: l'
hypnagogic pop, il pop ipnagogico. Ora, wikipedia alla mano, le allucinazioni o illusioni ipnagogiche vengono definite come "...esperienze intense e vivide che si verificano all'inizio di un periodo di sonno ...". E ancora nel declinare il fenomeno wiki ci dice: "Questa fase dura da qualche secondo a diversi minuti in cui alcuni o tutti i sensi, ma in particolar modo vista, udito e tatto, possono risultare coinvolti...". Tenete a mente quest'ultimo passaggio, ci torneremo in seguito.
Il fattaccio risale all'agosto di quest'anno. David Keenan, uno dei critici musicali più "influenti" in lingua inglese battezza questo nuovo pseudo-genere sulle pagine di "The Wire", scatenando in rete la solita ridda di riflessioni, critiche e recriminazioni. Per un Simon Reynolds che cerca di argomentare uno straccio di riflessione sull'articolo di Keenan, parte della
blogosfera discute tirando in ballo gli aspetti deteriori della definizione. Su un paio di pagine web alcuni utenti si spingono ad apostrofare l'
hypnagogic pop come il genere peggiore mai creato da un critico musicale.
Certo è che l'articolo del giornalista scozzese, forzatamente a tesi più che a tema, pur con tutti i difetti del caso reca un merito indiscutibile: quello di fornire una chiave di lettura su una serie di musiche da cameretta/scantinato sviluppatesi nell'
underground americano negli ultimi due anni. Musiche che si servono di suoni di derivazione
kosmische/new age, di colonne sonore di
blockbuster anni 80, e a cui nessuno era riuscito a dare un inquadramento critico. Osservare
noiser "integralisti" come James Ferraro degli Skaters cimentarsi con suoni crepuscolari è certamente l'indicatore di una cesura, di un modo diverso di approcciare le musiche inquadrabili nell'ambito della
New Weird America. E come? Cooptando suoni fino ad allora considerati poco meno che tabù.
David Keenan è riuscito a costruire una casa comune per una serie di formazioni anche piuttosto eterogenee. Per inciso, è proprio Keenan ad allentare la briglia del discorso quando inserisce nel medesimo calderone personaggi come
James Ferraro e gli
Oneohtrix Point Never, che soprattutto in "
Zones Without People" appaiono più vicini a formazioni come
Neon Indian e
Memory Tapes che allo stesso Ferraro.
Ma cos'è questo suono ipnagogico? E' il suono di un immaginario, anzi di più (o di meno), il suono che ricontestualizza il ricordo sfiligranato, sfibrato, appannato di un immaginario, dell'immaginario
eighties per l'appunto. Una musica che dà testimonianza di memorie, di ricordi di estati adolescenziali tra falò serali, tramonti infuocati e puntate di "Miami Vice" alla televisione. E in molti casi questi suoni così familiari e zuccherosi al contempo, risultano poco meno che irresistibili.
Tra gli ispiratori del suono ipnagogico vengono annoverati il già citato Don Henley, le colonne sonore di alcuni
blockbuster anni 80, come la new age di scuola Windham Hill.
Quindi non la semplice riesumazione calligrafica degli
eighties - processo che ha interessato la
nu wave anni 00 - ma qualcosa di diverso che tira in ballo il ricordo. Molte delle formazioni etichettabili come ipnagogiche sono formate da personaggi che non hanno vissuto in prima persona quella stagione.

Il primo elemento a saltare all'orecchio è proprio lo sdoganamento di certi suoni in contesti caratterizzati da una forte integrità o quantomeno da una riconoscibilità di genere piuttosto stringente. La musica
undergound, soprattutto americana, è vissuta per decenni sulla nascita e sullo sviluppo di comunità chiuse, settarie. L'hardcore, ad esempio, almeno nella sua fase iniziale, si strutturava su un sistema di codici riconoscibili e accettati.
E così la comunità weird, che certo non si regge su una struttura ideologica precisa, ma sicuramente su un sistema di riconoscibilità e di autolegittimazione interno abbastanza condiviso.
Allora c'è da chiedersi come mai queste comunità abbiano iniziato a sdoganare
Don Henley e la Windham Hill.
Possiamo fare delle ipotesi che tirino in ballo un cambiamento generale di clima, che già da diversi anni ha portato a scindere la musica dai luoghi dell'ideologia, e da alcuni
topoi che fino a poco tempo fa l'
intellighenzia rock riteneva includibili alla certificazione della qualità di una proposta. Non è un caso che proprio a partire dalla seconda metà degli anni 90 sia iniziato un graduale processo di revisionismo che ha portato alla rivalutazione di fenomeni - come la
Library Music, ad esempio - considerati deteriori da una certa
intellighenzia rock fortemente ideologizzata. Ciò, però non basta a spiegare le ragioni di questa ossessione per gli anni 80 - sviscerati in tutte le salse - che ormai dura da inizio decennio.
Gli
Eighties sono il decennio più vicino da ripescare (i 90 sono ancora troppo freschi). Certamente chi li ha vissuti da bambino oggi ha più strumenti per ravvivarne il ricordo. Basti pensare ai centinaia di siti web che trattano di quel periodo. E ancora, sicuramente quegli anni hanno rappresentato un periodo importante in termine evolutivi per la musica in generale, e quindi ricco di situazioni interessanti da cui trarre ispirazione.
Ma forse c'è di più. Negli anni 80 la pervicacia della comunicazione - l'estremizzazione dei codici comunicativi della pubblicità, ad esempio - ha condotto la società dello spettacolo teorizzata da Debord verso la sua deriva irreversibile, verso l'iperrealtà, verso la sostituzione definitiva degli oggetti con i loro simulacri comunicativi (oggi siamo oltre). Ciò ha sicuramente influito sui meccanismi di elaborazione del ricordo di un'intera generazione, e a maggior ragione di quelle successive, intrappolate in un immaginario perenne. E' negli anni 80, ad esempio, che si inizia ad applicare in modo massiccio la Star Strategy elaborata dal guru pubblicitario francese Jaques Seguelà. Una strategia di comunicazione che perdeva di mira il prodotto per focalizzarsi sulla spettacolarità della comunicazione, vista come esperienza sinestetica e totalizzante. Ecco allora i ricordi, l'illusione ipnagogica che "coinvolge tutti i sensi", per tornare alla definizione di Wikipedia.
Tornando invece alla musica in senso stretto, altro spunto di discussione potrebbe essere quello di capire se questo cosiddetto pop ipnagogico sia davvero l'ultimo travestimento di una fase di transizione ancora in essere, di un post-moderno musicale infinito che arriva a riciclare perfino gli
output di un riciclo precedente. Nel senso che tale processo pare essere davvero arrivato a un punto di non ritorno, anche se all'orizzonte non si scorgono ancora linguaggi forti.
Come dicevamo all'inizio, l'intuizione di Keenan è stata sicuramente illuminante nell'aver trovato un denominatore comune che sia riuscito a relazionare formazioni dalle sonorità eterogenee, che però trafficano con il medesimo immaginario. E il fatto che il buon critico scozzese sia proprietario di un
mail order dove spacci molta di questa roba è un elemento non secondario, ma che nulla toglie all'acutezza dell'intuizione.
Ma allora dove possiamo riscontrare le prime avvisaglie di questa nuova tendenza? Difficile dirlo, certo è che in quest'ottica non suonano peregrini gli ultimi dischi degli
Animal Collective, ad esempio, o l'esplosione degli
Mgmt l'anno passato. Anche se il progenitore del pop ipnagogico può essere non a torto considerato il primo
Ariel Pink. Persino i
Gala Drop potrebbero essere considerati ipnagogici, salvo un'interpretazione della materia musicale piuttosto rigorosa, che li porta ad abbeverarsi direttamente alle fonti. La band di Lisbona infatti ricontestualizza i suoni della musica cosmica anno 70, che insieme alla
Library Music è uno degli elementi fondanti del suono sintetico anni 80 a cui gli ipnagogici si relazionano. Ma allora cos'è questo
hypnagogic pop? E se fosse la deriva
indie della
New Weird America, come la new age di scuola Windham Hill e dintorni lo fu dell'elettronica
krauta e del chitarrismo folk-primitivista anni 60?
Con quest'interrogativo direi di terminare le riflessioni di contesto e di passare a parlare dei gruppi, premettendo che di formazioni del genere ve ne sono a decine, e che qui tratteremo in prevaLenza di quelle a cui abbiamo dato spazio nella sezione recensioni.
The Lopatin Family
Il personaggio che meglio incarna la deriva della musica
underground americana verso le diavolerie analogiche plastica e neon scintillanti, e gli aromi sintetici anni 80, è sicuramente
Daniel Lopatin. Coccolato dal
deus ex machina della New Weird America David Keenan, che ha eletto "
Zones Without People" "Tip Of The Tongue" di qualche mese fa, critico più o meno occasionale sulle pagine della
webzine underground Foxy Digitalis, Daniel Lopatin è un musicista che pare avere una vera e propria ossessione nostalgica. Le sue musiche sintetiche sono ammalianti e pregne di un
saudade romantica che riesce a fermarsi appena un attimo prima di scadere nel
kitsch. La creatura più affascinante partorita dalla mente di Lopatin si chiama
Oneohtrix Point Never, giunta con l'ultimo album, l'ottimo "Zones Without People" alla maturazione completa, o meglio, alla più vivida rivelazione di una visione rigorosa, che pare quasi ossessiva.
I dischi precedenti - soprattutto "A Pact Beetween Strangers" e "Young Beidnahga" - pur nella loro quasi estenuante riproposizione dell'immaginario ottantino, sapevano sporcarsi di rumorismi devianti. Anzi "A Pact Beetween Strangers", soprattutto, a tratti sembra addirittura paventare derive verso un rumore analogico che per strani cortocircuiti di influenze e discendenze rimanda agli Early Gurus Of Electronic Music.
"Zones Without People" è invece un
jukebox drogato di rigurgiti sonori dai mille sapori, di scintillanze drogate e malinconiche brezze sintetiche. Talvolta epico, a tratti sulfureo, ma nel complesso straniante nella sua zuccherosa trascendenza, questo suono è uno dei frutti più maturi dell'ondata ipnagogica. Un suono in punta di synth, che nonostante un'apparente piattezza, riesce a veicolare un marea di sensazioni nostalgiche. Basta immergersi nell'ascolto per viaggiare con la mente tra i ricordi di un
Frank Zappa ospite in una puntata di "Miami Vice" (ascoltatevi la
soundtrack di quella scena...), di un Michael Hedges che suona nella foresta la bellissima "Aerial Boundaries", e pensate voi al resto.
L'ossessione ipnagogica di Lopatin si perpetua nel progetto
Skyramps, messo su con
Mark McGuire degli
Emeralds, anch'egli ipnotizzato dall'immaginario
eighties, nei suoi dischi solisti più che nel gruppo madre, la cui grana sonora tradisce ambizioni alte.
Gli Skyramps sono una versione retrofuturista degli Oneohtrix Point Never. Tra echi di
Vangelis e degli
Alan Parsons Project, qui il suono si fa epico, possente, dandosi in una vesta estremamente sferzante più che nostalgica e consolatoria. Un solo album finora all'attivo, "
Days Of Thunder", la cui traccia finale - la splendida "Last Time I Saw You" - riesce a recuperare un afflato di malinconia dopo tre assalti sonori che rimandano alla
soundtrack straniante dell'"Alien" di
Ridley Scott.
Altro progetto di Lopatin sono gli
Infinity Window. Nel sulfureo "
Artificial Midnight" il musicista del Massachusetts si discosta dal recupero ipnagogico degli anni Ottanta, ricontestualizzando in ambito
drone la musica cosmica di Cluster e
Tangerine Dream. Le tre tracce dell'album prefigurano un viaggio interstellare vecchia maniera, che però, per via di rumori difficilmente identificabili e di una produzione (parecchio) in bassa fedeltà, si presenta come una camminata sonnambula in una discarica di rifiuti tossici.
A metà tra il primo Ariel Pink, gli ultimi Animal Collective e gli Oneohtrix Point Never si situano gli
Universal Studio Florida, duo formato da Jason Baxter e Kyle Hargus. Un paio di uscite all'attivo, l'Ep omonimo e soprattutto l'ipnotizzante "Ocean Sunbirds", che riesce a mischiare nostalgie
eighties e tribalismi da foresta pluviale. Da seguire con attenzione.
Nite Jewel
Lunatiche Contorsioni
Lei ha stile. Lei è
italo-disco sintetizzata sotto il sole caldo di Los Angeles. Una metastasi di incroci e di suoni che passa attraverso i colori dei tasti di un synth abbandonato sotto le scale e rispolverato come un vecchio fucile. Ramona Gonzales, in arte
Nite Jewel, compone musica elettronica, allestisce scenografie futuristiche e proietta video multimediali lungo le spiagge della West Coast. La sua è musica che pompa e seduce ancorandosi a robotici anagrammi elettronici, misti a un innato senso di perdizione temporale. Il dado è tratto mediante un'elegante trasfigurazione pop,
zigzagata in una lenta catarsi di gemiti soffocati, sospinti in gran parte da un battito plasticoso, urticante. A dettar legge è la solita tastierona Casio, mentre una ritmica frastagliata e un canto lontanissimo, imperscrutabile nel suo fluire stralunato, delineano pian piano i contorni e le varie zone d'ombra. Di ipnagogico c'è ben poco, anche se l'attitudine nel formulare melodie annebbiate avvolte in una poco definita andatura inducono talvolta a un ipotetico punto di contatto. Piuttosto, la Gonzales cerca di orientarsi verso ritmiche retrò dense di venature italo-disco e fluorescenze sintetiche degne dei migliori
jukebox di Rimini, condendole di atmosfere
dreamy, rarefazioni acidissime e improvvisi squarci di puro candore voltaico ("What Did He Say").
Negli States è stato definito "poppy balearic disco". Del resto, "Lover" è un'
hyper ballad esotica che poggia le sue leve su un giro di note in odore di salsedine. Inoltre, diverse fasi melodiche richiamano persino le nostalgiche modulazioni targate Ernest Greene (
Washed Out). "Good Evening" è tutto un
tran tran di roboanti battiti elettrici in eco ("Weak For Me"), di sinapsi artificiali contornate da nenie lunari ("Bottom Rung").
Un esordio fulminante, sorretto da un'attitudine compositiva originalissima che ha generato molte attenzioni al di là dell'Atlantico. Da non perdere.
Gary War
In vacanza nell'iperspazio
Greg Dalton (New York City),
aka Gary War, è sicuramente tra i più strampalati dei produttori
glo-fi in circolazione. L'effetto
flanger al basso e alle chitarre modella l‘ossatura di un suono costantemente nevrotico. Due dischi all'attivo, "New Raytheonport" (2008) e "Horribles Parade" (2009), diversissimi nell'approccio, nei suoni e nell'intento compositivo, a spiazzare l'intera platea di feticisti
weird insaziabili, sparsi un po' ovunque nel pianeta.
L'esordio è una raccolta di frammenti psichedelici
spacey, coordinati da una propensione
barrettiana al canto ("Please Don't Die"). War proietta la sua anima in groviglio surrealistico di partiture tossiche, di conati sintetici e vocalizzi perennemente scanzonati. E' il canto deturpato, paradossalmente stiloso ma al tempo stesso distorto, proto-punk, di un nuovo paladino
glam ("Obscure Preferences"). E' il delirio strozzato di un predatore cibernetico ("Cyclops Eye"), di un giocoliere stanco del solito circo. "New Raytheonport" non dà punti di riferimento. Le canzoni (?) ("Healthy Living" e "Grown In Shell" su tutte) possono apparire tanto geniali, quanto dei malsani bozzetti di psichedelia pop marcita da un pezzo. Ascoltare le frattaglie siderali di Gary War è un po' come giocare a mosca cieca con dei fantasmi.
Verso ben altri lidi poggia la seconda fatica del musicista newyorkese, "Horribles Parade". L'album è ancora più frastagliato, mutante e non ha collanti specifici. E' un volo astratto privo di riferimenti, a suo modo curioso e finanche ammaliante. In tal senso, "No Payoff" potrebbe racchiudere le papabili soluzioni/involuzioni (!) future. Sembra di ascoltare gli amatissimi Add N to (X) spediti ancora più distanti dall'orbita terrestre. Non c'è l'approccio pop (?) degli esordi, e mancano in gran parte quei cazzeggi evocativi filo synth-pop tesi ad alleggerire la matassa. Una soluzione d'intenti capace di incuriosire, nonostante la sua parziale "volatilità". In "Horribles Parade" War vola come una farfalla libera nello spazio post-moderno glo-fi denso di
fuzz, feedback siderali e
drum machine kubrickiane. Un adorabile smacco.
Memory Tapes/Memory Cassette
Estatica Lounge
Dayve Hawk,
aka Memory Tapes è un insolito
nerd americano (guarda un po') che gioca con il synth come un bimbo alle prese con la sua prima pista radiocomandata. La sua arte è di comporre melodie andando a pescare le cose più semplici dell'immaginario
elettro-pop, ovviamente anni Ottanta, con una creatività e una visionarietà elettronica al di sopra della norma. Aggiungeteci una concettuale propensione verso l'analisi della memoria infantile rielaborata nella gestione "scenica" di una strumentazione casereccia, e avrete un'idea alquanto sommaria di
"Seek Magic", prima fatica sulla lunga distanza di questo giovanotto del New Jersey, dopo tutta una serie di cassettine e cd-r già oggetto di culto in rete. Siamo dalle parti del
downtempo (non abbiate paura) più fantasioso, dell'
art-pop più fanciulla e del francesismo elettronico più ricercato. Sia chiaro fin da ora: nulla a che vedere con giacchettine e cravattine da aperitivo, la dimensione ideale non supera la propria, comodissima cameretta.
E' musica che riappacifica lo spirito, che consola i sensi, sospinta da un tambureggiare timidamente trionfale, condita da un
beat circolare e sfumato dalle tastierine accecanti (figlie adottive del synth-pop) ora artificiose in coda, ora proiettate in zona d'ombra. "Seek Magic" è senza dubbio una delle migliori produzioni
glo-fi filo-
downtempo in circolazione. Un vero toccasana.
Vira in direzioni semi-parallele l'altro progetto di Hawk,
Memory Cassette, dove è un
lounge pop quasi sempre celestiale e armonioso, contornato da vocalizzi femminei, a dominare la scena. All'attivo due Ep, "Rewind While Sleeply" e "Call & Response", entrambi del 2009, strutturati alla stessa maniera, tranquillamente sintetizzabili in un'unica opera, vista l'attitudine stilistica e le idee poste sul tavolo.
"Call & Response" presenta pause ambient e giochini al
laptop che mostrano in gran parte il lato più visionario del nostro, intuibili negli anestetici
stop and go di "Body In The Water". Così come in "Asleep At The Party" basta chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dal ritmo estatico per fuggire virtualmente dalla realtà, immersi in un party luminosissimo di gioviali pulsazioni. Le movenze cristalline di "Last One Awake" stendono e rilassano ulteriormente, prima di essere definitivamente soggiogati da impercettibili risatine e lisergiche rarefazioni
lounge.
Ad aprire "Rewind While Sleeply" sono due cavalcatine soffuse dense di escandescenza
chill-out.
Climax dreamy, impalpabili tastierine e vortici sintetici in rotazione celestiale scandiscono "Ghost In The Boombox". Mentre a chiudere questa seconda breve parentesi targata "Memory Cassette" è l'inafferrabile "Surfin", gemma elettro-floreale che farebbe invidia ai migliori Maxwell Implosion e agli
Air meno matematici. Una perla posta curiosamente in apertura del precedente "Call & Response", a conferma dell'indissolubilità dei due lavori.
Neon Indian/Vega
Un déjà vu al videogame
Alan Palomo (Austin, Texas) è l'"ipnagogo" pop che si nasconde dietro il
moniker Neon Indian, progetto musicale sorretto visivamente dall'arte creativa di Alicia Scardetta, video-artista di Brooklyn.
Il primo disco del
videogamer di Austin, "
Psychic Chasms" è tutta una festa di manipolazioni giocattolo, di pattume
dancey, di
sample stellari e di registrazioni Sega (!). Non a caso, il progetto parallelo di Palomo, denominato "Vega", prende spunto dalla celeberrima azienda giapponese. Un'idolatria che trova origine nella primissima adolescenza e che devasta ancora oggi la fantasia del giovane manipolatore texano. In tal senso, le tastierine
spacey di "Mind, Drips" riconducono alle vibrazioni magnetiche dei primi giochi olografici. Gradualmente, vengono estratti motivetti gommosi, incastonati a meraviglia da un
beat solare, luminosissimo.
L'evoluzione fantasmagorica di "Deadbeat Summer" punta dritto al cuore: ritmica sfasata, groviglio di pullulazioni synth-pop atrofizzate, bassi smorzati. "Laughing Gas" va ancora oltre, prendendosi gioco di tutto e tutti con le sue risatine infantili e quel suo andazzo orgogliosamente birichino. "6669" richiama gli
Underworld più morbidi, magari messi a suonare in uno scantinato e privati della proverbiale pignoleria produttiva. In coda, il cataclisma dance-rock di "Ephemeral Artery" farebbe invidia al Guy Manuel De Homem-Christo produttore e sancisce di fatto le potenzialità ancora nascoste di questo brillante contorsionista elettronico. "Psychic Chasms" è un lampo di luce accecante nell'universo ipnagogico.
Spiagge assolate, bikini e onde ipnagogiche caratterizzano il substrato dance fantasticato da Palomo nel suo progetto parallelo, denominato semplicemente
Vega, in onore, niente poco di meno che, della celebre azienda di
videogame giapponese Sega. "Well Know Pleasure" racchiude quattro tracce di synth-pop cazzuto e orgogliosamente tamarro. L'enfasi solare dell'introduttiva
title track è da preludio agli squarci
space-house della successiva "No Reasons", la quale sembra uscita da un vecchio disco di David Morales. Peccato che le restanti due versioni di "All To Vivid" siano nettamente inferiori al binomio introduttivo, risultando un tantino insipide e fin troppo "coatte".
Ducktails
Sbandate Hawaiane 
E sempre dal New Jersey, Matthew Mondanile, in arte
Ducktails, già noto con i Predator Vision, i Real Estate o in coppia con Ben Daly nei Traum Ecke, chiude il cerchio di sperimentatori psicotici dediti a un'insolita trance tropicale in salsa
weird. Messa da parte l'acerbità degli esordi, tra cassettine e uscite sconclusionate, è in "Backyard" che il nostro comincia a fare sul serio, raggruppando in un sol colpo tutto il suo teatrino di inclassificabili stratificazioni pseudo-acustiche, inscenate con assoluto dadaismo e un'inqualificabile propensione verso ambientazioni
freak e giochini
spacey. Trattasi, se non altro, di brevi bozzetti atonali e stonature sparse. Composizioni ("Vanaselian") che ostentano allusioni pop, deviazioni siderurgiche in trascendenza cosmica ("Why I Am Here") tese a decifrare un senso di smarrimento e perdizione.
E' una fiera di cataclismi distorti no-sense ("Extending Self"), di sgangherate divagazioni lisergiche ("Chill Jam"). Ancora del tutto indefinibile, il suono prodotto da Mondaline è qualcosa che non giace tra la veglia e il sonno, piuttosto rappresenta un vuoto della memoria sognante, una non precisata immagine che ondeggia tra i pensieri del mattino, sbiadita di scatto nel primo caffè.
Ben altra considerazione merita il successivo "Landscapes", attraverso il quale Ducktails attiva un meccanismo asimmetrico di rarefazioni
psych poste in una cartolina hawaiana. Difatti, è sull'arcipelago dell'Oceano Pacifico che il nostro trasferisce le sue immaginazioni compositive, gigioneggiando in un garage rock siderale ("Landrunner"), o ipotizzando nella peggiore delle ipotesi un
groove sbilenco, ubriaco ("Welcome Home").
Il risultato è a tratti poco convincente, e sembra quasi che al buon Matthew manchi qualche idea e una certa forza nella stesura dei pezzi (?). Ad ogni modo, il futuro potrebbe regalarci qualcosa di più sostanzioso e meno smembrato.