Prima o poi capita di doversi confrontare con il passato, di passare in rassegna i tanti errori e le poche soddisfazioni di una vita, ma il prezzo da pagare è notevole, soprattutto quando tutto ciò avviene con l’amara consapevolezza della maturità e del presente. È pertanto non facile cogliere l’ingente carico emotivo che Marc Almond ha affrontato nel portare a termine quest’ultimo capitolo sotto il nome Soft Cell.
Che il viaggio nei ricordi di Dave Ball e Marc Almond intrapreso prima con il piacevole “Cruelty Without Beauty” nel 2002, e poi ripristinato vent’anni dopo con il discontinuo “Happiness Not Included”, non avesse nulla da spartire con il trittico degli anni d’oro della band è stato subito evidente.
La nostalgia è canaglia, ma ancor più complesso è riuscire a districarsi tra rimorsi e rimpianti. Questa celebrazione, non prevista, dei tempi che furono e dell’amico ormai scomparso Dave Ball offre alcuni spunti dal tono deciso e invitante: per quanto filtrata da diavolerie elettroniche, la voce di Marc Almond è decisamente più sul pezzo rispetto al precedente album.
Dopo l’interessante introduzione di “Elusive”, la title track mette in fila tutte le icone reali e virtuali di un’epoca ormai irripetibile, dove la trasgressione non era funzionale alle esigenze del pubblico ma frutto di una voglia di confrontarsi e osare. Il dance groove è saturo al punto giusto e le immagini evocate ripercorrono l’evoluzione dell’edonismo sfrenato di un’era consegnata alla storia.
Pur partendo con il piede giusto – sono infatti piacevoli le leggiadrie dance di “The Space Inside” e “Times Square” – la sensazione prevalente è che il terzo e ultimo comeback album dei Soft Cell, “Danceteria”, non offra sufficienti spunti creativi ai quali affidarsi. È più il contesto a stimolare l’attenzione per un disco che in altre circostanze avremmo liquidato come retrò e dignitoso.
Le luci al neon, i peep show e le notti trascorse in infimi club tornano al centro della scena, ma in “Danceteria”, più che la trasgressione che animava “Non Stop Erotic Cabaret”, emerge un’attitudine commemorativa che predilige l’edonismo estetico alle malsane atmosfere degli eighties.
È encomiabile la volontà di Marc Almond di voler onorare la memoria dell’amico Dave Ball, morto poco prima che l’album fosse completato. Diventa così facile perdonare il ricorso all’auto-tune per rinverdire la voce e adattarla alle trame synth pop del progetto, una scelta che in alcuni frangenti è come una spada di Damocle, pronta a smorzare le intuizioni migliori del disco, come la viscerale e malsana “What Is Your Morality” o la deriva disco del miglior refrain dell’album, “Wave To America”. Mai come in questo caso i testi assumono un particolare rilievo.
Marc Almond racconta di prostitute, di trans agli angoli bui delle strade, di fetish, di abiti di pelle nera, in un susseguirsi di riflessioni su emarginazione e accettazione che ha già magistralmente descritto anche nei tanti album solisti e negli splendidi progetti a nome Marc & The Mambas.
A questo punto diventa facile perdonare le pagine meno riuscite di “Danceteria”. Senza dubbio il brano dei Was (Not Was) “Out Come The Freaks” (con il controcanto di Nona Hendryx) meritava una più grintosa rilettura; brani come “Crackland” e “In Heaven (When I Dance With You)” sono più che superflui, quasi imbarazzanti, e anche l’unica oasi romantica, “The Rainbow Room”, è alla fine debole.
Con “Danceteria” anche il nome dei Soft Cell viene definitivamente archiviato nella memoria. È un ultimo capitolo dignitoso e interessante più per i testi che per le intuizioni musicali, decisamente retrò e a tratti gradevole, ma non sufficiente a creare quel meraviglioso cortocircuito che il duo consegnò alla storia con tre piccoli gioielli synth pop.
Ben vengano, dunque, le celebrazioni e i tributi per due musicisti di nobile lignaggio, ma non si parli di capolavoro finale: qui l’unica vera meraviglia è l’autenticità di un racconto che suscita tuttora ammirazione.
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01/10/2026