KRISTIN HERSH - Sugar On Blackstone

2026 (Fire records)
alt-rock, songwriter

A volte per tornare a casa basta percorrere la stessa strada. Kristin Hersh lo fa per la terza volta, tornando a vivere in Hope Street, a Providence, la città della sua infanzia. Ma i luoghi, nella scrittura della songwriter di Atlanta, non sono mai semplicemente luoghi: sono depositi di memoria, punti di passaggio attraverso i quali il passato torna improvvisamente a farsi presente. Era già così in “Wyatt At The Coyote Palace“, dove luoghi amati dal figlio e ricordi entravano direttamente nella materia delle canzoni, e lo è anche in “Sugar On Blackstone”, un disco profondamente legato alla sua vita.

Questa volta lungo quelle strade ci sono persone perdute, amicizie, famiglia, ricordi d’infanzia e una città che continua a cambiare insieme a lei. La Hersh non racconta semplicemente ciò che vede: lascia che ciò che la circonda riaffiori nelle canzoni. Il risultato è un rock personale e asciutto, capace di muoversi tra momenti più raccolti, aperture improvvise e una sottile inquietudine che spesso rimane sottotraccia ma è sempre nascosta da qualche parte, pronta a esplodere.
La formula sonora non cambia molto rispetto ai precedenti lavori solisti, ma riesce ancora a colpire per freschezza. Kristin Hersh alterna da sempre i dischi a proprio nome al lavoro con le sue due formazioni, Throwing Muses e 50 Foot Wave, e “Sugar On Blackstone” si inserisce in maniera naturale in questo percorso. A raggiungerla in studio sono due musicisti che appartengono proprio a quel mondo: Pete Harvey, già coinvolto nel ritorno dei Throwing Muses con “Moonlight Concessions” nel 2025, e Rob Ahlers, batterista dei 50 Foot Wave.

È una musica costruita più sul violoncello di Pete Harvey che sulla batteria di Rob Ahlers, con il classico stile di chitarra di Kristin a tenere insieme un impianto apparentemente semplice. Poche cose sul tavolo, ma disposte con grande precisione: basta una pennata, l’ingresso della batteria o il movimento del violoncello per modificare completamente la temperatura di una canzone.
L’iniziale “Dark Eyed Junco” prepara la strada con la chitarra prima che l’incedere della batteria dia maggiore corpo alla canzone. È un’apertura misurata, già attraversata da quella sensazione di irrequietezza che tornerà più volte nel corso dell’album. “Ticking” e “Pink Nightgowns” rallentano invece il passo, immergendosi in una stasi psichedelica e riflessiva, talvolta cupa, dove le canzoni sembrano perdere progressivamente i loro contorni.

“Moths” torna su territori più tesi e scuri, mentre “’72 Stingrays” si muove in una dimensione psichedelica e raccolta, raccontando di quelle macchine (le Stingrays del 1972) che sfrecciavano davanti al parco di fronte al suo appartamento di Providence, prima inondato dal sole e poi sepolto dalla neve. In “Sundial” il rock di Kristin si fa più contorto e ipnotico, quasi sospeso, con voce, chitarra e archi a costruire lentamente il proprio paesaggio che, muovendosi lentamente ma inesorabilmente, trova forza proprio nella vulnerabilità.
“101 Run”, uno dei singoli estratti dall’album, apre uno squarcio più arioso. La canzone cresce progressivamente, quasi impercettibilmente, acquistando intensità con il passare dei secondi fino ad assumere un respiro più ampio. È una delle aperture più riuscite del disco, capace di cambiare prospettiva senza spezzarne l’equilibrio.

“Silver Beach” torna a un approccio più asciutto, impreziosito dal violoncello di Pete Harvey, mentre “Snow White Lies” apre ulteriormente il quadro con una splendida ballata per chitarra e violoncello. Qui la batteria interviene a dare ulteriore spinta energetica, trasformando la delicatezza iniziale in qualcosa di più aperto e luminoso. E poi c’è “Dom In Orange”, uno dei momenti più intensi del disco. Ancora una ballata costruita intorno a chitarra e violoncello, ma con un peso emotivo particolare. La canzone nasce dal ricordo di Dom, un suo carissimo amico ucciso proprio a due passi da casa a soli 38 anni, e dalla sua improvvisa assenza. Hersh racconta i suoi figli, il funerale, le passeggiate lungo Blackstone Park e quel senso di smarrimento che rimane quando una vita viene interrotta brutalmente. La musica, però, non cerca di sottolineare il dolore: lo lascia respirare dentro un arrangiamento essenziale. È forse qui che “Sugar On Blackstone” trova il suo punto di equilibrio. La vulnerabilità non viene trasformata in una dichiarazione, né caricata di enfasi: rimane dentro le canzoni, nella voce, nelle chitarre e soprattutto nel dialogo con il violoncello. Anche quando l’artista si mostra più fragile, la scrittura conserva una notevole solidità. “Samson” chiude il disco con pennate di chitarra intense e tese, riportando in primo piano quella vena inquieta che attraversa a tratti l’intero album. È un finale che conferma la qualità della composizione e quel senso di malessere che, anche nei momenti apparentemente più quieti, continua ad aleggiare.

“Sugar On Blackstone” non aggiunge una nuova Kristin Hersh alla lunga storia della sua carriera. Non ce n’è bisogno. La sua formula rimane riconoscibile, ma continua a trovare nuova linfa nella vita che la circonda: nei ricordi, nelle persone amate e in quelle perdute. È il modo in cui la songwriter torna ancora una volta a casa, senza che se ne sia davvero andata.

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03/10/2026

Tracklist

  1. 1. Dark Eyed Junco
  2. 2. Moths
  3. 3. Ticking
  4. 4. Silver Beach
  5. 5. Pink Nightgowns
  6. 6. 101 Run
  7. 7. Sundial
  8. 8. Snow White Lies
  9. 9. Dom In Orange
  10. 10. '72 Stingray
  11. 11. Samson