Il triangolo no, non l’avevano considerato. E nemmeno lo sperimentarono, almeno nell’accezione “zeriana” del termine. Ma di certo tra Pattie Boyd, George Harrison ed Eric Clapton fin dall’inizio cominciò a circolare un’elettricità sospetta. Un intreccio di amore, amicizia, gelosia e tradimenti che ha attraversato gli anni d’oro della Swinging London, lasciando tracce profonde anche nella produzione musicale dei protagonisti. Al punto da divenire una delle più leggendarie e tormentate love-story del rock.
A ricostruirne le vicende è ora il giornalista Riccardo Russino in “Il triangolo rock”, volume pubblicato da Il Castello nella collana Chinaski.

Il merito dell’operazione è anzitutto quello di affrontare una storia apparentemente consumata da decenni di aneddoti, biografie e ricostruzioni scandalistiche da rotocalco, cercando di restituirle una dimensione più articolata. Perché dietro la rivalità amorosa tra due dei più grandi chitarristi della loro generazione si nasconde un universo di rapporti personali e professionali, aspirazioni spirituali, dipendenze e contraddizioni, sullo sfondo di un’epoca in cui la musica popolare stava trasformando radicalmente il costume e la società occidentale.
Al centro del racconto c’è naturalmente lei, Patricia Anne Boyd, detta Pattie, troppo spesso relegata al ruolo di musa contesa tra due rockstar. Nata nel 1944, modella affermatasi nella Londra degli anni Sessanta, Pattie Boyd incarna l’estetica e le trasformazioni culturali della Swinging London. Il suo ingresso nell’universo dei Beatles avviene nel 1964, quando partecipa alle riprese di “A Hard Day’s Night”, il primo film dei Fab Four. Sul set incontra George Harrison: è l’inizio di una relazione che porterà al matrimonio nel gennaio 1966 e la proietterà nel cuore della Beatlemania.
Russino segue il percorso di Boyd fin dall’infanzia, soffermandosi sulla carriera nella moda, sull’improvvisa esposizione mediatica e sulle difficoltà di conservare una propria identità all’interno di un ambiente dominato da personalità maschili ingombranti. È una prospettiva importante per comprendere come la protagonista della vicenda non sia semplicemente l’oggetto del desiderio di due musicisti, ma una figura che attraversa in prima persona le trasformazioni della condizione femminile, tra emancipazione e persistenti condizionamenti sociali.
Il rapporto tra Harrison e Clapton costituisce l’altro grande asse narrativo del libro. I due condividono una profonda ammirazione reciproca, una sensibilità musicale affine e un’amicizia destinata a sopravvivere persino alla più dolorosa delle prove. L’episodio emblematico risale al 1968, quando Harrison invita Clapton a partecipare alle registrazioni di “While My Guitar Gently Weeps“, uno dei capolavori del “White Album” dei Beatles. L’assolo del chitarrista dei Cream diventa uno dei momenti più memorabili del disco, oltre che la testimonianza di una collaborazione capace di superare le consuete rivalità artistiche.
Ma proprio Clapton, nel frattempo, si innamora perdutamente della moglie dell’amico. Un sentimento inizialmente non corrisposto, che si trasforma progressivamente in un’ossessione e trova nella musica la sua espressione più celebre. “Layla”, pubblicata nel 1970 dai Derek And The Dominos nell’album “Layla And Other Assorted Love Songs”, nasce da questa passione tormentata, alimentata anche dalla lettura della storia persiana di Layla e Majnun, gli amanti separati da un destino avverso. Il brano, con il suo celeberrimo riff e la lunga coda pianistica, resta una delle più potenti rappresentazioni musicali dell’amore impossibile.
Anche Harrison aveva già consegnato alla storia una delle sue composizioni più romantiche, “Something”, pubblicata dai Beatles nel 1969 su “Abbey Road” e tradizionalmente associata alla figura di Pattie Boyd, sebbene lo stesso autore abbia fornito nel tempo spiegazioni divergenti sulla sua ispirazione. Il triangolo sentimentale finisce così per riflettersi in alcune delle pagine più significative della canzone rock, nelle quali le vicende private si trasformano in patrimonio emotivo collettivo.
La relazione tra Boyd e Harrison si deteriora progressivamente, tra infedeltà e distanze emotive, con il chitarrista dei Beatles sempre più assorbito dai suoi interessi spirituali. Pattie lascia George nel 1974 e inizia una nuova vita accanto a Clapton, che sposerà nel 1979. Anche questo secondo matrimonio, tuttavia, si rivelerà tutt’altro che idilliaco, finendo segnato dall’alcolismo dell’ex-Cream, dalle sue infedeltà e da una relazione sempre più difficile. A Boyd è legata anche “Wonderful Tonight”, composta da Clapton nel 1976 e pubblicata l’anno successivo su “Slowhand”: una ballata dall’apparente serenità domestica, quasi in contrasto con le tensioni che attraversavano la vita privata della coppia.
Uno degli aspetti più interessanti della ricostruzione di Russino riguarda proprio la sopravvivenza dell’amicizia tra Harrison e Clapton. Ciò che avrebbe potuto determinare una rottura irreparabile non impedisce ai due musicisti di continuare a frequentarsi e collaborare. Il loro rapporto attraversa decenni di successi, crisi personali e percorsi artistici differenti, fino alla morte di Harrison, avvenuta nel novembre 2001. L’anno successivo Clapton assume un ruolo centrale nell’organizzazione del “Concert for George”, il grande tributo alla Royal Albert Hall di Londra, al quale partecipano, tra gli altri, Paul McCartney, Ringo Starr, Jeff Lynne e Billy Preston. Un ultimo, commovente capitolo di un’amicizia che aveva resistito anche alle ferite più profonde.
Il volume non si limita però a ripercorrere la cronologia degli eventi. Attraverso le biografie dei protagonisti, restituisce uno spaccato della cultura britannica degli anni Sessanta e Settanta, dalla rivoluzione della moda alla diffusione delle filosofie orientali, dall’esplosione della Beatlemania agli eccessi dello star system. Amore e creatività, successo e autodistruzione, ricerca spirituale e dipendenze si intrecciano costantemente, svelando quanto fosse sottile il confine tra libertà individuale e nuove forme di dipendenza e prigionia personale.
A completare la ricostruzione interviene la sezione “Extra Texture”, il cui titolo richiama significativamente l’album pubblicato da Harrison nel 1975. Qui Russino approfondisce aspetti meno noti della storia dei due chitarristi, a cominciare da Friar Park, la monumentale residenza acquistata da Harrison nel 1970 a Henley-on-Thames, destinata a diventare uno dei luoghi simbolici della sua vita privata e della sua attività musicale. Un ulteriore spazio viene dedicato alle collaborazioni tra Harrison e Clapton, ricostruendo le occasioni in cui le loro strade artistiche si sono incrociate negli studi di registrazione e sui palcoscenici.
Particolarmente significativo, sul piano documentario, è il ricorso a due interviste realizzate dallo stesso Russino con Pattie Boyd. Accanto ad autobiografie, testimonianze e materiali d’archivio, questi contributi offrono al volume un elemento di originalità e permettono di valorizzare il punto di vista della donna attorno alla quale si è sviluppata l’intera vicenda. Una scelta importante, soprattutto considerando quanto a lungo il racconto pubblico del triangolo sia stato condizionato dalla notorietà dei due musicisti.
“Il triangolo rock” si propone dunque come qualcosa di più di una biografia sentimentale a tre voci. Il suo interesse risiede soprattutto nella possibilità di leggere, attraverso una vicenda privata eccezionale, alcune delle tensioni fondamentali della cultura rock: il conflitto tra amicizia e desiderio, la distanza tra immagine pubblica e fragilità individuale, la capacità dell’arte di trasformare esperienze dolorose in opere destinate a sopravvivere ai loro autori.
Il rischio, affrontando una materia tanto nota, poteva essere quello di indulgere nel pettegolezzo o di ridurre Pattie Boyd alla semplice funzione di ispiratrice di canzoni immortali. L’impostazione biografica e documentaria scelta da Russino, almeno per quanto emerge dai contenuti presentati, indica invece la volontà di allargare lo sguardo, collocando i rapporti tra i protagonisti all’interno di un contesto storico e culturale più vasto. Il valore aggiunto è rappresentato proprio dalle testimonianze dirette di Boyd e dall’attenzione riservata a un’amicizia, quella tra George Harrison ed Eric Clapton, che si è rivelata molto più resistente di quanto le convenzioni sentimentali avrebbero lasciato immaginare. Ne emerge il ritratto di tre personalità diversissime, accomunate da una stagione irripetibile della musica popolare e legate da sentimenti spesso contraddittori. Una storia in cui non esistono vincitori e vinti, e nella quale le canzoni raccontano soltanto una parte della verità. Il resto appartiene alle vite di chi le ha scritte, ispirate e vissute.
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09/10/2026