Dalla metà del 2025 il mondo ha cominciato a correre velocissimo per Sophia Stel. La pubblicazione dell’Ep “How To Win At Solitaire” è stata la miccia per far decollare il primo mini tour europeo, lo scorso autunno, inaugurato dalla partecipazione al Pitchfork Festival di Parigi. Nel 2026, in rapida sequenza, sono poi arrivati un featuring nel brano che ha aperto il ritorno discografico di John Beltran/Placid Angles, “I Want What I Want”, un altro featuring in “Just Want”, traccia contenuta nell’esordio firmato Person, un’interessante collaborazione con il producer SEESOOOOO, “Nemo”, una nuova versione dell’indie-hit “I’ll Take It” condivisa con Mura Masa, più altri lavori completati con Tommy Genesis e Cecile Believe per il re-working di materiale già edito, confluito nella deluxe edition di “How To Win At Solitaire”, divenuto così un vero e proprio album.
La fan base di Sophia Stel continua a crescere, così come l’attesa per la pubblicazione di quello che per molti rappresenta il suo vero esordio, il primo progetto nel quale confluiscono un numero tale di inediti (dodici) da farlo considerare qualcosa di più strutturato, complesso, stratificato di quanto realizzato finora dalla cantautrice -producer di Vancouver. Pubblicato dall’etichetta di culto A24, forte di un titolo ironicamente pretenzioso, “The Greatest Album Of All Time” rappresenta il manifesto di un’artista della Gen Z immortalata proprio nel momento in cui sta completando il passaggio da una ristretta nicchia a una popolarità reale e immediata, con la quale sta già iniziando a fare i conti. Sophia ha elaborato le nuove canzoni partendo dalla propria stanza, con un laptop e poco altro, muovendosi nell’ambito di un pop elettronico felpato e notturno, alla costante ricerca di un equilibrio tra l’arroganza dichiarata nei titoli e nei testi e la soffusa intimità dettata dalla (auto-)produzione. Attitudine provocatoria, testi sfrontati, cadenze distaccate e una sicurezza disarmante, ma dietro l’atteggiamento da “popstar in ascesa” emerge una costante sensazione di fragilità, smarrimento, ansia.
La giovane songwriter canadese in “The Greatest Album Of All Time” racconta disagi, angosce e complicazioni che accompagnano un’artista in via d’affermazione, utilizzando l’auto-tune come uno strumento emotivo: attraverso l’uso del pitch-shifting la voce di Sophia viene corretta, deformata, per trasmettere tutto il distacco e la malinconia del suo mondo. Le trame sonore si colorano molto spesso di trascinanti spirali trance-house (“Molly In The Club”, “Bitches Talk Shit”, “I Do”, “Power”), alternate a più rari momenti di sospensione che sconfinano verso il dream-pop, come accade nel caso di “15 Hours Away” e “Now I’ve Got A Lot You Know”, i punti più vulnerabili, “nudi” e introspettivi del disco. “On My Dick”, apertura che sin dal titolo è tutto un programma, sintetizza bene lo spirito dell’album: scritta dopo il debutto in passerella, oscilla tra la manifestazione di un sentimento di rivalsa e l’osservazione delle dinamiche che mutano in maniera repentina intorno a lei. “I’ll Walk” lascia entrare vaghe rifrazioni trap, prima che la batteria entri per far decollare il pezzo, e la chiusura assuma contorni trionfali, trascinata da trame orchestrali.
Sebbene presenti qualche discontinuità, e verso il finale risulti un pochino ridondante nelle soluzioni adottate, “The Greatest Album of All Time” lascia emergere una personalità già ben definita. C’è smarrimento, c’è la vertigine causata dalla rapida rincorsa verso un successo più ampio, dalla sensazione di trasformarsi in qualcosa di diverso in maniera forse troppo veloce, con un persistente disagio espresso nei confronti del nuovo contesto, una sorta di angoscia esistenziale causata dalle contraddizioni vissute negli ultimi mesi, quelli durante i quali queste canzoni sono state composte. I suoni, declinati verso le sonorità più rilassate dello spettro elettronico, lasciano emergere un mood ipnotico e introspettivo, che cattura alla perfezione il senso di alienazione che a volte può scaturire nei luoghi di festa, nel bel mezzo di un party. La conclusiva “Burn” si spegne lentamente, come il rientro a casa dopo un’indimenticabile notte trascorsa nel club più figo della città, come un incendio non più in grado di trovare il combustibile necessario per continuare ad ardere, mentre nella testa della protagonista si rincorrono lucide riflessioni sulle molteplici insicurezze personali e sul peso del successo, oramai alle porte.
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22/10/2026