John Martyn appartiene alla genia degli oustider, dei cantautori irregolari e inclassificabili. La sua opera, acuta, profonda e influente, occupa un posto di rilievo nella storia del songwriting, anche se raramente ha ottenuto i riscontri che avrebbe meritato.
Nato Iain David McGeachy a Londra nel 1948, cresciuto tra Inghilterra e Scozia, ha attraversato quattro decenni di carriera oscillando tra folk, jazz, blues ed elettronica, senza mai appartenere del tutto a nessun genere.
Il suo debutto discografico arriva con "London Conversation" (1967), album che lo introduce come giovane promessa del folk revival. Ma fin da subito la sua chitarra — con un approccio ritmico e atmosferico unico — e la sua voce calda e irregolare lasciano intuire un’urgenza espressiva più complessa. Con Beverly Martyn, sua compagna di allora, realizza "Stormbringer!" (1970) e "The Road To Ruin" (1970), due dischi che iniziano a contaminare il folk con sensibilità soul e aperture elettriche.
La svolta arriva con "Bless The Weather" (1971) e, soprattutto, con "
Solid Air" (1973), probabilmente il suo disco più celebrato. Dedicato all’amico
Nick Drake, "Solid Air" cattura l’essenza della poetica di Martyn: canzoni che si muovono lente, avvolgenti, costruite su un mix di folk, jazz e
blues che sembra liquefarsi nell’uso creativo dell’Echoplex sulla chitarra e nella sua voce, capace di alternare sussurri e grida soffocate. Brani come "Solid Air", "Go Down Easy" e "May You Never" diventano emblemi di un intimismo tormentato, ma mai troppo sentimentale.
Con "Inside Out" (1973) Martyn spinge ancora oltre, sperimentando sonorità più astratte e improvvisate, mentre "One World" (1977) - registrato in parte su un lago, con l’acqua che filtra nel suono - anticipa molte intuizioni ambient e dub. Il suo approccio sempre più ibrido sfocia in "Grace And Danger" (1980), un album viscerale e tagliente nato dalla fine della sua relazione con Beverly: brani come "Sweet Little Mystery" e "Hurt In Your Heart" mostrano un cantautore allo scoperto, crudo e vulnerabile.
La vita privata di Martyn è stata segnata da eccessi, dipendenze e difficoltà di ogni tipo. La sua parabola artistica ha conosciuto alti vertiginosi e cadute drammatiche, ma anche nei periodi meno fortunati - come dimostrano dischi come "Glorious Fool" (1981) o "Piece By Piece" (1986) - la sua autenticità rimane intatta. Gli
anni 90 e 2000 vedono Martyn oscillare tra brevi ritorni di ispirazione e problemi di salute sempre più gravi, culminati nella perdita di una gamba e, infine, nella morte nel gennaio 2009.
Prima di andarsene, riceve un riconoscimento alla carriera dalla Bbc Radio 2: una celebrazione tardiva per un artista che ha sempre sfuggito le mode e i compromessi. John Martyn ha lasciato in eredità una discografia difficile da classificare, ma impossibile da ignorare: un percorso sonoro che, come l’acqua che scorre, cambia forma senza mai perdere profondità.