Dalle ceneri di Birmingham, nel 1988, Justin Broadrick e G.C. Green hanno evocato un suono che non apparteneva a questo mondo. I Godflesh non sono una band: sono un rituale di dissoluzione, dove riff ciclopici si fondono con drum machine programmate e dissonanze industriali, generando un linguaggio che ha ridefinito i confini del metallo. Streetcleaner (1989) è ancora oggi un monolite, un’onda d’urto che ha vaporizzato ogni certezza e influenzato generazioni di artisti, dai Fear Factory ai Nine Inch Nails. La loro musica non si ascolta: si abita, come una cattedrale di frequenze distorte eretta nel cuore di una città in rovina.
Dopo lo scioglimento nel 2002, la reunion del 2009 e una nuova trilogia di album, il 2026 segna la fine di un’era. Un intervento chirurgico ha costretto Broadrick a ritirare i Godflesh dalle scene live. Ma prima del silenzio definitivo, “Decay” (2026) arriva come decimo e penultimo album: sei tracce di bellezza spettrale e teologia distorta, registrate prima dell’operazione. Non un addio, ma una dissoluzione annunciata. La materia si decompone, e in quella decomposizione c’è una luce sinistra e inevitabile. I Godflesh restano ciò che sono sempre stati: un’entità a sé, capace di trasformare il peso e la dissonanza in una forma di bellezza.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.