di Claudio Lancia
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Al Doum & The Faryds sono un collettivo psych-tribal-jazz nato a Milano nel 2010, fondato sull'utilizzo di strumenti analogici, sul ricorso a forme di improvvisazione psichedelica e basato su una forte dimensione comunitaria. Il loro debutto omonimo del 2011 attira l’attenzione di Julian Cope e inaugura una discografia che passa attraverso "Positive Force" (2012) e "Cosmic Love" (2014), fino alla svolta jazz–rock impressa con "Spirit Rejoin" (2018), pubblicato insieme alla label svizzera Bongo Joe Records.
La formazione lombarda registra presso il Guscio Recording Studio, uno spazio-laboratorio di proprietà del chitarrista e fonico Lorenz, tutti i dischi sono stampati e distribuiti dalla Black Sweat Records, etichetta fondata dal bassista e cantante Davide “Dome” Domenichini. Il Guscio Recording Studio è anche la casa comune della band sorella, Addict Ameba, con la quale condividono spirito, approccio e alcuni membri stabili della line up, altro progetto eclettico e visionario, concepito per abbattere confini, sia stilistici che geografici.
Oltrepassato il traguardo dei dieci anni di attività, Al Doum & The Faryds sono diventati un nome autorevole nel circuito psych underground italiano, e nel 2021 pubblicano "Freaky People" (unendo la forze con La Tempesta Dischi), ampliando ulteriormente il vocabolario sonoro.
"Ipnagogico”, il loro sesto album, pubblicato nel gennaio del 2026, consolida una formula attraverso la quale il ricchissimo suono di matrice psichedelica si mescola a una travolgente forma di ethno-jazz dai forti connotati esotici. Ritmiche sostenute, fiati che cercano la dissonanza, chitarre elettriche che non si privano di contagiosi assoli, in una modalità di “calcolata improvvisazione” che lascia spazio alla tecnica dei singoli pur mantenendosi negli agili limiti del “formato canzone”. Un’atmosfera positiva, vitale, energetica, arricchita da arrangiamenti vocali festosi.
La componente ipnotica diviene meno marcata rispetto al passato (ne restano significative striature in “Money II”, il momento più lisergico con le sue chitarre wha wha), lasciando strada a un Carnevale di suoni e colori (in “Borracho” sembra di essere a Rio), che trova gli unici frangenti meditativi in corrispondenza di “Money I” (dalla vena più spiritual) e ”Utopia II”, che serba qualcosa di pinkfloydiano, con quella chitarra che a tratti ricorda Gilmour. Il disco è strutturato in tre nuclei fondamentali (“Arise”, “Money”, “Utopia”), ognuno suddiviso in due movimenti; ciascun nucleo è separato da un’ulteriore traccia (“Borracho” e “Party Cells”). Architetture free form per moderna world music
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