Tame Impala: il nuovo album “Deadbeat” uscirà a ottobre

08-09-2025

Cinque anni dopo l’edonismo raffinato di “The Slow Rush”, Kevin Parker riporta i Tame Impala in studio con “Deadbeat”, un album nato tra Fremantle e Injidup e profondamente debitore alla scena rave dell’Australia occidentale. L’uscita, prevista per il 17 ottobre su Columbia Records, raccoglie dodici tracce, tra cui i singoli “End of Summer” e “Loser”.

Registrato nella città natale di Parker e nel Wave House, lo studio affacciato sull’oceano che è ormai parte integrante della sua mitologia sonora, “Deadbeat” si nutre di riferimenti alla cultura bush doof: i raduni psichedelico-tribali che dagli anni Novanta hanno incarnato l’anima più sotterranea e libertaria del rave australiano. Non semplici feste, ma riti collettivi in cui trance, techno e psytrance si fondono con un ethos di autosufficienza, ecologia e comunitarismo. È da lì che Parker sembra trarre l’ispirazione per spogliare la sua formula di strati, puntando a una “psichedelia da club” più diretta, pulsante, meno levigata rispetto al passato.

Il contesto in cui si inserisce “Deadbeat” è tutt’altro che statico. Dopo “The Slow Rush”, Parker ha inanellato una serie di collaborazioni e apparizioni che ne hanno consolidato lo statuto di produttore-icona: dal Grammy condiviso con i Justice per “Neverender” alle colonne sonore hollywoodiane (Barbie, Elvis, Minions, Dungeons & Dragons), passando per le incursioni con Thundercat (“No More Lies”), Gorillaz (“New Gold”), The Streets (“Call My Phone Thinking I’m Doing Nothing Better”) e la produzione di “Radical Optimism” di Dua Lipa. Un percorso che oscilla tra pop mainstream e prestigio indie, senza mai rinunciare al marchio timbrico inconfondibile della sua voce filtrata.

Con “Deadbeat”, i Tame Impala si muovono in una direzione meno cerebrale, cercando un’immediatezza che può apparire, a seconda dei punti di vista, come evoluzione naturale o riduzione strategica. Parker parla di linee vocali più leggere e strutture più snelle: un cambio di passo che potrebbe deludere chi attende ancora il grande romanzo psichedelico dei Tame Impala, ma che riflette fedelmente l’immaginario rave da cui il disco nasce. Non più la nostalgia patinata degli anni Settanta o Ottanta, ma un’aderenza quasi antropologica a una cultura sotterranea che Parker riporta sulla superficie globale del pop contemporaneo.

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