Chi lo dice che una funk band non possa suonare il rock?! Un quesito provocatorio che veniva posto nel 1978 da George Clinton e dalla sua fosforescente combriccola funkadelica. Una domandina che nascondeva un tranello dai risvolti razziali. E allora via con gli assoli “coloured”, ma la base sottostante pompava comunque nero. Un compromesso, l’impossibilità di andare contro natura, una dichiarazione d’intenti solo sulla carta, chissà… Nel mentre, tra le truppe bianche montava questa voglia di swingare, di funkeggiare, di muover il bacino, di saltare e praticare anche l’arte della spaccata. Di trafugare arte e cultura nera. C’aveva già provato Elvis The Pelvis, poi anche Jerry Lee Lewis, poi i Beatles, gli Stones, tutta la Gran Bretagna, i Led Zeppelin poi… che furfanti, ladri senza vergogna!
Poi però Quincy chiama Eddie, e Van Halen svisa a 6000 all’ora su Michael Jackson e da entrambe le fazioni cominciano a partire segnali se non di pace di possibili collaborazioni, magari anche solo per un incontro al caffè sotto casa. E all’improvviso le città si riempiono di bassi rampanti che percuotono chitarre sferraglianti, mentre le batterie ruzzolano felici e scattanti dalle scale, e tutt’intorno si vede gente che soffia su strumenti a fiato fino a farsi esplodere la vena frontale. Il funky rock penetra ovunque, sensuale, chiassoso, sfrontato, stravagante e onomatopeico. E sul finire del 1991 esplode pure in classifica grazie ai Red Hot Chili Peppers.
Marco e Davide, che in fondo avrebbero voluto avere anche la pelle nera, intercambiale a seconda delle occasioni, si ributtano in pista e ricordano un’epopea che caratterizzò il cosiddetto rock alternativo degli anni 90, ma che in effetti c’era anche prima e tuttora si ripresenta sotto mentite spoglie. Chi l’ha detto che una rock band non possa suonare il funk?
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