Il brano che Gilmour e Waters definirono un capolavoro

05-01-2026
Il legame creativo tra David GilmourRoger Waters è stato a lungo il motore propulsivo dei Pink Floyd, salvo logorarsi nel tempo. Al termine della lavorazione di "The Wall", era ormai evidente che il rapporto tra i due fosse arrivato a un punto di non ritorno. Le loro visioni su cosa dovesse essere la band erano diventate inconciliabili e l’atteggiamento sempre più autoritario di Waters rese inevitabile una prosecuzione senza di lui dopo "The Final Cut". Eppure, restano momenti in cui i due riuscirono a ottenere il meglio l’uno dall’altro. Una sintonia creativa sintetizzato dal brano che entrambi definirono "un capolavoro". 

Non si tratta di una traccia del bestseller "The Dark Side Of The Moon" e nemmeno del successivo e non meno celebrato "Wish You Were Here", bensì di una suite presente su "Meddle", l'album del 1971, giunto dopo l'operazione ambiziosissima di "Atom Heart Mother", che aveva spaccato la critica e alla fine non aveva convinto appieno gli stessi Gilmour e Waters, pur trattandosi in realtà di uno dei loro vertici artistici.
Nel 1969 la pattuglia floydiana tentò di riassestarsi dopo l’uscita di Syd Barrett. Perso il suo primo leader, il gruppo inglese si ritrovò sostanzialmente senza bussola. Gilmour entrò inizialmente come sostituto “di fortuna”, chiamato a coprire il vuoto lasciato dall’amico con il suo stile chitarristico più blues, mentre Waters, pur mostrando già un potenziale autoriale notevole, sembrava sforzarsi eccessivamente nel tentativo di recuperare la leggerezza visionaria che aveva caratterizzato l’esordio della band.
Disco dopo disco, tuttavia, i Pink Floyd iniziarono ad avvicinarsi gradualmente a una forma più definita. "More" lasciava intravedere diverse direzioni possibili e anche episodi di "Atom Heart Mother" come "If" e "Fat Old Sun" mostravano due anime che stavano imparando a dialogare.

Il vero punto di svolta, però, arrivò con "Meddle". Prima di quel disco la band sembrava ancora in cerca di una direzione precisa; e se la prima facciata dell’album non è certo tra gli ascolti più immediati della loro carriera, proprio la mastodontica suite di "Echoes" segnò un cambio di passo decisivo. Dal momento in cui Richard Wright tocca quella prima, inconfondibile nota, è chiaro che il gruppo inglese ha ormai imboccato la strada della costruzione di nuovi paesaggi sonori, meno eccentrici rispetto agli esordi ma altrettanto complessi. Dopo il preludio - composto dallo stesso Wright e creato per mezzo di un'estensione del suono di un pianoforte a coda amplificato mediante un altoparlante Leslie e una nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour – l’ingresso della batteria preannuncia la strofa, cantata dal chitarrista, quindi il lungo assolo di chitarra elettrica spiana la strada a un’incursione spiazzante nel funk – con chitarra distorta di Gilmour e basso slide di Waters sugli scudi – fino all’irruzione dell'organo Farfisa di Wright che sfocia in un altro crescendo di matrice psych-prog, chiuso dalla coda finale, con assolo di Gilmour in dialogo con il piano di Wright, a sfumare. Una prodezza assoluta nata da una serie di 36 differenti idee musicali, grazie alle quali nacque la versione embrionale ("Return Of The Son Of Nothing"), poi rinominata “Echoes”.
Si tratta anche del brano che intitolerà l'antologia “Echoes: The Best Of Pink Floyd” del 2001, dove è inclusa in una versione ridotta di 16 minuti e 30. 



Gilmour non ha mai avuto esitazioni nel considerare "Echoes" uno dei vertici assoluti dei Pink Floyd: "È il capolavoro dell’album, il brano in cui stavamo tutti scoprendo cosa fosse davvero la band. 'One Of These Days' è quasi un pezzo derivato, nato mentre lavoravamo a 'Echoes'". E anche Waters, notoriamente severo con gran parte della produzione successiva del gruppo, ha sempre riservato a quel brano un posto speciale. Pur riconoscendo che "The Wall" sia un’opera monumentale e che "The Dark Side Of The Moon" resti il disco più celebrato, Waters ha più volte sottolineato come il messaggio di "Echoes" rappresenti ancora oggi un punto fermo del suo pensiero: "Ho sempre avuto un solo messaggio: 'Two strangers passing in the street, by chance, two person’s glances meet, and I am you, and what I see is me'. È lì, su 'Meddle', e non è mai cambiato".

Ambizioso, dunque, anche il tema del brano: una riflessione sulla genesi del mondo e sulla ciclicità della vita. Ma "Echoes" non è solo quel messaggio. Nei suoi 23 minuti, il brano documenta una band che sperimenta, smonta e ricostruisce il proprio linguaggio fino a trovare un equilibrio nuovo, con la lunga sezione centrale in cui Gilmour può espandere il suo fraseggio, un lavoro di sound design allora sorprendente e quel riff discendente così memorabile da sembrare quasi un archetipo, uno di quelli che molti avrebbero voluto firmare. "Non mancano, nella storia della musica, opere concettuali più audaci o deviazioni ancora più eccentriche - scrive Tim Coffman su Far Out Magazine -  Eppure 'Echoes' continua a risuonare perché è attraversata da un’empatia profonda, percepibile in ogni passaggio. È il momento in cui i Pink Floyd imparano di nuovo a suonare come esseri umani. E, proprio come suggerisce il titolo, questo colosso di 23 minuti è destinato a continuare a riverberare ben oltre il tempo dei suoi autori". “Echoes” rimane forse la suite apice della psichedelia britannica, sintesi magnifica dell'affinità tra i membri dei Pink Floyd negli anni 70.

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